AUTORI VARI.
.
La vita italiana nel Risorgimento.
Volume 3: dal 1831 al 1846.
...
.
...
1900. R. Bemporad & figlio Editori, FIRENZE.
Cessionari della libreria editrice Felice Paggi, Via del Proconsolo, 7.
...
.
...
Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
               http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
...
.
...
Testo fornito da: Claudio Paganelli, "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber" http://www.liberliber.it/
...
.
...
PARTE PRIMA.
...
.
...
LETTERE, SCIENZE E ARTI.
...
.
...
La poesia del quarantotto. ENRICO PANZACCHI.
.
La poesia del Giusti. ISIDORO DEL LUNGO.
.
G. G. Belli e la Vita Romana. ALFREDO BACCELLI.
.
Il Teatro. Una musa scomparsa. VINCENZO MORELLO.
.
Le Belle Arti: dall'Hayez ai fratelli Induno. UGO OJETTI.
.
Il Vapore e le sue applicazioni. GIUSEPPE COLOMBO.
...
.
...
LA POESIA DEL QUARANTOTTO. 
CONFERENZA DI ENRICO PANZACCHI. 
 
 1.
 
Il '48 considerato in uno dei suoi tanti aspetti, forse il pi attraente, si presenta a noi come una sonante e fulgida pagina di poesia. Aspettando che i miei illustri colleghi, rivolgendosi alla vostra ragione, di mano in mano illustrino gli altri aspetti di quell'epoca memorabile, lasciate che io v'intrattenga un poco di questa poesia del '48, la quale, pi che nelle carte dei poeti, fu scritta nei fatti e nei cuori. Poeta ispirato e fecondo fu allora il popolo italiano; e tutti, in alto e in basso, furono poeti per un momento, poich una corrente irresistibile trasse e confuse gli italiani di tutte le classi a vivere e ad agitarsi negli stessi entusiasmi.
Era il tempo in cui un frate benedettino nella solitudine del suo cenobio, nel silenzio della sua cella, dopo avere scritto una storia della Lega lombarda, la dedicava al Papa con queste parole: - Affacciatevi, Beatissimo Padre, alla rcca dei secoli, ed ascoltate la voce dei tempi nuovi. Scrutate i nostri cuori, e vedrete che noi siamo sempre degni nepoti di quei Lombardi, che cos eroicamente congiunsero la fede e l'amor di patria. - Poi continuava: - Togliete, o Padre Santo, la bandiera che Alessandro terzo appese al sepolcro del beato Pietro, dopo aver debellato Barbarossa; e fatela sventolare al sole d'Italia! -
Strano frate ed insolito linguaggio! Era questa la voce isolata di un asceta sognatore?... No. Se il Padre Tosti dall'altezza di Montecassino avesse teso l'orecchio, avrebbe sentito voci somiglianti alla sua, in quei giorni benedetti, sonare per tutta l'Italia e passare le Alpi e invadere tutta l'Europa e volare at di l dell'Atlantico. Cessavano i tristi esilii. Uomini che per amor di patria avevano dovuto riparare in America ritornavano sopra una nave che s'intitolava "La Speranza", ed entrati nel Mediterraneo e visto nell'orizzonte gli umili confini della Patria si sentivano gonfiare gli occhi di lacrime, si abbracciavano, e gridavano: - Viva Pio Nono! Viva l'Italia libera! Dio lo vuole! - Che cosa era successo? Era sogno di menti esaltate? No. Un semplice sogno non produce movimenti cos forti, cos universali e cos perduranti. Il sogno vero e grande lo aveva fatto prima un altro tonsurato, Vincenzo Gioberti, il quale, l, tra il '40 e il '42, esule a Bruxelles, anch'esso per peccato di patriottismo, aveva accolto nella sua mente la pi audace chimera che potesse mai attraversare il cervello d'un poeta. Egli, a quei lumi di luna, aveva immaginato "una Italia prospera, devota a Dio e concorde in s." Aveva immaginato e di prossimo evento, "i principi italiani e i popoli non pi ringhiosi e sospettosi fra loro, ma affratellati in un'ammirabile concordia per costruire insieme l'edifizio di una patria grande e meravigliosa, che superasse in grandezza e in meraviglia tutte le altre nazioni." E questo audacissimo Abate arrivava, nella grandezza del suo sogno, fino a vedere in tempo non lontano le altre nazioni civili, dapprima attonite, poi ligie e devote, inchinarsi a questa grande Italia "e prendere da lei le norme del bene e le forme del bello."
Ebbene, tutto questo era passato rapidamente in pochi anni, non gi alla sua realt, ma ad inizii cos fausti e felici, che quasi facevano credere prossimo il pieno adempimento. Tutto questo perch, o Signore? Perch da qualche tempo un uomo vestito di bianco di tanto in tanto si affacciava alla loggia  del Vaticano o del Quirinale, e dinanzi a gran folla di popolo inginocchiato invocava la benedizione di Dio sopra l'Italia. Ma quell'uomo vestito di bianco era "il Signor dei credenti," come con frase un po' mussulmana lo chiama Giovanni Prati. E in quel suo augusto e semplice atto, era la spiegazione di tante e cos stupefacenti novit.
Miracolo di Papa! aveva esclamato Pietro Giordani. Dal canto suo, il grande Cancelliere dell'Austria, Metternich, sconcertato in tutti i suoi disegni, aveva detto che nella sua prudenza politica egli tutto aveva potuto prevedere, tranne il caso inverosimile di un Papa liberale!
E gli avvenimenti si succedettero con una rapidit vertiginosa. In diciotto mesi, dice Cesare Balbo, avvenne per opera di Pio nono, soltanto riguardando all'interno dello Stato Pontificio, una serie di riforme alle quali pareva non dovesse bastare mezzo secolo: l'amnistia che ridonava alle famiglie gli esuli e i carcerati per colpe di patriottismo, poi la Consulta di Stato, la guardia civica, la secolarizzazione parziale del governo, la lega doganale dei principi, anticipante la desiderata confederazione politica, poi la Costituzione. Finalmente la guerra allo straniero, bandita dal "Signor dei credenti," che era anche il padre comune di tutti i fedeli!  I principi dovettero seguire, chi di buon grado chi a mal in cuore, l'esempio trascinante di Pio nono. A Napoli il Re volle essere il primo a largire la Costituzione; e diede tutto con la facilit di chi  poi disposto a tutto ripigliarsi e tutto sconfessare.


 2.
 
Il popolo sorto a quel nuovo grido, abbacinato da tutta quell'improvvisa luce, entr in un entusiasmo indicibile e in una specie di festivit permanente. Se voi volete avere una qualche idea di tutta quella gioia inondante i cuori, io vi consiglio di non leggere gli storici liberali. Leggete invece il padre Bresciani, il quale, pure cospargendo di tante menzogne e di tante calunnie l'opera del partito liberale in Italia, narr nell'Ebreo di Verona e con altri racconti i fatti del '48, non negandoli, anzi descrivendo quelle feste, quella gioia traboccante dai cuori, quella festivit inenarrabile coi pi vividi colori. E con arguzia maligna le intitolava "la luna di miele."
Quando noi a tanta distanza di tempo con la fantasia cerchiamo di ricomporre quel quadro incomparabile, ci immaginiamo, da un capo all'altro della penisola, popolazioni che sorgono acclamando. Vediamo da per tutto feste e luminarie e fanfare, e nella folla uomini coi capelli lunghi, vestiti all'italiana, che declamano, che strepitano, che imprecano, che piangono, tanta  la piena dei loro affetti; e donne belle, vestite dei colori nazionali, che agitano fazzoletti bianchi e gialli affacciandosi alle finestre e a' balconi a gettar fiori, fiori, fiori, sopra i volontari che passano gi per le strade, acclamanti ed acclamati, con la rossa croce sul petto. Essi vanno nei campi lombardi ad affrontare la morte per la cara patria. E sopra tutte le acclamazioni e tutte le grida, un grido altissimo quasi venuto dal cielo: - Italia libera, Dio lo vuole! - Tutto questo  certamente argomento di poesia. Che cosa avrebbe da fare la poesia in questo mondo, se non dovesse ispirarsi in questi momenti di ebbrezza e di beatitudine negli individui e nei popoli? Quindi viene spontaneo il domandare: Che parte ebbe la poesia in tutto questo moto?
 curioso che uno storico papalino della pi bell'acqua, Giuseppe Spada, raccontando, alla sua maniera, i fatti di Roma del '48, verso la fine del suo terzo volume, risalendo dalle tristi catastrofi al  ricordo dei primi entusiasmi per Pio nono, cita lo Sterbini, il Guerrini, il Masi, il Meucci, tutti e quattro poeti, i quali "accendevano gli spiriti col genio dei loro versi." E aggiunge che, quantunque essi non fossero che quattro giovani poeti, pesarono sugli eventi pi che quattro generali d'armata. "Ci serva di avviso ai reggitori dei popoli (conclude il nostro bravo storico) per stare in guardia sopra i coltivatori di un dono tanto mirabile ma tanto pericoloso alla pubblica quiete." La polizia dunque era avvisata.
Povero genio! lo potrei leggervi, o Signore, alcune strofe di questi quattro geni e specialmente dello Sterbini che mi pare il migliore della brigata; ma non lo far per non togliervi le illusioni, se mai ne aveste!
La verit  che il '48 non ebbe grandi poeti. Il Peretti, il Dall'Ongaro, il Montanelli, il Mercantini non si elevarono mai, anche nei loro momenti pi felici, dalla "aurea" mediocrit. Quando la nostra mente misura l'intervallo enorme che corre fra il valore dei loro versi e l'importanza degli avvenimenti che intendono di celebrare, si rimane proprio costernati. Lo stesso Tommaso Grossi, il cantore inspirato di Ildegonda e dei Lombardi alla prima crociata, quando scosso dai grandi fatti  di Milano, le Cinque gloriose Giornate, vuole in un inno riecheggiare tanta costanza e tanto eroismo di popolo, compone delle strofe fredde, meditate, quasi lambiccate; e proviamo una vera pena domandandoci come mai un uomo di tanto ingegno non abbia subito compresa la grande disparit che era fra il tema del suo canto e la forma poetica che egli aveva miseramente potuto conquistare nella laboriosa concitazione del suo estro ribelle. A Firenze intanto Giambattista Niccolini viveva come un iroso appartato. Egli non aveva creduto mai al "miracolo di Papa." Tutto quel gran contrasto tra le sue opinioni e i fatti, fra il suo sentire e quello dei pi cari amici suoi, cos fortemente lo scosse, che quasi la sua ragione si smarr. Giuseppe Giusti nel '48 fu un misto di soddisfatto e di sfaccendato. Per una parte il suo spirito troppo fondendosi con lo spirito pubblico, si neutralizz e quasi si volatizz. Quindi il suo estro per natura acre e penetrante e battagliero, dovette adattarsi a cantare affettuosamente la parola del perdono e della fratellanza, volgendosi al granduca Leopoldo secondo; poi si limit a punzecchiare un poco a destra e sinistra, raccontando i dialoghi di Ventola e di Vespa. Mancava insomma il naturale obiettivo alla sua Musa. Quando tutti sorridevano, a che il pungolo acerbo? a che l'ombra del sarcasmo?  perch (come scriveva ad un amico) continuare a sonare a morto, quando tutti suonavano a festa?.... Giovanni Prati e Goffredo Mameli, ecco due figure di poeti che vengono subito in mente pensando alle grandi ispirazioni poetiche di quell'epoca. Ma anche qui la disparit non scema o scema ben di poco. Giovanni Prati non ebbe momenti felici nel '48. Li avr poi. Nel '48 anch'egli, sopraffatto dalla grandezza degli avvenimenti,  come uno strumento che si sforza a vibrare in tutte le sue corde, ma il gran motivo epico non esce da quello strumento. Di Goffredo Mameli troppo si  parlato, troppo si  voluto esaltare. Io credo che la sua pi bella lirica fu di morire eroicamente ai piedi del Gianicolo. Giosu Carducci, analizzando il famoso inno "Fratelli d'Italia" arrivato alla strofa:

Dov' la vittoria?
Le porge la chioma,
Ch schiava di Roma
Iddio la cre,

o io molto m'inganno, o il nostro Giosu si batte anch'egli i fianchi per generare in s stesso una larva di entusiasmo; ma poi  costretto a convenire che, per una parte, Goffredo Mameli rappresentava troppo la decadente evoluzione del romanticismo e  d'altra parte che tutto quel virgiliano o quel claudianesco della interrogazione lirica sopra citata contrastava troppo miseramente colla esiguit de fatti d'arme contemporanei. Onde anche egli  tratto a concludere che la grande poesia di questo giovane eroico fu nella sua breve vita e nella morte generosa per la libert. Cos mostra di intenderlo anche Giuseppe Mazzini, e cos ce lo descrive, fino a commuoverci nell'intimo del cuore, in un'ammirabile pagina della sua prosa.


 3.
 
Ebbe la poesia del Quarantotto una voce pi degna nella musa popolare? Nemmeno questo, io credo. Certo riandando quei canti, spesso volgarucci, non pu non colpire il confronto coi canti anteriori: per esempio i canti del popolo italiano e specialmente toscano nell'epoca Napoleonica, qualche volta tutt'altro che triviali. Come suona in essi la diffidenza, come suona la tristezza! "Napoleone, guarda quel che fai!," comincia uno stornello popolare. Ve ne sono altri che esprimono il gran dolore delle  nostre povere plebi per dover andare a combattere lontano, fuori d'Italia, per una causa non italiana:

Partir, partir, partir bisogna
Dove comander il nostro sovrano.
Chi prender la strada di Bologna,
Chi ander a Parigi e chi a Milano!

E le strofe tristissime finiscono sempre col ritornello che pare un singhiozzo: "Dio, che partenza amara!" E la esclamazione amarissima ci fa correre con la mente ai versi di Giacomo Leopardi, quando lamenta il fiore della giovent italiana mandata a morire fra i ghiacci delle "rutene squallide spiagge" senza nemmeno il conforto di poter dire alla cara patria lontana:

La vita che mi desti, ecco ti rendo,

poich i prodi figliuoli d'Italia morivano, non per essa, ma per i suoi tiranni, per "coloro che la uccidevano!"
Insomma, nel Quarantotto abbiamo una serie interminabile di poesie popolari, delle quali credo che non metta conto intrattenervi: canzonette, canzonucce e canzonacce. In quella immobile gora per,  noi vediamo fiorire come una bianca e bella ninfea.  la canzoncina toscana:

Addio, mia bella, addio,
L'armata se ne va....

Non sgorg veramente dal cuore del popolo la gentile ed eroica canzoncina, perch si sa che ne fu autore un certo Bosi, il quale mor pensionato e tranquillo oltre il '60 dopo essere stato, credo. Sottoprefetto a Volterra. Ma il popolo la fece sua, il popolo se la assimil e la rese interprete dell'anima sua. Ed  veramente una cara e poetica cosa; un toccantissimo motivo che ho sentito lodare e quasi invidiare all'Italia, nientemeno che da Riccardo Wagner. Questa candida e bella ninfea, in mezzo a tante erbacce e tanti rovi, trionf nella lotta per la vita e si mantenne. Ritorn dai campi lombardi, dove nelle veglie delle armi aveva consolato i cuori magnanimi dei giovani toscani, che dovevano cessar di battere a Curtatone e a Montanara; e seguit a risonare per le nostre campagne, per le nostre citt. Sopraggiunti i tristi tempi della invasione straniera, la gentile ed eroica canzoncina non fu dimenticata; ed ogni tanto era sommessamente modulata dal popolo. Giunto il Cinquantanove ecco che torna sulle labbra di tutti, ed  ancora la canzone prediletta del popolo! E sempre poi, mentre fervevano le ambizioni in alto, e mentre i partiti laceravano l'Italia, e mentre l'egoismo personale prendeva il posto dell'amor patrio, ostentandone sacrilegamente le apparenze, il popolo italiano continuava, nella innata bont del suo cuore, a credere che bello era il combattere e il morire per la patria; e continuava a cantare:

Se non partissi anch'io
Sarebbe una vilt.
 
 
 4.
 
Per anche una grande lirica ebbe l'Italia del Quarantotto; e fu l'inno del Manzoni. Fatto curioso! Questo inno  il peana del Quarantotto, ma venne composto nel Ventuno:

Soffermati sull'arida sponda
Volto il guardo al varcato Ticino,
Tutti assorti nel nuovo destino,
Caldi in cuor dell'antica virt,
L'han giurato!...


La verit  che nel Ventuno il Ticino non fu varcato. L'inno in s stesso rappresentava un'aspirazione poetica dell'anima di Manzoni, il quale, come vide che al carme non corrisposero gli eventi prese questo partito: non scrisse, non pubblic, e nemmeno affid alla carta questo volo, questo sprazzo della sua anima poetica. Egli volle tenerlo gelosamente chiuso nel suo cuore come la parola dell'avvenire; egli l'avrebbe poi detta questa parola quando fossero giunti gli avvenimenti che essa affannosamente invocava. E di fatti, allorch scoppiarono i grandi avvenimenti, quando non parve pi un sogno lontano la redenzione della patria, allora Alessandro Manzoni scrisse l'inno pensato e meditato gi da ventisette anni e lo pubblic, dopo che (e questo va notato) egli aveva messo senza paura il suo nome sotto una protesta contro l'Austria, una protesta che, date le circostanze, poteva benissimo costargli la vita, poich eravamo proprio alla vigilia delle Cinque Giornate. Allora finalmente, da un capo all'altro della penisola, risuonarono le affettuosissime voci:

Cara Italia! dovunque un dolente
Grido usc del tuo lungo servaggio
Dove ancor dell'umano linguaggio
Ogni speme deserta non ;

Dove gi libertade  fiorita,
Dove ancor nel silenzio matura,
Dove ha lacrime un'alta sventura
Non v'ha cor che non batta per te.

Alessandro Manzoni era stato dunque poeta e profeta; poich aveva fin dal Ventuno vaticinato il grande consenso di tutto il mondo civile alla causa italiana. Nel Quarantotto infatti, tutto ci che vi era di buono e di generoso nell'Europa civile di quel tempo, si raccoglieva veramente intorno alla rivoluzione italiana e faceva voti per lei.
La grande poesia del Quarantotto dunque, come vi ho detto in principio, o Signore, sta nei fatti principalmente e nelle condizioni degli animi.
E questo  ci che quasi sempre si avvera. Non domandate che la poesia si renda interprete di ci che avviene nel cuore umano quando il cuore umano  gonfio di passioni, quando la passione grida essa impetuosamente le sue voci non traducibili con parola precisa. Vi  una legge psichica di cui fanno testimonianza le storie di tutte le letterature, o Signore: i due grandi fattori della poesia sono, da una parte, l'aspettazione e la speranza che guardano innanzi, dall'altra il ricordo e il desiderio che si volgono indietro. La poesia o spera o ricorda. Quando l'uomo ama nel parossismo della sua passione, sia anche poeta come Dante e come Petrarca, non aspettate da lui dei versi d'amore. I versi d'amore egli li compone, e sono veramente degni dell'arte, quando spera e sogna la felicit agognata, oppure quando ricorda con dolcezza e con tristezza la felicit che  fuggita da lui. Questi i due momenti psichici, i due fattori veri della poesia. Quello che avviene degli individui, doveva anche avvenire nella grande collettivit del popolo italiano. Non  nell'orgasmo, non  nell'esaltazione, non  tra le luminarie e i baccani e le ansie dell'aspettazione, che la musa (la quale come disse Parini, formulando un canone eterno dell'arte "orecchio ama pacato e mente arguta e cuor gentile") poteva meditare e comporre il grande carme degno degli avvenimenti.
La poesia, lo ripeto, fu nei fatti. E se qualcheduno di questi fatti vogliamo ricordare, io potrei dirvi che la pi alta poesia del Quarantotto esal da un meraviglioso accordo, che i fatti inaspettati fecero balenare alle anime pensose e aspettanti di tutto il mondo civile, tra l'amore della libert e l'amore della religione. Fu davvero un momento storico, meraviglioso, o Signore; perch, se voi percorrete la storia del nostro Risorgimento, voi troverete che nessuno ha mai detto e spero che nessuno dir mai che fra amor di patria e religiosit vi sia un dissidio incompatibile. Ma  un fatto, che una certa diffidenza fra l'una cosa e l'altra vi  sempre stata, e purtroppo vi  ancora. Da Dante Alighieri, di cui il cardinale Beltrando Del Poggetto voleva disperder le ceneri perch lo aveva in odore di eretico, alle censure ecclesiastiche dei libri di Antonio Rosmini, i sintomi e i sospetti di questo dissidio (non diciamo ora per colpa di chi) si sono sempre, pi o meno, manifestati in Italia. E non fu questa l'ultima causa (diciamolo con coscienza d'uomini liberi) delle nostre divisioni e della debolezza nostra di fronte alle altre nazioni!
Poco prima dell'epoca di cui ci occupiamo, Giuseppe Mazzini aveva inalberata una fiera tradizione ghibellina, che non ammetteva patto n temporale n spirituale col sacerdozio cattolico. Cesare Balbo invece questo patto lo accettava e lo voleva. Si form insomma una tradizione neoguelfa accanto a quella tradizione ghibellina; e gli animi ne rimanevano perplessi e dolorosi; e le coscienze timide non sapevano a cui fidarsi. L'amore di patria, come tutte le sante cose che la natura istilla nel cuore dell'uomo, mandava le sue querule voci, ma queste voci parevano superate e fatte tacere da una voce anche pi autorevole.... Quando, a un tratto, ecco  che un vento liberatore spazza via tutta questa nebbia e nel cielo rasserenato appaiono congiunte, affratellate, la patria e la fede, perch Pio nono dal balcone del Vaticano aveva benedetto l'Italia.... Ecco uno degli aspetti veramente poetici del Quarantotto! Un altro aspetto egualmente poetico di questa epoca, anch'esso intimamente connaturato colla storia, risult da questo, che il movimento politico redenzionista suscitatosi nella penisola e in essa maturato con lunga preparazione, merc l'apostolato del Manzoni, del Balbo, del Gioberti, del Rosmini, del Troia, e dello stesso Mazzini, si differenzi dai movimenti anteriori per la sua maggiore modernit. Guardate infatti: dal '96 al '31 gli Italiani erano insorti sempre in nome di un ideale classico molto austero e molto elevato, ma un po' troppo lontano dalla immediata percezione del nostro sentimento. Era il grande ideale classico di Roma antica, erano i fasci, i littori, la grande Repubblica conquistatrice del mondo, e tutto quell'insieme di reminiscenze e di anacronismi, che il Giusti aveva gi schernito colla frase "i grilli romani." Invece il Quarantotto, preparato da tutta una letteratura e da tutta una cultura italiana pi moderna, richiam il sentimento della nazione a qualche cosa di meno devulso, di meno separato da noi. Per forza di avvenimenti l'Italia del Quarantotto non mira pi a Roma antica, mira piuttosto al Medio Evo; voglio dire a quello che il Medio Evo conteneva di tradizione ancora viva, ancora permanente in mezzo a noi. Lo stesso neoguelfismo aiutava in questo. Quindi i poeti evocano, piuttosto che Roma antica e Bruto e i Gracchi, la Lega Lombarda e le Crociate; e i giovani volontari vanno al campo avendo sul petto una croce fiammante che significa insieme un ideale politico e religioso. Il Quarantotto evoca i liberi Comuni d'Italia, insorgenti eroicamente in nome dei loro civili diritti, in nome dei loro focolari e delle loro chiese, e combattono e vincono l'Imperatore. Legnano, Roncaglia; ecco i nomi che fervono nelle menti, che splendono alla fantasia come dei fari!


 5.
 
In questo il romanticismo ebbe la sua parte. Tutte quelle evocazioni storiche uscite dalle liriche, dai poemi e dai romanzi, avevano familiarizzato le fantasie dei nostri giovani e delle nostre donne con quanto di pi cavalleresco e di pi poetico aveva il Medio Evo. Tra quel cavalleresco medioevale e i nuovi sentimenti suscitati dai fatti nuovi esisteva una reale affinit, una corrente di simpatie e di impulsi, che la classica Roma non avrebbe pi potuto suscitare. Noi non guardavamo pi al Campidoglio e alla Legione antica, guardavamo al Carroccio, guardavamo ai cavalieri della Morte, che avevano giurato di morir tutti piuttosto che permettere che l'altare del Comune benedetto dal Vescovo cadesse in mano dello straniero. Un potente alito di poesia cristiana correva nell'aria ed empiva i cuori.
Ma, come opera d'arte, io ve lo ripeto, la grande poesia non nacque e forse non poteva nascere. Mancava quella temperatura ideale n troppo calda n troppo fredda, che  condizione necessaria al nascere e maturarsi della pura opera d'arte, della poesia veramente degna di vivere nei secoli. Pensate inoltre, o Signore: il Quarantotto fu una gran luce, ma ebbe ancora, come sapete, le sue fosche ombre. Io mi sono astenuto da qualunque giudizio politico durante il mio discorso e non decliner ora da questo mio proposito, perch voglio lasciare intera libert ai conferenzieri che mi succederanno di giudicare uomini e cose; ma credo di non rendere che un omaggio alla verit storica da tutti riconosciuta,  ripetendovi che il Quarantotto, se fu una gran luce, ebbe ancora delle ombre tristissime. Sotto tutti quei fiori, molti rettili strisciarono.... E per non essere trascinato dall'attraentissimo argomento, mi contenter di ricordare una sentenza di Massimo d'Azeglio, il quale, scrivendo al suo amico Pantaleoni, diceva: "Credevamo di essere degli uomini e ci siamo accorti di essere dei fanciulli." La sentenza non potr, io credo, essere tacciata di severit.
E venne infatti la catastrofe, la grande catastrofe punitrice. Vennero l'assassinio di Rossi, le sconfitte Lombarde, le discordie pazze, le illusioni fanciullesche, i tumulti minacciosi, la fuga a Gaeta, e finalmente Novara, la tragica Novara. Carlo Alberto, dopo avere per un giorno intero cercato la morte sugli spaldi della fulminata citt, dovette persuadersi che, se l'onore era salvo, tutto il rimanente era perduto! Ma pens che egli poteva ancora rendere un grande servigio alla sua povera Italia, togliendosi di mezzo e lasciando il figliuolo, senza rancori e preconcetti, libero a trattare col vincitore i patti della triste resa.
Poi segu un periodo che per s stesso potrebbe essere argomento di un lungo discorso. Il giovane Re sorgeva appena sul trono, e d'ogni intorno era circondato da insidie, da accuse, da bieche discordie,  da diffidenze innominabili. Ebbene, o Signore, appena comincia l'epoca dei tristi ricordi, ecco che la poesia, come vera e grande opera d'arte, accenna a rifiorire. Giovanni Prati, che  stato mediocre nel canzoniere di Carlo Alberto, diventa il poeta sacro dell'anima italiana quando intuona una solenne e melanconica melodia all'arrivo delle sue fredde spoglie dalla terra dell'esilio, dove il Re magnanimo era andato a morire. Comincia, o Signore, la divina ispirazione delle memorie! Il poeta, rivolgendo uno sguardo indietro, trova accordi inusitati e crea una visione che  una delle pi potenti, non dubito di affermarlo, che abbiano mai lampeggiato a fantasia di poeta italiano. Tutta la Trenodia pel ritorno delle ceneri di Carlo Alberto  un misto di palinodie dolenti e di speranze generose, di rimproveri ai popoli, di rimproveri ai Principi. Per un momento il poeta accenna a voler riunire gli uni e gli altri in un sentimento profondo di piet e di commiserazione scambievoli, quasi col proposito di riprendere insieme, ammaestrati dai comuni errori, la via aspra e gloriosa. Ma poi, avvertito da un istinto infallibile che lo spinge a fissare gli occhi nell'avvenire, Giovanni Prati volge la sua ultima parola al giovane Re del Piemonte. E anche questa parola, sussurrata all'orecchio del Monarca, in mezzo a tante insidie, a tanta diffidenza, a tanti maliaugur, che, come sinistri augelli, allora svolazzavano intorno al trono, anche questa parola  improntata di un profondo carattere di poesia: poich  la poesia della speranza!

Vittorio, Vittorio! Tu giovane Anteo,
Per questa dolente nel fiero torneo,
Tu l'ultima lancia sei nato a spezzar!
. . . . . . . . . . . . . .
La croce sabauda, che orn sette troni,
Dinanzi alla furia de' tuoi battaglioni,
Raggiando sull'armi l'antico splendor,
Segnal di vittoria per gli occhi dei forti,
Segnal d'allegrezza per l'ossa dei morti,
Verr benedetta sull'Adige ancor!

Ed ecco che la poesia italiana, la quale nell'orgasmo e nello stupore dei grandi avvenimenti non aveva trovato la parola sua, ecco che la trova nei giorni memori dello sconforto; e fa essa rifiorire la speranza! Quasi per dare una nuova conferma a quella sentenza di Federigo Schiller: che le cose di quaggi, hanno bisogno di morire nella realt, per rivivere e rifulgere immortalmente nell'ideale dell'arte....




LA POESIA DEL GIUSTI.
 
CONFERENZA DI ISIDORO DEL LUNGO.


Signore e Signori,

Chi dice "poesia del Giusti" (della quale, in relazione con la poesia italiana, mi propongo parlarvi) intende comunemente qualche cosa di agevole e svelto, nato senz'ombra di artifizio, un concepimento simultaneo e un'unione cos schietta d'idea e di parola, che la parola vela appena l'idea senza punto impacciarla, e letto che si  ci pare che la cosa non potesse proprio esser detta altro che in quel modo l. N fanno ostacolo il verso o la rima: perch i metri sono quasi sempre i pi snelli, i pi vivaci, i pi carezzevoli; n il verso chiede mai al metro nulla di pi di quello che il metro, secondo il suo naturale congegno e le pose sue ovvie, conceda; e la rima, la rima sembra appostata in fondo al verso a riceverlo a braccia aperte, e che se vi accadesse di ripetere quelle cose conversando,  incappereste in quelle rime anche voi. Conversando, sicuro; perch il Giusti  il poeta pi conversevole che vi paia aver mai conosciuto: e quando egli scherza con voi, voi ne sentite la voce, voi lo vedete sorridere, e ammiccare, e comporre il viso, come il discorso richiede; cosicch non manchi a quel tanto che la parola scritta ha di muto, non manchi (tale , leggendo, l'illusione) l'avvivamento del tono, dello sguardo, dell'atteggiamento, del gesto.
Qual altro dei nostri poeti ci fa simile impressione? qual altro ci procura sensazioni consimili?
Ma la dimanda  troppo affrettata. Prima di rispondere, bisogna, a voler rispondere con giustizia, bisogna pure riflettere, se alcun altro de' nostri poeti facili e piacevoli ci fa pensar tante cose e tante altre sentirne; e dico, cose alte, nobili, a pensare, profonde o commoventi a sentire; quante si sentono o si pensano leggendo i suoi versi. Tutto quel "piccolo mondo antico" fra il '31 e il '49, che ci sfila gaiamente dinanzi per la lanterna magica di quei componimenti motteggevoli e ironici; co' suoi personaggi grotteschi e contraffatti, o disorpellati delle loro lustre, o messi addirittura al nudo del loro brutto e cattivo, o piantati alla berlina con le loro debolezze, o trascinati al redde  rationem delle opere loro: cotesto piccolo mondo, del quale egli v'invita a ridere, ve lo atteggia per modo dinanzi, che nel giudicarne voi dobbiate sempre fare appello ai sentimenti vostri migliori. Al sentimento della rettitudine, nel giudicare i Gingillini e i Girella, i Granchi e i Ventola, i Presidenti di buon governo e i loro Birri a congresso - al sentimento dell'umana dignit, nel far la debita stima di quell'aristocrazia sfiaccolata, di quei parassiti del regio rescritto, di quelle croci di Santo Stefano sul petto dei mal arricchiti, di quelle scritte matrimoniali combinate fra l'albaga spiantata e l'ambizione plebea: - al sentimento della moralit educatrice, se motteggia sull'imperiale e real giuoco del lotto, o sul reuma d'un cantante, sull'abuso sentimentale del cloroformio, sulle bugie degli epigrafai: - al sentimento sanamente affermato della umana fraternit, se sfata con ironica iperbole le pericolose utopie umanitarie, le ipocrisie degli abolitori della guerra: - al sentimento della pedagogia naturale, o diciamo senz'altro al prezioso senso comune, se fra gl'Immobili e i Semoventi rivendica la libert del fanciullo che i taumaturghi del metodo vorrebbero plasmare a macchina, e averne fantocci tutti d'un pezzo e d'un getto: - al rispetto delle memorie ispiratrici, se vi descrive il ballo esotico nel vecchio palazzo appigionato dai posteri di Farinata, o scaglia sul viso dei gaudenti, dimentichi in carnevale perpetuo, il brindisi che esalta le gloriose quaresime degli eroi trecentisti: - alla carit santa d'Italia madre, quando per l'incoronazione austriaca sfilano in complice schiera i principotti italiani; o lo Stivale fa, dall'orlo al tallone, la sua storia dolorosa; o il poeta in Sant'Ambrogio di Milano, fra que' poveri Croati e Boemi mandati qua a odiare ed essere odiati, sospira una patria per se e per loro; o inculca e ribadisce a quelle polizie miopi e sordastre il delenda Carthago dell'indipendenza dallo straniero; o protesta al suo Gino Capponi contro l'insulto codardo alla Terra dei morti.
E poi, quando lo scherzo ha meno alta intonazione, e ritien pi del bonario e del familiare, ma sempre con qualche vena di malinconico; le Memorie di Pisa, il Giovinetto romantico, il Profugo di Rimini, l'Amor pacifico, il San Giovanni canonizzato sugli zecchini d'oro, Momo salmista e predicatore, le virt della Chiocciola, il re Travicello; nessuna di queste geniali comunicazioni della benevola ironia del Poeta passa pel vostro spirito, senza lasciarvi altres qualche grano di moralit gentile, fermentatrice di bene.

E abbiate altres presenti fin d'ora altre poesie del Giusti (pur abbandonando alla bibliografia le generiche e non caratteristiche, o nate morte che vogliate chiamarle) abbiate, dico, presenti, fra le vitali e vive quelle che non appartengono alla sua Satira: nelle quali, sia nelle poesie che chiamerei addirittura sentimentali, sia in quella Canzone reminiscente all'Alighieri maestro, egli  quanto alla forma un altro poeta, ma l'anima del Poeta, anche in codeste liriche, voi la sentite pur sempre la stessa.
Poeta, dunque, di profondo sentimento , per sua propria missione, questo pur cos amabile ed agile verseggiatore; questo umorista , innanzi tutto, un moralista; questo satirico, nell'atto che ammonisce e sgrida, altres persuade e commuove. E rilevati espressamente tali suoi caratteri, i quali  facile si accompagnino a difetti di aridit, pesantezza, accigliatura pedantesca; se, tuttavia, ci rinnoviamo la dimanda: Chi altri de' nostri , alla pari del Giusti, poeta (come mi  venuto detto) conversevole? la risposta, nella quale credo dobbiamo convenire lettori e critici,  che nessun altro.
Di quanti altri, invero, sappiamo a memoria tanto e cos svariatamente e a pezzi e bocconi, quanto di lui? E non  un saperne a memoria per  averne voluto o dovuto imparare;  l'essersi egli fatto imparare senza che noi ce ne accorgessimo, solo per quel farci tanto pensare e sentire, con immagini e parole e locuzioni e rime trovate cos a proposito e tanto di nostro genio:
Dal

Girella, emerito
di molto merito,

al Credo bestemmiato da Gingillino,

Io credo nella Zecca onnipotente
e nel figliuolo suo detto Zecchino;

dalla Ghigliottina a vapore, che

fa la testa a centomila
messi in fila,

alla visione papale del Gioberti, di

prete Pero, buon cristiano
lieto semplice e alla mano,

che

vive e lascia vivere;

dalla

pallida capelluta
parodia d'Assalonne,


alla coppia felice, che

l'amorosa si chiama Veneranda
e l'amoroso si chiama Taddeo;

dal giro pe' chiostri

contando i tumoli
degli avi nostri,

alla partenza da Pisa, lasciando

la baraonda
tanto gioconda;

dal

Viva la Chiocciola,
viva una bestia
che unisce il merito
alla modestia,

all'esopiano re Travicello

piovuto ai ranocchi;

dal pi o meno manzoniano

Apollo tonsurato
che dall'Alpi a Palermo
insegna il canto fermo,

alla patriottica baffuta Babele, che succhia

sigari e ponci;


dal "Toscano Morfeo" e dal "Rogantin di Modena", al padre X. conservatore dello statu quo: dal Congresso di Pisa che suscita le escandescenze del solito Rogantino, tirannetto

da quattordici al duetto,

all'idillio pacifico, che si direbbe scritto per l'Europa d'oggi,

N mai tanto apparato
d'anni crebbe congiunto
all'umor moderato
di non provarle punto.
Dormi, Europa, sicura:
pi armi, e pi paura.

Rispostici pertanto a quella dimanda, che nessuno de' nostri poeti c' come il Giusti affiatato e accostevole, un'altra subito ce ne facciamo: - Donde attinse egli tale sua qualit? Fu natura? fu magistero? Ne trov egli, studiosamente cercandolo, il segreto? o senz'altro, gli venne fatto cos? Com' che mettendoci in traccia di suoi predecessori, questi non si rinvengono, anche ragguagliando uomini a tempi, arte a vita sociale e civile, n fra i Satirici propriamente detti, dall'Ariosto pel Menzini all'Alfieri; n molto meno fra i Satirici urbani, che dai Latini anche pi direttamente assumono il Sermone e l'Epistola: e neanco poi, dove pi si spererebbe, fra i burleschi, dal Berni pel Fagiuoli e il Pananti al Guadagnoli? -
Infatti, la satira del Cinquecento, della quale l'Ariosto  rappresentante meraviglioso, riflette spiccatamente il Rinascimento, che tutta informa la poderosa letteratura di quel secolo principe, ed  ancor essa, pur con andatura disinvolta e sprezzante, poesia signorile e dotta. La satira dei Secentisti, anche quando col Menzini si atteggia a vivacit fiorentinesca, non cessa di avere per nota sua dominante la declamazione retorica e l'amplificazione curiale. L'Alfieri poi, sfrondando cotesto frascame a buon dritto, per dissangua e stecchisce; e troppo gravemente, all'energia dello stile fa in lui difetto la spontaneit della lingua. Inoltre, il metro consacrato alla Satira  la terzina, la grave e magistrale terzina; come del Sermone  il verso sciolto, che il Gozzi accarezza blandamente, e il Parini magistralmente atteggia e trasforma: metri, l'uno e l'altro, nei quali la virtualit epica prevale sulla lirica, e perci l'intonato e il governato sull'andante e familiare. Troppo dunque siamo, rispetto a chiunque di quelli scrittori, troppo siamo discosti dalla maniera del Giusti.

E questa medesima ragione del metro, gi di per se pone distacco assai fra lui e i cosiddetti burleschi, sinch la forma tradizionale anche di costoro sguita ad essere la terzina, o Capitolo, dal possente Berni e dal Lasca spigliato al corrivo Forteguerri o allo sprolungato Fagiuoli o al Saccenti triviale. Solamente quando il Pananti sostituisce a quelle divenute ormai dicerie la stanza narrativa de' poemi giocosi; la stanza narrativa, in sesta o ottava rima, che altri novellando (innominabili) avevano esercitata pi o meno toscanamente, e che il Pananti atteggia specialmente al dialogo con felicit nuova; e quando il Guadagnoli, con maggior toscanit di chicchessia, assume cotesta umile e svelta sestina per le facezie de' suoi lunarii, alternando ad essa i metri della pi tenue lirica, l'ottonario, il settenario, il quinario; - soltanto allora la poesia burlesca toscana ci fa presentire il Giusti: ma.... Adagio a dare! come dice il popolo: ch chi senz'altro lo aggregasse a quella famiglia di scrittori con la quale pure qualche attacco, massime col Guadagnoli, lo ha, commetterebbe, pi che un errore, un'ingiustizia. Perch bisognerebbe e al Pananti e al Guadagnoli aggiungere una coerenza d'intendimenti s civili e s d'arte, che n l'uno n l'altro ebbero: bisognerebbe addossare al Giusti un bon po' di quella loro, sia pur simpatica, trasandatezza, dalla quale invece egli anche ne' suoi primi tentativi, anche in quelli un po' birichini e della vecchia maniera, quasi per istinto, si tenne lontano: - e poi, forse, sarebbe lecito dire: "Vedete come la poesia burlesca, nel secolo decimonono, si  svolta di mano in mano, dal Pananti passando al Guadagnoli, e da questo salendo al Giusti." Il fatto , che essa in que' due rimase burlesca; e nel Giusti, conservando ma nobilitando l'impronta sua paesana, addivenne lei la Satira nuova, che, messa a riposo l'antica, ne ademp con ben altro vigore di effetti le veci.
E nata satira pi specialmente della regione toscana, addivenne popolare in tutta Italia, s perch a Italia tutta aveva il cuore il Poeta, e s per le virt nazionali della lingua toscana. N in altre regioni d'Italia nostra fu potuta la satira del Giusti imitare tollerabilmente, come pot essere quella del Guadagnoli dal Fusinato veneto. L'Italia ebbe dalla Toscana il suo Giusti; e basta. Rimase poi all'idioma meneghino la gloria del Porta artista sovrano; e il Piemonte patriottico ebbe un di mezzo fra il Giusti e il Branger nelle Canzonette dialettali di Angelo Brofferio; e nel dialetto romanesco, il Belli atteggi a epigramma popolare quel  vecchio peccatore aristocratico del Parnaso italiano, il Sonetto; ve lo atteggi con arguzia che direi non emulata, se non avessimo, parlati dal popolo pisano, i Sonetti di Renato Fucini.


 2.
 
Ma tornando al Giusti, il quesito sulla originalit della sua poesia, fu, almeno indirettamente, cio in questi altri termini, - come fosse ella fatta, e in che assomigli o dissomigli a poesia di altri, - fu proposto assai prima che si curiosasse di critica quanto oggi; e dette occasione a uno scritto di Gino Capponi, che , ad un tempo, e la testimonianza pi autorevole anzi l'autentica, e la critica pi intima, che della poesia del Giusti si sia avuta, anche dopo le belle pagine del Carducci, del Panzacchi, del Camerini, del Martini, del Masi, del Biagi. Rispondeva il Capponi nel maggio del 1851, appena un anno dopo la morte del caro ospite suo, a un articolo del critico francese Gustavo Planche, il quale era venuto narrando a' suoi compatriotti, essere il Giusti una sorta d'improvvisatore che, impaziente o incurante delle bellezze di stile, accettava senza pensarvi la prima parola che gli scendeva gi per la penna: perci privo di vivezza, di eleganza, di precisione, di tutte insomma le doti proprie d'uno scrittore che ami e rispetti l'arte sua. Al che il Marchese, con quel suo sorriso benevolo che gli abbiamo conosciuto e quella temperanza che tanto pi gravi quanto pi miti faceva le sue sentenze, rispondeva, quello essere il ritratto non dell'amico suo ma di altri poeti (i burleschi appunto del penultimo periodo), diversi tanto dal Giusti, quanto "l'et decorsa, in ci ch'ella ebbe di pi sfrontato, discostasi dal sentire della nostra, e dalle norme ch'essa impone ad un'anima e ad una lingua naturalmente gentili." Di questa lingua avere il Giusti, dai grandi scrittori e dal popolo, anche campagnolo, tratto tutto quanto  di pi fino ma insieme di pi nascosto, mediante un senso squisito suo proprio, educato sui classici latini e nostri, ed un grande studio ch'egli poneva con ostinata perseveranza nello scegliere le voci e collocarle industriosamente. Da ci esser venuta alla sua poesia una efficacia piuttosto condensata e ristretta, "intesa com'ella  a penetrare pi addentro"; tantoch aveva egli finito col quasi "negare parte di  s alla spedita intelligenza di molti degl'Italiani suoi" (il che  verissimo, e i commenti venuti dopo lo dicono), non che dei Francesi. E a questi pi particolarmente volgendosi, e "sfidando la Francia tutta" a cogliere il valore di certi motti giustiani, come quello (negli Eroi da poltrona) sulle sorti future d'Italia "Vattel'a pesca", adduceva il Branger, "nome" dice il Capponi "che riviene spontaneo a proposito del Giusti"; e dichiarava che non avremmo noi osato, sebbene tanto pi familiari e alla lingua e alle cose di Francia che non alla lingua e alle cose d'Italia i Francesi, non oseremmo noi, e saviamente, dare sentenza sul Branger (come n su certi altri quasi indigeti di quella letteratura, quali il Lafontaine, il Rabelais), per non risicare di giudicarlo piuttosto facitor di canzonette che poeta. L'onore del qual nome, nel senso di artefice consapevole, e in queste due cose soprattutto insigne, "squisitezza di forma, finezza di espressione", rivendicava egli al Giusti contro la condanna pronunziata dal Planche, che "i versi suoi non vivrebbero".
 passato ormai mezzo secolo; e quei versi vivono, e si ristampano, e (come il Capponi presentiva, n gliene faceva lode) ce li commentiamo: di che non credo che per quelli del Branger, ed  pregio suo e della lingua, si sia mai sentito in Francia il bisogno; perch, cominciando dall'arietta sulla quale, canzon per canzone, sono intonati,  in quelli tutto il di fuori che s' accolto nell'anima del poeta, e ne rivola fuora trillando; laddove il Giusti (che ammirava il Branger; ma quando lo chiamavano il Branger italiano, ci faceva, e non soltanto per modestia, le sue brave eccezioni, cominciando da questa: d'averlo letto dopo essersi "imbarcato da un pezzo") il Giusti aveva lavorato la propria forma con un intendimento del tutto soggettivo e di sua iniziativa, pur mirando a "farsi interprete delle cose che gli stavano d'intorno". Ed invero le forme di que' due Satirici del vecchio mondo, che nel contrasto fra i due secoli "l'un contro l'altro armato" era destinato a frantumarsi, tanto poco, anzi nulla, avevano che fare insieme, che a tentar di adattare (come qualcuno si  provato) alle Chansons la toscanit degli Scherzi, anche quando i soggetti combaciano e si rasentano, si va nel goffo; e qualche imitazione in stile giustesco dal Branger, per esempio, dal Bon Dieu quella del Creatore e il suo mondo, , fra le apocrife appioppate al Giusti, delle pi intrinsecamente aliene, nonostante le apparenze, dal fare autentico e legittimo di lui.

Il quale,  poi da aggiungere che se avesse potuto ascoltare il giudizio del critico francese, non ne avrebbe fatte grandi meraviglie, perch gi si era trovato, com'egli ci racconta, a sentirsi dimandare da un tale qui in casa sua, se avesse letto altro che romanzi e giornali; e ci racconta altres, come "prontissimo ad immaginare, e assai lesto ad abbozzare, era poi una tartaruga a dare l'ultima mano, e credeva che la morte sola gli avrebbe portato via il pennello de' ritocchi": dichiarando espressamente, che quel suo "modo di dir le cose alla casalinga" non provava nulla, e che pur troppo il suo difetto era di non contentarsi mai. E sguita confessando le proprie colpe: la stringatezza cercata; lo studio di apparire; l'aver avuto a combattere con quei metri, "facili in apparenza, difficilissimi in sostanza; i quali se non ti fai sostegno dell'inversione, ti slabbrano da tutte le parti", e la inversione poi va a finire nello "scontorcimento". "Gino Capponi mi aveva ammonito pi e pi volte d'andar per le piane, d'esser semplice e corrente, di lasciare le lambiccature, le finezze sopraffini, le frasi e le parole vistose; perch, dice il proverbio, chi troppo s'assottiglia si scavezza....." Insomma, a lasciarlo dire, e a dargli retta senz'altro, cio senza  far la tara all'ipocondria di quel povero organismo malato, si finirebbe..... altro che l'"improvvisatore" denunziato dal Planche, o il "poeta conversevole" che io ho cominciato, Signore mie, dal ripresentarvi come una vecchia comune conoscenza.... si finirebbe, dico, a concludere che Giuseppe Giusti  uno dei pi pedanteschi e impacciati scrittori che abbiano mai esercitata la pazienza delle nove sorelle.


 3.
 
Il vero , ch'egli aveva, come nessuno de' contemporanei suoi, anche de' maggiori, riassunta alle lettere la toscanit della lingua, tornando alle fonti genuine del parlar popolare, ma questo poi atteggiando con vigoria d'artista in quelle forme di satira che gli eran balzate alle mani, nemmen lui sapeva come, e esperimentatele dapprima in gingilli di poco sugo, e alcuni anche sguaiatelli e volgarucci, con molta diffidenza di s medesimo, le aveva poi deliberatamente elette siccome acconcie al suo disegno, quale gli si era venuto maturando nella mente. E questo era di far servire la Satira a qualche cosa di ben alto; ossia al fine nazionale, verso cui tutte convergevano, serrandosi sempre in pi stretto fascio, le volont e le intelligenze italiane; e di questo ufficio della Satira vera e propria privilegiare la cos detta Poesia giocosa, "ripulendola" son sue parole "dalla vana chiacchiera, dalla disonest, dalla inutilit, che l'hanno "deturpata anco nelle mani dei maestri". Su qualche tentativo da lui fatto di poesia politica nelle forme tradizionali di tanti canzoneggiatori mediocri, egli scrisse di sua mano senz'esitare: "prosa rimata".
La poesia d'intendimenti politici era in Italia rampollata naturalmente da quella d'intendimenti civili del Parini e dell'Alfieri; e pi particolarmente il nome di questo, con gli ideali suoi di antiche virt repubblicane e col disdegno di tutto quanto non fosse sinceramente italiano, era rimasto simbolo di quella italianit, le cui tradizioni, conservate e alimentate dalla letteratura lungo i secoli di servit e decadenza, aspettavano, per fiorire e allignare in novello ordine di cose, occasioni propizie dalle esteriori vicende. Fra queste vicende si trabalz, nei burrascosi anni di Rivoluzione e d'Impero, la musa banderuola del Monti, fantasia mirabile di poeta senz'anima di cittadino, canto di Virgilio senza cuore di Dante: - di mezzo a quelle vicende, mescolandovisi oratore e soldato, cattedratico e pubblicista, il Foscolo, ben altro intelletto, sent che non era Italia in quelle "reggie adulate dove il ricco e il dotto e il patrizio vulgo si seppellivano"; e al risorgere di un "futuro popolo italiano", che l'Alfieri aveva vaticinato, preconizz auspicii degni dai Sepolcri di Santa Croce: - e a questi sepolcri pure si volgeva, pallido della breve esistenza morbosa, il Leopardi, e vi salutava come altare di civil religione il cenotafio di Dante; e al valore italiano, prodigato in terra straniera per gli stranieri derubatori della nostra, evocava la trenodia di Simonide sui Trecento morti con Leonida per la patria. Erano le voci della grande arte antica, erano le virt della civilt grecolatina, che nella latina penisola si risvegliavano spontanee, prenunciatrici legittime della rivendicazione nazionale. Ma dalle memorie dei tempi venuti dopo la caduta di Roma pagana; dalle rovine dell'evo barbaro, di su le quali, all'ombra conserta del Papato e dell'Impero, il Comune era sorto e passato per dar luogo agli Stati; un'altra voce si levava, che inneggiato prima a Cristo liberatore dell'umanit, affigurava poi sotto pi aspetti, e con le forme oggettive del dramma e del romanzo, nelle intrusioni sovrapposte di Longobardi e di Franchi, nelle guerre fratricide degli Stati indipendenti, nelle vergogne lacrimevoli dell'oppressione spagnuola, tutta la storia luttuosa delle servit italiche; e in nome della cristiana civilt affermava, nel cospetto delle altre nazioni, la esistenza d'una nazione italiana. Era la voce di Alessandro Manzoni, ed era la prigionia del Pellico, erano dall'esilio i canti del Berchet e del Rossetti, erano sulla scena classica o medievale le figurazioni storiche del Niccolini, e nel romanzo quelle del Guerrazzi e dell'Azeglio; che accompagnavano i moti del '21 e del '31, e mantenevano, invitto a tutte le repressioni violente, non mai sodisfatto sin che avesse trionfato, il sentimento della patria.
Di questo sentimento volle il Giusti essere l'interprete in quella forma di poesia, dove la servit non pure aveva impedito le manifestazioni della verit nuda e cruda, ma aveva anzi favorito la sostituzione della burla, dell'equivoco, della dissimulazione, della bugia. Ed era complemento oggimai necessario, massime dopo i casi del '31 e l'avvento regio della borghesia in quella Francia ormai da pi di quarant'anni teatro di tutto il mondo politico europeo, era, dico, necessario che la poesia nostra non solo derivasse dal passato le grandi ispirazioni e gli ammaestramenti, gli ammonimenti e  i rimproveri, ma per entro al presente valesse e sapesse rimuginare il bene e il male della vita quotidiana, e in vive figure atteggiarlo: n ci poteva fare con efficacia, se non adattando a tale figurazione la veste dell'ironia, dello scherzo, dello scherno; n questa veste poteva contessersi che di forme per eccellenza idiomatiche, cio a dire toscane. Con tale concetto aveva il Leopardi data forma alla sua Batracomiomachia allegorica, ringiovanendo con felicit di grande artista il poemetto eroicomico; non per aspirando certamente con quello, in pieno secolo decimonono, a popolarit di lettori, di recitatori, d'imitatori. Con tale concetto Cesare Correnti, salutando anonimo l'anonimo Poeta toscano "delle vispe e mordenti caricature", dopo ricordato che "dalle sublimi imprecazioni dell'Alighieri alle calme e solenni proteste del Manzoni, la poesia non disert mai la causa della patria e della sventura, non disper mai della giustizia di Dio e dell'avvenire del Popolo", diceva che ben da Milano, quartier generale degli oppressori, eran venute le "melodie rossiniane" del Berchet, "ma dall'arguta Toscana, dalla patria del Berni e della commedia italiana, doveva venire il poeta popolare della satira e dello scherno".



 4.
 
Di quale satira e di quale scherno, e in quanto simile e in quanto no a quelli dei predecessori, il Giusti lo ha raccontato in quell'aneddotino tra carnevale e quaresima, che intitol I brindisi. Dove egli, raccolti in brigata i tipi appunto della sua satira, fa prima brindisare l'abate volterriano nelle solite sestine da colascione, lardellate di equivoci tra il grasso e il magro, il sacro e il profano; e poi s'alza lui, e in strofette saffiche dove il quinario  come l'aculeo dell'ape che sfiora e della vespa che punge, d l'are al "Brindisi per un desinare alla buona":

A noi qui non annuvola il cervello
la bottiglia di Francia e la cucina,
lo stomaco ci appaga ogni cantina
ogni fornello.
. . . . . . . . . . . . . . .
Chi del natio terreno i doni sprezza
e il mento in forestieri unti s'imbroda,
la cara patria a non curar per moda
talor s'avvezza.

. . . . . . . . . . . . . . .
O nonni, del nipote alla memoria
fate che torni, quando mangia e beve,
che alle vostre quaresime si deve
l'itala gloria.
. . . . . . . . . . . . . . .
Tutto cangi: ripreso hanno gli arrosti
ci che le rape un d fruttaro a voi;
in casa vostra, o trecentisti eroi,
comandan gli osti.
E strugger poi, crocifero babbeo,.....

Al qual punto il malcapitato padron di casa interrompe, col pretesto del caff; e il poeta ci regala la parte rimastagli in tal modo fra il bicchierino e la chicchera:

E strugger puoi, crocifero babbeo,
l'asse paterno sul paterno foco,
per poi, briaco, preferire il cuoco
a Galileo;
e bestemmiar sull'arti, e di Mercato
maledicendo il Porco, e chi lo fece,
desiderar che ve ne fosse invece
uno salato?
. . . . . . . . . . . . . . .
Oh beato colui che si ricrea
col fiasco paesano e col galletto!
senza debiti andr nel cataletto,
senza livrea.

Programma, com'oggi dicesi, del suo poetare; in contrapposto, annotava egli stesso, alle "brutte facezie, che hanno avuto voga per tanto tempo, lusingando l'ozio e la scempiataggine".
E nella "Origine degli scherzi", altra saffica che ben a ragione  stata chiamata la sua "Arte poetica", dice come, dopo avere da giovine "sbagliato se stesso" e "pagato al Petrarca il noviziato", la coscienza aveva rettificata la sua vocazione, e di mezzo alle due scuole d'allora de' Classici e de' Romantici aveva fatto balzar fuori la satira sua paesana, "nel suo volgare, col suo vestito", satira nutrita d'amarezza e di sdegno, "riso che non passa alla midolla", come quello del saltimbanco,

che muor di fame, e in vista ilare e franco
trattien la folla.

E "a uno scrittor di satire in gala"

Vedi piuttosto

diceva

di chiamare al banco
i vizi del tuo popolo in toscano,
di chiamar nero il nero e bianco il bianco,
e di pigliare arditamente in mano
il dizionario che ti suona in bocca,
che, se non altro,  schietto e paesano.

Sul qual proposito, per,  bene intendersi; e mi parrebbe ormai l'ora, prima che s'esca dal secolo che fra poco a chiamar nostro rimarremo soli noi vecchi.  stata una superba malinconia de' signori ottocentisti (consegnamoci senz'altro alla storia), una malinconia superba o piuttosto una iattanza vana, questa: che solamente a' d nostri la letteratura italiana si sia giovata della lingua viva o, come  di moda dire, parlata; e ci specialmente a rovescio e in onta di quel gran signore che fu il Cinquecento, il quale, a sentir cotesti scriventi loro soli la lingua parlata, non fu che uno sfarzoso accozzatore di locuzioni boccaccevoli, di emistichii petrarcheschi, di periodi ciceroniani. La verit vera  invece, che ciascun secolo ha scritto la lingua che parlava, finch e nello scrivere e nel parlare non  entrata, con la servit politica e, peggio con la intellettuale e morale, la corruzione anche dell'idioma; il che fu solamente dopo passato il Secento: e che se a' nostri giorni, col rivendicare il diritto e lo stato politico di nazione, ce ne siamo altres venuto rifacendo, il meglio che si poteva, il carattere; se per la restaurazione di questo nella lingua, si  voluto e saputo, dopo la regressione al nazionale antico operata artificialmente ma non senza utilit dai puristi, volgerci al nazionale vivente interrogando il popolo, e cio il popolo di quella fra le regioni nostre che sola non abbia dialetto; tutto cotesto non vuol dire, come per certuni parrebbe, che la letteratura italiana incominci da quando si  racquistato il sentimento italico della toscanit; da quando l'unit della lingua in Firenze, non pi astrazione litigiosa fra uomini di lettere dal Bembo al Monti,  divenuta una cosa dimostrata col fatto, meglio che con le teorie, dall'Autore dei Promessi Sposi; n che il Giusti (per tornare al nostro argomento) sia quello fra i poeti che abbia, lui per primo, dato l'esempio del "pigliare arditamente in mano il dizionario che ci suona in bocca": lui che, del resto, in una delle sue prefazioni, defin la propria "un genere di poesia che pu avvantaggiarsi di tutta la lingua scritta e di tutta la lingua parlata".
Sarebbe non breve discorso, e trattazione d'un argomento a s, il mostrarvi come cotesto dizionario si  saputo maneggiar sempre e da tutti, grandi e piccini, anche nel prevalere di questo o quello stile (perch altro  lingua, altro  stile) fatti invalere fra gli scrittori dall'autorit preponderante di questo o quello fra i nostri solenni maestri, e specialmente nel Cinquecento dal Boccaccio e dal Petrarca. Mi contenter (e non voglio entrare nella prosa, solamente perch vi parlo di poesia) mi contenter di due soli esempi: e uno sia nientemeno che Dante. Non per la Commedia: la quale pure sappiamo oramai quanto grande portato ella sia, propriamente del volgar fiorentino del Due e Trecento (e le postille del Giusti al divino Poema mostrano com'egli ne sentisse tutta l'attualit, di contenuto e di forma); non pel Poema, dico, ma invece per certi Sonetti che Dante scrisse poco dopo il 1290, e che da quanto erano, diciamolo pure, piazzaioli, non si volevano nemmeno riconoscere per suoi; ma che pur troppo sono e suoi e del suo parente Forese Donati (colui che poi mand, al Purgatorio fra i ghiotti), col quale fanno a dirsele a botta e risposta con quello zelo che in simili casi la parentela suole ispirare. Or bene, chi raffronti i documenti poetici di cotesta Tenzone di giovinastri con un certo Saggio di lingua parlata del Trecento cavato dai Libri criminali di Lucca da un ingegnoso erudito vivente, vedr che il dizionario "schietto e paesano" del Giusti il divino Poeta lo sfoglia, pe' suoi tempi, con abbastanza modernit. L'altro esempio  di messer Angelo Poliziano, il poeta dell'Orfeo e della Giostra, il principe degli umanisti nel Rinascimento, che per fu anche il gaio rimatore delle Canzoni a ballo e  dei Rispetti. Ora io vorrei potervi leggere un paio solamente di quelle vispe e succinte e ogni tanto sboccate poesiole, e ne sceglierei due che si potrebbero intitolare, l'una Il segreto d'amore e la confessione, e l'altra Il galletto, la chiocciola e la nave in porto; e poi vorrei dimandarvi, se il Giusti, che nella sua piuttosto scarsa erudizione  presumibile non le abbia mai lette, avrebbe potuto ricusare all'eruditissimo fra i poeti la lode, che esso il Giusti, in quella sua Arte poetica degli Scherzi, si arrogava a buon diritto, di non avere "svisato i propri concetti" per l'ambizione di "tradurre s stesso". Vi assicuro che le gentildonne fiorentine, leggendo a diletto in questo palazzo mediceo le strofette incantevoli del Poliziano, non avranno avuto alcun bisogno di ritradurre.
Pi altri esempi ci offrirebbero e la poesia burlesca e la comica del Cinquecento, e nell'et di decadenza que' tali poeti con cui vedemmo che il Giusti per le qualit sue esteriori si ricongiunge. Il Fagiuoli, in quel suo interminabile profluvio di Capitoli slombati, ha qua e l, a sprazzi, dei quadretti di genere, dove la lingua fiorentinissima (e ben poco ci corre da quella d'oggi) colorisce graziosamente que' suoi fantoccini dal vero. E il Saccenti, dipingendo, pur dal vero, la vita di provincia degli ultimi tempi medicei; e il Pananti, la girovaga del Poeta di Teatro ne' primi decennii del secolo; e il Guadagnoli, la Toscanina patriarcale dell'ultimo Lorenese, e il tran tran di quel mondo che, secondo la comoda teoria del ministro Fossombroni, andava da s; non vengon meno, n il Saccenti n il Pananti n il Guadagnoli, - mentre il buon marchese Angiolo d'Elci seguitava tranquillamente a scrivere le sue Satire in classico stile - non vengon meno davvero al dizionario che sonava in bocca dei loro valdarnesi e mugellani, e dei fedeli abbonati d'anno in anno al prezioso lunario di Sesto Caio Baccelli. Diciamo altres che certi dialoghetti del Sesto Caio (il Baccelli infreddato, per esempio, o il Baccelli zoppo, o dello stesso Guadagnoli il bozzetto villereccio di Gosto e Mea), certe scenette pur dialogate del Pananti (quelle con lo zio prete, i battibecchi dei commedianti fra loro e col poeta), se non raggiungono l'efficacia drammatica che il Giusti infonde in quei bozzetti mirabili delle Istruzioni a un emissario, della Spia dopo le riforme, dei dopopranzo di Taddeo e Veneranda, delle disperazioni della moglie di Maso nel Sortilegio, son tuttavia derivazioni dalla medesima fonte che il Giusti  poi parso aver egli disuggellata.

Se non che il Giusti fu, e doveva essere, messo sopra a quelli altri, perch nessuno di essi seppe o volle adoperare e temperare la lingua del popolo toscano alle alte cose alle quali lui la indirizzava; e nessun d'essi altres aveva nell'anima ci che il Giusti ci aveva, e che espresse nelle poesie che ho chiamate sentimentali; All'amica lontana, Affetti d'una madre, La fiducia in Dio, Il sospiro dell'anima, A Roberto nel 1841, A una giovinetta nel '43, e in quella stupenda, nona rima fra il '46 e il '47 a Gino Capponi, dov'egli, in cospetto del rinnovamento italiano e delle speranze magnanime, pronuncia il non sum dignus d'essere il censore del suo popolo risorto e ringiovanito.  il Giusti, che gareggiando con lo scalpello del Bartolini, scolpisce in un verso

quasi obliando la corporea salma

l'abbandono in Dio di chi non ha pi altra speranza quaggi.  del Giusti quella sublime espressione de' suoi ardimenti e sgomenti d'artista:

Sdegnoso dell'error, d'error macchiato,
or mi sento co' pochi alto levato,
ora gi caddi e vaneggiai col volgo!
. . . . . . . . . . . . . . .
E anch'io quell'ardua imagine dell'arte,

che al genio  donna, e figlia  di natura,
e in parte ha forma della madre, e in parte
di pi alto esemplar rende figura;
come l'amante che non si diparte
da quella che d'amor pi l'assicura,
vagheggio, inteso a migliorar me stesso,
e d'innovarmi nel pudico amplesso
la trepida speranza ancor mi dura.

Sono del Giusti, o Signore, di questo poeta degli Scherzi, i versi pi belli forse ne' quali abbia mai parlato la madre al figliuolo:

Goder d'ogni mio bene
d'ogni mia contentezza il ciel ti dia;
io della vita nella dubbia via
il peso porter delle tue pene.
Oh se per nuovo obietto
un d t'affanna giovenil deso,
ti risovvenga del materno affetto!
nessun mai t'amer dell'amor mio.
E tu nel tuo dolor solo e pensoso
ricercherai la madre, e in quelle braccia
nasconderai la faccia;
nel sen che mai non cangia avrai riposo.

Di cotesta vena, che in quelli ed in altri suoi versi si effonde, talvolta, se volete, con un certo languore lamartiniano, ma altres con una delicatezza  d'imagini e soavit di concetti e nitidezza di frase, che li sollevano di gran tratto dalla comune maniera di certo romanticismo morboso; di cotesta, che  poi soprattutto vena d'affetto gentile; non c' quasi poesia delle sue satiriche che non ve ne trapeli qualche stilla: in alcune poi, come nel Sant'Ambrogio, l'affetto  la nota dominante. Ben a dritto si sentiva egli lieto d'avere "di carit nell'onde temprato l'ardito ingegno, e tratto dallo sdegno il mesto riso."
E pi che io ripenso a tuttoci, e come questo sia uno dei distintivi nobilissimi della sua poesia, meno mi capacito, anche solamente per questo, come "scrittore di piccola mente" potesse (dispiace ricordarlo) potesse parere Giuseppe Giusti a Niccol Tommaso. E si avverta che il Tommaso stesso, scrivendo al Capponi, riconobbe "elaborate e maestrevoli" le poesie del Giusti, vide in quel lavoro i "belli e svelti panneggiamenti dell'arte"; contuttoci, gli parve che negli sdegni e sogghigni "del poeta, il cuore non parlasse". E preg il Capponi ad ammonirnelo: ma il Capponi, come vedemmo, d'altro s l'ammon, ma non di questo. N so invero chi possa, pur reverente all'autorit del Tommaso, consentire con lui in cotesti giudizi. Poteva il Tommaso trovare difetti, magari  pi difetti che virt, nelle poesie del Giusti; la stessa sorte ebbero, presso l'austero critico, il Foscolo e il Leopardi: potevano offenderlo certe, come egli disse, "celie profane", e metteva fra queste anche il combinarsi alcune bizzarrie metriche, che al Giusti avean fatto comodo, con l'innodia popolare della Chiesa. Ma "scrittori di piccola mente" e senza espansione di cuore, erano rimasti gli altri satirici toscani, dai quali il Giusti si stacc, come vedemmo, e si sollev: in lui, anche sottoposto a giudizio, non che severo, acre,  debito riconoscere altezza di mente, finezza d'arte, potenza di sentimento; e fra i restitutori della italianit, nel secolo che doveva finalmente veder rivendicata l'indipendenza e l'unit d'Italia, segnare con sicura mano il suo nome. Non faremo che sottoscrivere una sentenza di Alessandro Manzoni.
Il nome suo di poeta. Come prosatore,  minore d'assai; e francamente pu dirsi che nelle sue prose, troppo spesso prevalga la maniera all'ispirazione. Le hanno esaltate oltre il dovere quei teorici della lingua parlata che dicevo poco fa. Stando ai loro criteri, si sarebbe dovuto scriver tutti a quel modo, e concluderne che solamente dopo sei secoli la lingua nostra avesse sciolto lo scilinguagnolo. Era un po' forte ad ammettersi; e quel  vampo scolastico ha cominciato da un pezzo a dar gi. Io credo che il Giusti non avrebbe ambite lodi consimili, e che sopra teorie di tal fatta ci avrebbe architettato volentieri uno di que' suoi scherzi, coi quali ironeggi sopra altre utopie non pi fondate di questa. Del resto, la prosa sua la martellava, e come! Tormentava persino le lettere che scriveva agli amici; e il suo Epistolario, anche quando il Martini e il Biagi ce lo avranno dato genuino ed intero, seguiter a farne testimonianza, anzi pi espressa e sensibile. Quei difetti che abbiamo sentito il Capponi rilevargli, e che egli riconosceva, nella prosa stridono anche di pi: perch sono difetti (come il Capponi dice) di squisitezza; e la poesia, anche la familiare e satirica, consente alquanto pi, che non la prosa, la ricerca del non comune, nel che appunto sta (come il vocabolo stesso significa) la squisitezza. Non  qui il caso n il luogo: ma se volessimo esemplificare, sia dalla prosa sia anche dai versi, si farebbe capo le pi volte ad abusi di locuzione figurata, con elementi non sempre coerenti fra s e col soggetto, qualche altra volta a frasi e costrutti un po' sforzati; come pure non  lodevole certo scintillo di concetti continuato, che finisce con l'ingenerare stanchezza e monotonia. Tuttavia il Camerini, che  fa anch'esso' quest'appunto della squisitezza, ha altres queste parole: "Ma quella lettera a Drea Francioni dalle montagne pistoiesi, che finisce con la mirabile dipintura del ballo villereccio in casa del notaro,  bella come le sue pi belle poesie." E dice bene.


 5.

N per ultimo possiamo, anzi non dobbiamo, dimenticare ch'egli mor a quarant'anni. Mor col presentimento che la sua poesia fosse finita con lui, ed augurando che fosse. "Sento" scriveva nel '47, ma per nell'atto di raccogliere i suoi versi, "Sento che questo modo di poesia comincia a essere un frutto fuori di stagione, e vorrei elevarmi all'altezza delle cose nuove che si svolgono dinanzi ai nostri occhi con tanta maest d'andamento..... Se mi dar l'animo di poterlo tentare, certo non me ne star: se poi non mi sentissi da tanto, non avr la caponeria d'ostinarmi a sonare a morto in un tempo che tutti suonano a battesimo". E nel '48, preparando un'altra edizione, che doveva pur troppo uscir postuma nel  '52 per cura del Capponi e del Tabarrini: "Perch dovrei ostinarmi a straziare chi s' corretto, se io appunto non desiderava altro che tutti ci correggessimo? E vero che agli errori e ai vizi di tempo fa, sono succeduti i vizi e gli errori delle cose recenti: ma io, lieto di vedere aperta la via del bene, non ho pi cuore di menare attorno la frusta; e col mio paese ringiovinito, ritorno anch'io ai sogni sereni e alla fede benigna della primissima adolescenza. E questa fede posso dire non essersi spenta mai nell'animo mio; e il non aver derisa la virt, e la stessa mestizia del verso sdegnoso, spero che valga a farmene larghissima testimonianza". Erano i giorni de' quali l'amico Panzacchi ha evocato qui, o Signore, dinanzi a Voi la giovinezza e la poesia; e in quei giorni appunto, il Giusti con parole di cittadino e d'artista, degni l'uno dell'altro, aggiungeva: "Ora che il popolo, eterno poeta, ci svolge dinanzi la sua maravigliosa epopea, noi miseri accozzatori di strofe, bisogna guardare e stupire, astenendoci religiosamente d'immischiarci oltre nei solenni parlari di casa. L'inno della vita nuova si accoglie di gi nel vostro petto animoso, o giovani, che accorrete nei campi Lombardi a dare il sangue per questa terra diletta: ed io ne sento il preludio  e ne bevo le note con tacita compiacenza. Tocc a noi il misero ufficio di sterpare la via; tocca a voi quello di piantarvi i lauri e le quercie, all'ombra delle quali proseguiranno le generazioni che sorgono. Lasciate, o magnanimi, che un amico di questa libert che vi inspira la impresa santissima, baci la fronte e il petto e la mano di tutti voi. L'Italia adesso  cost: cost, ove si stenta, ove si combatte, e ove convengono da ogni lato, quasi al grembo della madre, i figli non degeneri, i nostri primogeniti veri."
Primogenitura di cuore e di braccio, che, nonostante tutto, si  continuata sino ai d nostri; e che, oggi compion tre anni, sul campo doloroso ma glorioso di Adua rese nuova testimonianza di fede e di sangue all'Italia e alla Civilt. E se a me fosse lecito evocare dai sepolcri la immortale poesia della patria, oggi dal colle di San Miniato, memore della gloria di Firenze repubblicana, le ossa di Giuseppe Giusti manderebbero, fremendo, a quei valorosi il saluto d'Italia madre; e la voce, con la quale il Poeta accompagnava le prime battaglie per l'indipendenza, echeggerebbe sino a quelle plaghe lontane, dove i nostri figliuoli e fratelli, obbedendo alle leggi della patria, son caduti sotto la stessa bandiera.
Quella voce, per essere non atteggiata in misura di verso, non era per meno voce di poeta. Ch del resto, la musa del Giusti, e in quel tempo lieto e nel triste che poi subito sopravvenne (e le cui tristezze rimugin egli, nelli estremi del viver suo, in pagine di Cronaca dolorose) la musa sua non sofferse gi di tacere affatto. E come a Leopoldo secondo aveva, per le Riforme del '47, rivolto l'omaggio del libero verso,

Signor, sospeso il pungolo severo,
a te parla la Musa alta e sicura,
la Musa onde ti venne in pro del vero
acre puntura;

cos in quell'effimero barattarsi di libert infida e di licenza sconclusionata, che ricondussero tragicamente questa e le altre parti d'Italia, salvo il predestinato Piemonte, nell'antica miseria, il Giusti alle rime sentimentali, di cui pur di quel tempo lasci tra le sue carte frammenti bellissimi, altre ne altern della sua vecchia maniera, come la Repubblica (a Pietro Giannone); il Deputato (a Rosina); e (finiti o sbozzati) quei dialoghetti d'una supposta commedia, Granchio e Ventola, Trippa e Ganghero, Crema e Vespa; e i Sonetti epigrammatici, le Maggioranze, l'Arruffapopoli, scoccati fra una seduta e l'altra del parlamento toscano in Palazzo  Vecchio; ed anche qualche svolazzo lirico d'un inno patriottico, rifioritura d'altro simile tentativo fatto da studente pei moti del '31. Non pu dunque dirsi, che dinanzi alle cose grandi la sua poesia, che di tante piccinerie aveva fatta giustizia, si tenesse in disparte; n molto meno gli si attaglia la similitudine trovata dal Guerrazzi, di Sansone che, dopo avere scosse le colonne del tempio, si ritragga impaurito de' calcinacci che cascano. Dopo il '48, non cascarono calcinacci, pur troppo: furono rovine, e non di ci che il Giusti aveva cooperato a demolire, ma di quello che e il Giusti e il Guerrazzi, e tutti i preparatori, avevano per modi diversi faticato a mettere in piedi.
Altre rime poi, fra il '48 e il '49, hanno il sentore d'una maniera nuova, che senza sguagliar troppo dallo stile ormai caratteristico del Poeta, procede pi severa e composta, parineggiando quasi, ma sempre con vivacit toscanissima. Di questo nuovo atteggiarsi della poesia giustiana  singolare documento l'Ode dello scrivere per le gazzette, dov'egli promette a s medesimo che non pi

in aperto motteggio
travier la rima,

mentre pur vuole "ripigliare il pungolo", che  nella beata illusione de' nuovi tempi avea creduto poter deporre: e si volge attorno, e vede la demagogia pullulata

come in pianura molle
scoppia fungaia marcida
di suolo che ribolle;

e da cotesto brutto spettacolo l'anima sua vola, e vola la strofa, alata veramente, all'ideale, da quei sozzi vapori ottenebrato, all'ideale della patria:

O veneranda Italia,
sempre al tuo santo nome
religoso brivido
il cor mi scosse, come
nomando un caro obietto
lega le labbra il trepido
e riverente affetto.
Povera madre! il gaudio
vano, i superbi vanti,
le garrule discordie,
perdona ai figli erranti;
perdona a me le amare
dubbiezze, e il labbro attonito
nelle fraterne gare.
Sai che nel primo strazio
di colpo impreveduto,
per l'abbondar soverchio
anche il dolore  muto;

e sai qual duro peso
m'ha tronchi i nervi e l'igneo
vigor dell'alma offeso.
Se trarti di miseria
a me non si concede,
basti l'amor non timido
e l'incorrotta fede;
basti che in tresca oscena
mano non prsi a cingerti
nuova e peggior catena.

I primi versi di questa tenera filiale apostrofe sono stati scolpiti sulla base del monumento che fra i dolci colli del suo Monsummano lo ricorda ai credenti ancora nella religione della patria. N vi si leggono senza commozione, n senza pensare che forse era quella (a me par di sentirlo con sicurezza) la forma evolutiva che ne'tempi novissimi avrebbe assunta la sua poesia. Que'tempi egli non vide, morendo sull'inizio del salutare decennio espiatorio, che ci condusse al '59. Le stanche ossa del Poeta posarono nel bel colle di San Miniato; e sulla tomba la parola del suo Gino attest il compianto e l'onoranza d'Italia, per avere,

con arguto stile castigando i vizi
senza toglier fede a virt,
inalzati gli uomini al culto dei nobili affetti
e delle idee generose.


Manc a quel decennio l'ammonimento del mesto e cruccioso suo verso; manc ai giorni delle pugne supreme e della vittoria il suo canto augurale. Cos non paia, o Signori, che sia mancata alla decadenza delle libere istituzioni, all'obliosa ingratitudine dei dopo venuti, all'offuscamento de' principii di moralit civile, all'infiacchimento delle energie d'una nazione che ahim troppo presto sarebbe esaurita, sia mancata la educatrice satira del Poeta, il quale non avrebbe accettato gli si raddoppiassero gli anni brevi di vita concessigli, se avesse dovuto ripigliare da vecchio, non pi il pungolo d'Orazio sopra una societ intorpidita e resta, ma il flagello di Giovenale sopra una degenerazione di cittadini che tradissero le sante speranze della patria, per virt di Re e di Popolo, dopo secoli di pianto e di sangue, a s medesima restituita.

Firenze, 1 marzo 1899.




G. G. BELLI E LA VITA ROMANA.
 
CONFERENZA DI ALFREDO BACCELLI.

 [La conferenza di Baccelli  sotto copyright fino al 2026, ed  stata rimossa da questo file]


 IL TEATRO UNA MUSA SCOMPARSA
 
CONFERENZA DI VINCENZO MORELLO.



Signore e Signori.

Le conferenze di quest'anno abbracciano, voi sapete, il periodo storico che va dal 1846 al 49: breve periodo, che nella sua temperatura tropicale fa sbocciare insieme tutti i germi sparsi nella storia dell'idea nazionale. - Ma il mio tema m'impone di rifarmi un po' indietro nel tempo, e, poich del teatro non si  parlato e non sarebbe stato possibile parlare nelle conferenze dell'altr'anno, di studiare tutta la produzione dalla prima met del secolo.
Non breve cammino - come vedete - e forse non lieto. Non lieto. La comedia, in questi cinquant'anni, non ha freschezza e non ha eleganza, e il dramma ha forse troppe violenze e troppi furori. Non fiorisce la gioia nella societ italiana, e non s'accende l'amore sulla scena. Manca la donna.  cio il sorriso, la grazia, la bellezza, l'errore, il peccato; e manca la libert, cio la forza d'impulsione e d'espansione di tutti i pensieri e di tutti gli affetti umani. Se non vi  sole nell'aria, passano inavvertite le figure umane sulla lastra fotografica; e se non vi  amore e libert nella vita sociale passano inavvertite le figure umane sulla scena. - Il dramma, almeno, si rifugi nella storia, e col calore del sentimento patriottico diede alla morta gente ancora un palpito di vita, un gesto di gloria. Ma la comedia tent invano di spingere il suo carro nelle vie e nelle piazze, e di agitare la sua maschera nelle fiere e nelle case. Le vie e le piazze erano deserte: le fiere e le case erano mute. Le feste dionisiache erano da un pezzo finite nelle terre d'Italia!
La comedia  un'espressione di vita; e dove questa manca, manca anche quella. Paragonate, di fronte alla miseria nostra, la ricchezza della Francia, nello stesso tempo, nella stessa forma d'arte.
Nessun paese credo possa vantare una pi varia e abbondante produzione teatrale, che la Francia nella prima met del secolo: comedia di carattere comedia di costume; dramma storico o dramma sentimentale. Una nuova societ ivi sorgeva, e, sorgendo, amava, lottava, combatteva, gesticolava: un  vero semenzaio d'anime, un vero nido di spiriti nuovi che provano il canto e le penne nella primavera del secolo: un vero brulicho di sostanze embrionali che si sforzavano di fissarsi e determinarsi in un nuovo ordine e in una nuova forma. L'antica societ francese era spezzata, se non vinta; la tradizione ricominciava dall'89, se non dal 93: il plebeo, diventato generale sotto Napoleone, costretto a ridiventare rivoluzionario sotto i Borboni, per conquistare sotto Luigi Filippo il potere prima e la ricchezza dopo, e col potere e la ricchezza una fisionomia propria e un proprio atteggiamento, era un tipo maturo per il teatro. E voi vedete, o Signori, attraverso la formazione di questo tipo quanta vis comica e drammatica, e quanta materia d'osservazione e di discussione nella relativa formazione del costume e del gusto. - Ma in Italia! Mai societ fu pi stremata, mai vita fu pi triste, pi sconsolata, pi tribolata. Dopo il periodo napoleonico, che, malgrado le leve forzate e le spoliazioni, aveva almeno influito, come disse il Foscolo, a ridestare un po' gl'ingegni, ed agguerrir le forze fisiche nella disciplina e nello studio; dopo quel periodo, dunque, la vita italiana fu a un tratto soppressa, per decreto internazionale - del quale fu affidata all'Austria l'esecuzione. Chi pag le spese della catastrofe napoleonica, in fondo, fu l'Italia. Il movimento di reazione del '15, che con troppa argutezza diplomatica fu detto di restaurazione, non ebbe altro campo di espansione che l'Italia. Da Odoacre in poi, non s'era vista nel nostro paese una pi ardita invasione barbarica, di quella che mosse moralmente dal Congresso di Vienna. Tutto il popolo condannato quasi a domicilio coatto, messo sotto sorveglianza, spiato, punzecchiato, insidiato, oppresso. Che fare? Come i cristiani per sfuggire alle persecuzioni imperiali si chiusero nelle catacombe, gli italiani si chiusero nelle stte. Ora voi sapete, Signori: la comedia ha bisogno, per esplicarsi, di lingua sciolta, di spiriti agili, di costumi aperti, di abitudini amabili; ha bisogno, per muoversi, di quella media temperatura cerebrale e sociale nella quale possa agevolmente fiorire la grazia, il sorriso, l'arguzia, la malizia, la critica: proprio gli elementi e la temperatura assolutamente contrari a quelli in cui si raccoglie e si concentra la vita delle stte. Ora dite voi se in un paese, in cui i cittadini son costretti di adottare come mezzo di propaganda la cospirazione, in un paese in cui il silenzio  una legge e la reticenza una difesa, in cui lo spionaggio toglie la libert dei movimenti intellettuali, in un paese in cui la polizia d l'orario della giornata e le formule del cerimoniale, e il prete la guida delle amicizie, il consiglio delle letture, e perfino il regolamento dei giuochi e delle feste, dite voi se sia possibile che la comedia si levi a guardare, in alto ed in basso, nel cuore o nel costume, nei vizi o nelle leggi, dei privati o del governo. In tali condizioni, la povera Talia non pu, al pi, che proteggere mestamente le innocue abilit dei tre Ludro, le vuote preziosit della Fiera, le modeste ingenuit dell'Ajo nell'imbarazzo. Non osservazione, non sentimento, non caratteri, non abilit tecnica, e neppure lingua italiana, in simili produzioni. Le idee dei personaggi non vanno al di l del palcoscenico; gli stessi personaggi, parassiti, cavalier serventi, mogli leggere, mariti compiacenti, non derivano nemmeno dall'esperienza dei loro autori, e si muovono in un mondo che nel 1830 non esiste pi. E se gli autori, Alberto Nota, il conte Giraud, Augusto Bon, sono a loro volta ricordati,  solo con un intento negativo: per dimostrare, cio, che Goldoni non ebbe figliuoli n eredi nella storia dell'arte italiana.
Possiamo dunque passare senza fermarci accanto ai silenzi di questo chiuso mondo della comedia; - e  volgerci, invece, a interrogare i grandi fantasmi del teatro eroico, che i nostri poeti civili han richiamato dalle lontananze della storia, consiglieri e aiutatori nella riconquista del paradiso perduto di nostra gente: la coscienza nazionale.

***

Primo di questi fantasmi, sulla soglia del secol novo: Cajo Gracco.
Proprio sulla soglia del secolo, nel 1801, Cajo Gracco leva la sua voce possente di tribuno, e chiama quasi a plebiscito il popolo italiano, dalla scena:

Io per supremo
Degli di beneficio, in grembo nato
Di questa bella Italia, Italia tutta
Partecipe chiamai della romana
Cittadinanza, e di serva la feci
Libera e prima nazon del mondo.
Voi, romani, voi sommi incliti figli
Di questa madre, nomerete or voi
L'italana libert delitto?

No - rispondono i cittadini.

No: itali siam tutti, un popol solo,

Una sola famiglia....
.... Italiani
Tutti, o fratelli.

Con questa affermazione, con questa votazione plebiscitaria, la poesia saluta la patria al principio del secolo.
Che cosa  dunque questo Cajo Gracco?
Il Monti aveva gi dato al teatro Aristodemo e Galeotto Manfredi - due tragedie di mediocre invenzione e di mediocre struttura, senza caratteri, senza movimento, senza passione, malgrado la prima fosse sonante di liriche declamazioni, rimaste modelli del genere. Col Cajo Gracco egli diede alfine un'opera d'arte organica e forte, animandola di tutto il contenuto politico e morale ch'era pi proprio ai suoi sentimenti, e, vorrei dire, pi continuo e resistente nella troppo rapida variet e variabilit dei suoi princip e delle sue opere.
Il Monti era un uomo debole. A ben considerarlo, par che non stia in piedi, che non abbia spina dorsale, e senta sempre bisogno di appoggiarsi a qualche cosa o a qualcuno; specie, se la cosa sia il governo e la persona un potente. Ma, a un tratto, per una strana esaltazione di tutte le sue facolt morali, per un impetuoso risorgimento di tutte le sue forze poetiche, come se una divina primavera  fosse passata sulle cime della sua fantasia e della sua coscienza, egli riesc, a un dato momento della sua vita, a dare unit artistica agli elementi pi puri e pi belli che aveva sparso nelle varie sue opere, che per una ragione o per l'altra aveva dovuto rinnegare, o scusarne le origini e i motivi. E cre il Cajo Gracco. Il quale, secondo me, rappresenta una grande e solenne protesta: la pi grande e solenne protesta che la letteratura del tempo abbia osato contro il giacobinismo, i cui fatti erano scritti a sangue non ancora disseccato nelle vie e nella storia di Francia; e insieme la pi solenne e completa visione dell'eroe e dell'uomo politico dell'avvenire, che dovr governare con la legge e per la legge, coi buoni e non coi tristi, in gloria dei pi alti ideali e non delle pi basse passioni dell'umanit. - Cajo Gracco era esule. Torna e Roma, quando, console Opimio, il Senato onnipossente opprimendo la libert romana, crede sia suonata l'ora di risollevare il popolo e il diritto del popolo. - Con quali mezzi? - Fulvio, suo partigiano, consiglia: Con tutti. Ma egli risponde: Con uno solo: con la giustizia e con l'amore. - Fulvio non intende, e fa la sua via; e raccogliendo in una stessa azione i suoi sentimenti, l'odio e l'amore, d il segno della sommossa, uccidendo  Emiliano, marito della sorella di Cajo, della quale  l'amante. Da questo delitto precipita la fortuna di Cajo e della casa dei Gracchi. - Il cattivo genio della tragedia , come vedete, Fulvio: il giacobino. Nel primo atto, Cornelia lo investe e lo descrive: -

Di libertade
Che parli tu! e con chi? Non hai pudore,
Non hai virtude, e libero ti chiami?
Zelo di libert, pretesto eterno
D'ogni delitto! Frangere le leggi
Impunemente, seminar per tutto
Il furor delle parti e con atroci
Mille calunnie tormentar qualunque
Non vi somigli....
Ecco l'egregia, la sublime e santa
Libert dei tuoi pari, e non dei Gracchi.
Libert di ladroni e d'assassini.

E ch'io non m'inganni nell'interpretazione di questo dramma, me lo dicono le altre opere del Monti. Confrontate, infatti, con quelli che ho citati, i versi seguenti del canto secondo della Mascheroniana, sui giacobini:

Dal calzato allo scalzo, le fortune
Migrar fr viste, e libert divenne
Merce di ladri e furia di tribune.


E questi altri del canto terzo:

Tutta allor mareggi di cittadino
Sangue la Gallia: ed in quel sangue il dito
Tinse il ladro, il pezzente e l'assassino.

E questi altri del canto secondo della Bassvilliana:

E di sue libert spietato e baldo
Tuff le stolte insegne e le man ladre
Nel sangue del suo re fumante e caldo.

La stessa nota, con le stesse parole, quasi direi con lo stesso accento musicale. Quando rimproverato del delitto, Fulvio risponde a Cajo Gracco ch'egli non aveva fatto che eseguire il pensiero di lui, uniformandosi ai suoi precetti, tradurre in atto le sue parole, Cajo risponde indignato:

Fulmine colga,
Sperda quei tristi che per via di sangue
Recando libert, recan catene.
Ed infame e crudel pi che il servaggio
Fan la medesma libert. Non dire
Empio, non dir che la sentenza  mia!...

Infatti, quella era la sentenza degli Hbert, dei Ption, degli Isnard, dei deputati della Legislativa e della Convenzione, che dichiaravano utili e necessari i massacri del settembre, legittimi e  doverosi gli assassin quando l'autorit delle leggi pu sembrare al popolo qualche volta troppo lenta per garantirne la sicurezza, e legali e naturali le condanne senza prove, perch basta il sospetto per la distruzione dei cospiratori. - Contro tali sentenze, contro tutta la dottrina contenuta in tali sentenze, il Monti oppone dottrina pi nobile e pi civile:

E che dunque? Altra non havvi
Via di certa salute e di vendetta
Che la via dei misfatti? Ah! per gli Dei,
Ad Opimio lasciate ed al Senato
Il mestier dei carnefici. Romani,
Leggi e non sangue!

Leggi - e non sangue: ecco la nuova formula e il nuovo comando politico. E contro il sangue, e l'opera gi consumata o da consumare, si leva fieramente, protestando; e la protesta affida a un nome che  diventato titolo nobiliare di democrazia; e per quella protesta e quel nome disegna una figura ideale, le cui linee e i contorni e i caratteri il mondo vedr riprodotti, quarant'anni dopo, in una figura reale, una figura tutta nostra, tutta italiana, nei cui occhi azzurri par che si rifletta la soavit di Ges e nel cuore eroico palpiti il sentimento di Roma antica. Quando Cajo Gracco ode  la voce di un popolano, che, durante la sua arringa, minaccia: Morte ai patrizi - risponde subito: Morte a nessuno! - E cos rispose Giuseppe Garibaldi dal balcone della Prefettura al popolo di Napoli che gridava furibondo morte a tanta gente! - Morte a nessuno! - Era, dal Cajo Gracco del poeta, al Garibaldi della storia, la vibrazione della pura coscienza italiana, nata nel diritto, aspirante alla pace e alla libert, per la via della concordia e della giustizia!

***

Se Cajo Gracco  il primo personaggio del nuovo teatro; Ugo Foscolo  la prima persona, l'uomo nuovo della nuova vita italiana del secolo. Monti era ancora il letterato delle Corti: l'ultimo e il pi straziato prodotto del mecenatismo di governo. Il mecenatismo aveva spostata la sua base: dal palazzo nella piazza, ed era diventata opinione pubblica, pi meno ristretta e pi o meno illuminata, ma arbitra ormai del destino degli uomini e della letteratura. Ugo Foscolo fu il primo uomo della pubblica opinione, che, volta a volta, cerc, secondo che i tempi richiedevano e il suo spirito urgeva, di distruggere e di creare, di trasformare o soggiogare. In Monti il letterato scusava l'uomo. In Foscolo, l'uomo dominava il letterato. Strana e complessa natura insieme di uomo e di letterato! Egli par nato dalla violenta fantasia di Byron e dal ribelle sentimento di Alfieri: ha di Byron le tristezze improvvise e le improvvise esaltazioni, l'orgoglio indomabile e il disprezzo invincibile del prossimo; ha di Alfieri gli sdegni e la collera, gli ardori e la fierezza, e soprattutto l'intransigenza assoluta di contro agli stranieri di fuori e di dentro, in fatto di programma nazionale. Figlio di un secolo, che portava in s tanti germi di malattie sentimentali e di idealit politiche, egli ebbe al pi alto grado la febbre di quelle malattie, il furore di quelle idealit. Temperamento profondamente romantico, in una forma di elezione e di eredit classica, egli riprodusse in s tutti i contrasti, tutte le contraddizioni dell'epoca in cui visse, e della quale fu il rappresentante pi angosciato e la vittima pi turbolenta. Mai si pu dire di un letterato, con maggior verit che di lui: "che fu un milite." Foscolo fu un milite, nel vero ed alto senso della parola. Dopo la vendita di Venezia all'Austria, odi Napoleone, malgrado il suo sentimento e il concetto greco della gloria e dell'eroismo  lo spingessero ad amarlo. - Il sacrificio dalla patria  compiuto - cos comincia la prima lettera di Jacopo Ortis. I miei concittadini son vili - cos finisce una delle sue ultime lettere dall'Inghilterra. Aveva sperato in Napoleone; e questi vendeva la sua patria. Aveva sperato nei suoi concittadini, e questi si mostrarono ossequenti al dominatore. Che fare? "Io mi vergogno - scrive in quella stessa lettera - di accrescere ormai il numero degli italiani che da Dante in qua non han saputo altro fare che gridare, gridare!" E negli ultimi tempi di sua vita fin col chiamarsi "l'amico e il discepolo di Don Chisciotte." Era il fallimento! Egli l'aveva presa sul serio, la vita, proprio come una milizia, ed alfine si vedeva costretto a spezzare le armi stesse che gli erano fornite nel combattimento. Qual forma di attivit non aveva tentato? Nell'esercito, nella scuola, nel teatro, nella politica; multiagitante e multisonante come dice Omero del mar della sua patria di origine. Quando a quando, come il soldato che fermandosi a mezza via scuote col calcio del fucile un cespuglio e un volo d'augelli sale cantando nell'aria, nei momenti di riposo egli scuoteva il suo cuore e venivan fuori l'Ode all'amica risanata e i Frammenti delle Grazie. Ma subito dopo ripigliava la via, rientrava nella  lotta, pi accanito e pi disperato di prima. - Da una tale situazione di spirito, da una situazione cos tragica, cos personalmente tragica, poteva uscire la lirica, non la tragedia propriamente detta. La tragedia era troppo connaturata nell'artista stesso, perch potesse essere ricercata e ricreata al di fuori. La tragedia poteva servire, come la lirica, ad esprimere lo stato d'animo dell'artista, non mai dei personaggi che questi immaginava per la scena. Il teatro d'Alfieri non crea che un solo personaggio: Alfieri. Voi potete sopprimere o mutare il nome dell'autore di Amleto o di Otello, potete chiamarlo Shakespeare o Bacone: poco importa: Amleto e Otello resteranno sempre le grandi tragedie del pensiero e del sentimento umano: vivranno sempre di vita propria, come dopo la creazione vive il mondo negli spazi. Ma se voi togliete il nome dell'autore, le tragedie d'Alfieri non esistono pi: perch esse sono la parola, la coscienza, la voce, il gesto di un uomo che tenta di influire su altri uomini, non di un artista che tenti di creare fantasmi poetici. E cos  delle tragedie di Foscolo, il discepolo di Alfieri. Esse non sono tragedie, ma atteggiamenti tragici; non sono esplicazioni di lotta e di contrasti umani, ma accenni e indicazioni di sentimenti politici. Ajace  tutto  chiuso nel suo disdegno. Guelfo della Ricciarda  tutto chiuso nel suo disprezzo. Vi era Moreau in Ajace e Napoleone in Agamennone? Ricerca secondaria. Vi era certo il sentimento italiano umiliato di servire:

A che la gloria delle mie ferite
S'io, la mia patria e i miei guerrier, quand'arsa
Troja pur sia, servirem tutti a un solo? -

dice Ajace. E pi, innanzi:

. . . . Agide e i suoi
Abbian tal prova omai che, se ognun trema,
In me la patria e la sua forza vive.

Finch morendo, rivela tutto l'animo dell'autore espresso nelle lettere che ho sopra citato:

. . . . Ajace, fuggi
Ora pi non vedrai n traditori,
N tiranni, n vili.

L'Ajace  del 1812. La Ricciarda del 1813. Furono tutte e due proibite dal governo imperiale. Qual  il motivo della Ricciarda? Lo stesso dell'Ajace: il disprezzo contro i vili; l'inutilit della lotta, a favore degli estranei. Amor d'Italia? - esclama Guelfo -

Amor d'Italia? A basso intento  velo
Spesso: e tale oggimai s' fatta Italia....
.... Ch'io sdegnerei di dominarla, ov'anche
Sterminar potess'io tutti i suoi mille
Vili signori e la pi vil sua plebe!

Ugo non carezzava n i signori, n la plebe: e ne era rimeritato! Scriveva al Cicognani: "Io avevo poco da lodarmi del governo napoleonico, e il governo assai poco a lodarsi di me - e in ci le parti erano pari - perch io n volli nella Ricciarda partirmi dai miei sensi troppo italiani ed alteramente politici, n chi governava lasci che essa si rappresentasse se non mutilata." - Ci che, del resto, egli non permise. A Guelfo, che mostrava tanto disprezzo per l'Italia, Averardo risponde, scongiurandolo ad aver fede nel popolo, ad amarlo per la causa santa, a dare spade cittadine alle cittadine mani, e far gl'italiani

Non masnadieri, o partigiani, o sgherri,
Ma guerrieri d'Italia!

Era l'appello alle armi. Come nelle sue lezioni di eloquenza richiama il popolo alle istorie, all'unit di lingua e di costume; cos lo chiama nella tragedia alla nazionalizzazione delle armi. Tragedie - ripeto - dell'anima del poeta, non dei suoi personaggi. Ma che importa? In esse vi era semenza d'anima italiana. E quella semenza ha col tempo fruttificato!

***

E qui, o Signori, permettetemi una osservazione di ordine generale.
Lungo questa mia conferenza voi mi vedrete intento a ricercare il pensiero animatore di questa o quella tragedia, il sentimento ispiratore di questo o quell'autore; ma difficilmente mi sorprenderete a discutere il carattere poetico di un personaggio, e pi difficilmente a descrivervene le bellezze d'arte. Non  mia colpa. La nostra letteratura drammatica , in questo tempo, un mezzo e non un fine:  un indice dello stato d'animo dei nostri scrittori; non  la figurazione e la rappresentazione di uno stato d'animo dell'umanit. Non solo: ma, come vi dissi innanzi, che la povert della vita sociale rendeva impossibile la comedia; aggiungo ora che i caratteri speciali del nostro spirito e della nostra fantasia hanno reso sempre difficile nella nostra letteratura la produzione del dramma, di qualsiasi genere. In fondo, o Signori,  la nostra letteratura , essenzialmente, letteratura di riflessione. Noi eravamo un popolo vecchio, quando gli altri cominciavano ad aprirsi una via nella storia. "A noi quindi - dice benissimo il compianto Adolfo Bartoli - quell'infanzia d'intelletto e di cuore che presso le altre genti germaniche e latine fu cos larga sorgente di ispirazioni poetiche, in grandissima parte manc: noi fummo sempre molto congiunti con la storia, e poco con la natura. Per conseguenza lasciammo che leggende, canti epici, satire, fantasie di ogni genere sorgessero e pullulassero dovunque, o restando noi quasi affatto estranei a quel grande movimento, o prendendovi una parte che designa all'evidenza il nostro carattere." E quale fu questa parte? Fu immensa, e quale soltanto noi potevamo compiere con la nostra matura intelligenza e la nostra superiore esperienza d'arte e di filosofia, di fronte agli altri popoli: ripensare, cio, ricreare, rifare, in un pi ampio contenuto ideale e in una pi armonica costruzione formale tutti gli elementi, tutto il materiale che ci veniva prto dal lavoro fantastico e sentimentale degli altri popoli. Cos dal caos delle visioni traemmo con Dante il poema sacro; dai fabliaux traemmo con Boccaccio la novella d'amore; e dalle canzoni di gesta e dai romanzi d'avventure  traemmo pi tardi col Bojardo e con l'Ariosto il poema cavalleresco. Solo noi potevamo dare a tutti gli sparsi ed erranti elementi d'arte degli altri popoli d'Europa un organismo, una fusione, una forma definitiva, come solo noi potevamo dare, con la Summa di San Tommaso d'Aquino un organismo, una fusione, una forma quasi direi, ai vari elementi della scolastica. Noi fummo per molto tempo i sovrani dell'intelligenza, e gli altri popoli pareva che vivessero sol per farci l'omaggio e darci il tributo delle loro esperienze sentimentali e dei loro ardimenti fantastici. Ma appunto queste qualit che resero possibile la fioritura del poema sacro, della novella e del poema cavalleresco, dovevano anche rendere impossibile la creazione del teatro. Finch si tratt di ripensare, di rifare, di riorganizzare, nel campo della tradizione, della storia, della filosofia, nel campo astratto, cio, noi fummo signori. Ma quando si tratt di osservare, di intendere e comprendere direttamente la natura e la vita, quando si tratt di interrogare, di scrutare, di rivelare i secreti del cuore e della mente dell'uomo, allora pi fresche fantasie, pi limpidi occhi, pi giovani spiriti, pi libere coscienze dovevano avere ed ebbero il dominio nell'arte e nella poesia. Io non ho il compito di parlarvi delle origini  del dramma. Ma voi sapete, o Signori, che il dramma moderno nacque nella gran combustione della Rinascenza inglese, in quel formidabile periodo in cui esplosero quasi tutte insieme le forze del popolo pi ricco e meglio dotato della storia moderna, e quaranta autori drammatici, fra cui Peel, Johnson, Marlow e l'infinito Shakespeare bastarono appena a ritrarre gli odii, gli amori, le follie, tutte le violenti passioni del senso e dell'intelligenza, tutti i sogni onnipossenti della gloria e del potere. - Noi che potevamo fare? Noi non avevamo che miserie da guardare, ricordi da custodire, e qualche speranza da infiorare.... Ma torniamo al dramma storico.

***

L'epoca napoleonica si chiude quasi con la Ricciarda. L'epoca nuova si apre con l'Adelchi. Foscolo rappresentava lo squilibrio delle violenze passionali, l'impeto delle ribellioni patriottiche, la tristezza delle illusioni perdute, degli ideali caduti, Manzoni rappresenta la rassegnazione,

Chiniam la fronte al massimo
Fattor....

La Reazione leva intanto il braccio minaccioso!


***

Durante gli ultimi anni della gloria napoleonica un grande e nuovo movimento letterario si era cominciato a disegnare in Europa: un movimento che non solo intendeva a rinnovare il contenuto poetico ed arricchire il materiale artistico, ma anche e soprattutto a rinnovare il contenuto morale. Il Romanticismo ebbe poco da combattere per piantare le sue bandiere cattoliche nella Repubblica delle lettere. Le Lezioni di letteratura drammatica di Augusto Guglielmo Schlegel, e le Lezioni di storia della letteratura moderna del fratello Federigo, nelle quali - specialmente nelle prime - sono dettate le nuove leggi letterarie, portano la data del 1818. Il libro di M.me de Stal sulla Germania, in cui quelle lezioni sono glorificate, porta la data del 1810. La Lettera semiseria di Grisostomo, cio di Giovanni Berchet,  del 1816. Vi era stato,  vero, Klopstock prima di Schlegel, e Rousseau prima di M.me de Stal; ma il precetto, la regola, il ragionamento critico che serve di fondamento alla scuola, data da quegli anni e da quei libri. Il Cristianesimo si ripigliava alfine la sua rivincita sul Rinascimento. Quel che il Rinasciniento aveva detto del Medio Evo, ora il Romanticismo dice del mondo pagano. Cos, l'un dopo l'altro proclamano: Augusto Schlegel, che il "Cristianesimo avendo dato un nuovo indirizzo alla civilt,  naturale che diventi base d'una nuova letteratura"; e M.me de Stal, "che la religione e la storia nazionale hanno diritto di informare e perfezionare la letteratura nazionale"; e Chteaubriand, memore della proposizione contraria di Boileau, "che convenga provare il Cristianesimo non essere un sistema, barbaro, la religione cristiana essere invece la religione pi poetica, pi umana, pi favorevole alla libert e alle arti"; e Victor Hugo: "Il Cristianesimo conduce alla verit": e Manzoni, infine, a dichiarare che, nella "morale cristiana, essendo tutta la verit, egli nutriva sentimenti molto pi irriverenti degli altri romantici verso i classici, perch la parte morale dei classici e essenzialmente falsa, mancando nei loro scritti quella prima ed ultima ragione, ch' stata una grande sciagura non aver riconosciuta." - Con queste salmodie fu portata al sepolcro, per la seconda volta, l'eterna giovinezza dell'anima argiva: e, come disse Arrigo Heine, dal sangue di Cristo nacque il nuovo fior di passione del Romanticismo. Permettetemi  che aggiunga: anche dalla linfa di Rousseau.
Naturalmente, io non posso del Romanticismo descrivervi tutte le ramificazioni, le manifestazioni e le trasformazioni; ma devo dirvi solo quel tanto che mi  necessario per poter comprendere e spiegare la tragedia che n' l'espressione pi completa e pi concreta: l'Adelchi. Il Romanticismo si propose, come accennai, due scopi: arricchire, in genere il contenuto poetico di tutto il materiale che la storia e la mitologia cristiana potevano offrire; e, cosmopolizzare, contemporaneamente, col libero scambio delle traduzioni e dei soggetti, la produzione dei var paesi; e rifare, quindi, nel nome della religione, la coscienza degli uomini, deviata dal Rinascimento e corrotta dal Volterrianismo. - In questo senso, il solo vero, grande, convinto romantico, per forza di sentimento e di ragione,  Alessandro Manzoni: il cristiano pi puro e sereno, l'artista pi sincero e pi casto, l'uomo pi semplice e pio che la letteratura moderna possa vantare. Vi era, invero, nella sua fantasia e nella sua coscienza qualcosa dell'azzurro dei miti cieli di Galilea. Ripensata da lui, la vita umana quasi si purificava. Passando per il suo spirito, la religione diventava poesia. Ricercata dal suo sguardo,  pareva che la stessa storia si vergognasse delle sue colpe, e l'anima umana delle sue passioni. "In ogni argomento scoprire ed esprimere il vero storico e il vero morale, ecco quel che bisogna proporsi" egli scriveva. "E questo sistema, non solo in alcune parti, ma nel suo complesso, mi sembra avere una tendenza religiosa." - La tendenza religiosa nel sistema, nel metodo,  ben tutto quello che pu dare un'anima di religioso e di poeta!
Io non vi parler delle trasformazioni formali che il Manzoni port nella tragedia. Se  vero che prima ancora della Prefazione del Cromwell egli band la guerra alle due unit, ed  suo merito, come dice il Carducci, di averne esposte le ragioni nella celebre lettera al signor Chauvet, mirabile di ragionamento e di stile critico;  anche vero che prima di lui, con l'esempio e col ragionamento, Volfango Goethe, un classico, aveva dato a quelle due unit il colpo fatale, col pugno di ferro del suo Goetz di Berlichingen, cinquant'anni prima! Chi ricorda il discorso ditirambico che il giovine Goethe pronunzi in gloria di Shakespeare, a Francoforte, nelle feste da lui organizzate, al ritorno di Leipzig, in onore del grande inglese? In quel discorso sono le seguenti parole, che troppo spesso sono dimenticate: "Letto Shakespeare, io  ebbi come il colpo di grazia, e rinunziai alla tragedia regolare. L'unit di luogo, mi sembr triste come una prigione; le unit d'azione e di tempo, mi apparvero come pesanti catene alla nostra immaginazione. Io saltai allora nello spazio libero, e solo allora sentii che avevo mani e piedi. E ora ch'io vedo quanto male hanno fatto le regole dei maestri, e quante anime libere sono ancora curve sotto il loro giogo, il mio cuore scoppierebbe s'io non dichiarassi loro la guerra e non cercassi ogni giorno il modo di distruggerle. " - La guerra, dunque, alle regole venne indetta da un classico. Ed  bene constatarlo. Come  bene constatare che tre altri italiani erano insorti prima: il Metastasio nella dedicatoria alle sue prime poesie, fra le quali era il primo suo dramma Giustino, contro l'unit di luogo; il Goldoni, nella dedicatoria ai Malcontenti, contro l'unit di luogo e di tempo: e il Baretti nella polemica col Voltaire, contro tutte e tre le unit insieme: di tempo, di luogo e di spazio.
Ma torniamo all'Adelchi.


***

Adelchi  nel mondo degli eroi, quel che  il Manzoni nel mondo dei letterati; ed  nel campo dell'arte, quel ch' il Manzoni nel campo della vita. Meglio: sono tutti e due la stessa persona. Mai, credo, un autore ha dato ad un personaggio della sua fantasia un'impronta cos profonda, cos precisa, come di se stesso l'ha data il Manzoni nell'Adelchi. Il discorso sulla storia della gente longobardica in Italia  forse una scusa per allontanare il pensiero del lettore - o del pubblico - dal vero personaggio della tragedia e per impedire di constatarne l'identit; perch mai personaggio fu meno storico dell'Adelchi del Manzoni, mai fantasma d'arte fu meno rispondente allo spirito, al costume, alle abitudini del tempo donde ha origine, quanto questo che il Manzoni ha scelto per rivelarci la filosofia del suo pensiero, la morale della sua filosofia.
Voi ricordate il fondo del dramma: la lotta fra Carlo re dei Franchi, chiamato in sua difesa da papa Adriano, contro Desiderio re dei Longobardi, il quale non voleva cedere al papa le terre della Chiesa. Adelchi, figlio di Desiderio, non vorrebbe la guerra, e vi si sottomette solo per obbedienza al padre; ma vorrebbe invece che il padre restituisse alla Chiesa le terre e facesse la pace col pontefice. Ma Desiderio insiste, e, sorpreso alle spalle,  sconfitto - mentre la figlia Ermengarda, moglie ripudiata di Carlo, muore nel monastero di San Salvatore in Brescia. - Il Manzoni ha voluto fare tragedia storica nel pi stretto senso della parola. Ma egli stesso si affretta ad avvertire: "Il carattere di un personaggio, qual  presentato in questa tragedia, manca affatto di fondamenti storici: i disegni d'Adelchi, i suoi giudizi sugli avvenimenti, le sue inclinazioni, tutto il carattere insomma  inventato di pianta." - Inventato, o meglio ritratto da un originale moderno. Partito cos alla ricerca della realt storica nel dramma, egli  tornato con una realt psicologica: quella sua, di autore, non quella del personaggio.  vero, s, che nella Prefazione del Carmagnola, parlando dell'ufficio dei cori, egli dice che, "rendendoli indipendenti dall'azione e non applicati ai personaggi," ma facendoli quali organi del sentimento del poeta, si ottiene il vantaggio "di diminuire al poeta la tentazione d'introdurli nell'azione e di prestare ai  personaggi i suoi propri sentimenti" - ma  anche vero che la Prefazione del Carmagnola (1816-20)  anteriore all'Adelchi (1820-22). -
Questo Adelchi, dunque,  la tragedia della rassegnazione: la tragedia dell'inerzia: una contraddizione nei termini, come vedete. Non vi , in essa, lotta di nessun genere; e non vi  affermazione di nessuna forza. Il teatro di Corneille  la glorificazione della volont. Il Cid, dopo di avere vendicato il suo onore e suo padre, dice: Se dovessi, tornerei ancora a farlo.  il trionfo della volont umana, che si fa la vita e le leggi della vita; cos come la tragedia antica era il trionfo di una volont superiore, contro la volont umana, che vi si opponeva o tentava di opporvisi. - In Adelchi  soppressa la lotta,  soppressa la volont,  soppresso ogni elemento di forza e di contrasto. Chiniam la fronte al massimo - Fattor - ecco la morale del personaggio e la morale della tragedia. Adelchi  il tipo dell'obbedienza passiva, in tutte le forme; e anche del pessimismo cristiano. Il papa vuol le terre? Perch non dargliele? - I Franchi scendono in aiuto del papa? Perch combatterli? - Egli consiglierebbe di lasciarli passare. Ma, poich il padre impone il contrario, si sottomette al padre:


.... E tu mi chiedi
Ci ch'io far? Pi non son io che un brando
Nella tua mano. Ecco il legato: il mio
Dover sia scritto nella tua risposta.

I Franchi vincono: la gloria dei Longobardi rovina: il padre perde il regno, ch' pure il suo. Che importa? O, che farci? - Bisogna rassegnarsi:

.... Ti fu tolto un regno.
Deh, nol pianger, mel credi!

A che piangere del resto? Tutto passa a questo mondo. Anche il vincitore passer. Quegli  un uom che morr! - Impotente verso gli altri, impotente verso se stesso. Dopo la disfatta, mentre tutti i suoi vassalli lo tradiscono, e le citt cadono una a una nelle mani del nemico, egli, angosciato, scoraggiato, disfatto, pensa di uccidersi. Ma da buon cristiano, corregge subito il suo pensiero. La religione impedisce il suicidio. La Chiesa non concede tomba al suicida. L'uomo non  padrone della vita che Dio gli ha data. - La tragedia classica aveva il suicidio in onore. Quando non poteva pi nulla contro gli altri, il personaggio della tragedia classica diventava eroe contro se stesso. La sua vita gli apparteneva e ne disponeva. Le tragedie di Alfieri sono piene di suicid. Carlo, Isabella, Emone, Saul, Agide, Agesistrato, Mirra, sono suicid. Nella stessa situazione di Adelchi, Antonio, rivolto ad Augusto, minaccia:

Qual sia l'eroe di noi, morte tel dica!

Adelchi, invece, inorridisce al solo pensiero:

E affrontar Dio potresti, e dirgli: io vengo
Senza aspettar che tu mi chiami?

Perch, poi, diventar ribelle al voler di Dio? Per un affetto terreno? Ma la vita, la vita vera,  quella di l: Ges disse: Il mio regno non  di questo mondo. Questo mondo non  che uno esperimento - questa vita non  che un sentiero di passaggio. E gli antichi cristiani chiamarono appunto dies natalis il giorno della morte! -
Io non nego valore e bellezza a tale dottrina, e alla coscienza di Adelchi che vi si uniforma. Il disprezzo delle cose terrene; la convinzione che il mondo non meriti la pena di esser tenuto in conto: il rifugio dello spirito in una speranza ideale: il disdegno trascendentale per tutte le vanit: la dottrina insomma della liberazione dell'anima nella fede,  una dottrina senza dubbio venerabile. Ma nego che possa diventare sostrato, elemento, fondamento di tragedia; se per tragedia si debba intendere  ancora lotta di forze e di passioni. E nego anche possa diventare soltanto elemento e fondamento di educazione civile. - "Il Cristianesimo - dice il Renan nella Vita di Ges - ha molto contribuito in questo senso a indebolire il sentimento dei doveri del cittadino, e a dare il mondo in bala dei fatti compiuti."
L'Adelchi porta la data di tristi anni: 1820-22; la data, cio, della pi feroce reazione che sia mai imperversata sull'Italia.
Mentre il Manzoni componeva questa tragedia e studiava le sorti del regno dei Longobardi e narrava i tristi casi di Desiderio e di Adelchi, Ferdinando I e il principe ereditario, suo figlio, componevano e rappresentavano, a spese del popolo napoletano, una lor triste comedia. Invitato a Lubiana dopo i moti del 21, Ferdinando I lasci al figlio la Reggenza, con una lettera piena di nobili sensi e di severi propositi, nella quale, dopo di aver dichiarato che andava a difendere, secondo richiedeva la coscienza e l'onore, i fatti del passato luglio, lo esortava ad agire, nella sua assenza, secondo appunto i dettami di quella coscienza e di quell'onore imponevano. Voi sapete il resto: il tradimento di Lubiana: l'esercito napoletano disperso distrutto: il Parlamento e la Costituzione sospesi: i patrioti sbaragliati: il re, tenuto alla reggia sotto la scorta dell'esercito austriaco. Complice il Reggente: colui, cio, che dal padre aveva avuto il sacro deposito della fede giurata, dei patti accettati! - Ah, Signori, se Adelchi avesse avuto meno rassegnazione! Se Francesco di Borbone fosse stato meno obbediente al padre - al traditore di Lubiana! - Io non posso pensare a queste due cose, senza sentir freddo al cervello!

***

La reazione del 21 spazz il focolare domestico del patriottismo italiano, di tutti i poeti, gli scrittori, gli artisti, i pensatori, i cospiratori, che la polizia aveva in sospetto; e si accan specialmente contro i liberali romantici, che, associandosi alla plebe, due imperatori e il re di Prussia non si vergognarono di infamare, con un manifesto che li qualificava "malfattori e violatori di ogni legge divina ed umana," Salvo il Manzoni, tutti i romantici furono protagonisti: Il Cenacolo del Conciliatore fu sbandato: l'Arconati, il Bossi, il Pecchio, il Pisani, il Vismara, il Mantovani, il De Meester, salvatisi in tempo, condannati in contumacia alla forca; Gonfalonieri, Andryane, condannati a vita; Maroncelli a 20 anni; Pellico a 15. E non parlo degli impiccati in effigie! Le vie e le campagne - come narra un contemporaneo - piene di fuggiaschi, le galere e gli ergastoli pieni di uomini illustri per natali e per ingegno, mescolati coi ladri e gli assassini. Santo Stefano, Pantelleria, Finestrelle, Rubiera, i Piombi, lo Spielberg, pieni tutti della giovinezza e dell'anima del popolo italiano. Nello Spielberg, accanto al Maroncelli, Silvio Pellico - socraticamente sereno fra i dolori e i tormenti, di contro ai giudici ingiusti e agli aggressori crudeli!
Silvio Pellico scontava nello Spielberg il gran delitto commesso da Paolo nella Francesca da Rimini, di promettere all'Italia il suo braccio nel momento del pericolo:

Per te, per te, che cittadini hai prodi,
Italia mia, combatter se oltraggio
Ti mover l'invidia....

Quanti fremiti suscitarono questi versi! quanti cuori incitarono, quanta fantasia incoraggiarono all'azione! Per questi versi, pi che per altro, la Francesca divenne la tragedia popolare per eccellenza. Come tragedia,  mediocre; e non a torto il  Foscolo consigli amicamente al Pellico, quando gliela mand a leggere, di lanciare all'inferno i personaggi di Dante. Ma vi era qualche cosa, tuttavia, in quella tragedia, che la faceva cara al pubblico: un senso di tristezza e di malinconia, che rispondeva simpaticamente allo stato di quegli animi contristati nella disperazione: una irresistibile tentazione di pianto che scendeva fino al profondo di quei cuori affaticati, e quasi dava un sollievo commovendoli. E poi, vi era l'invocazione all'Italia, che gli attori recitavano con fierezza di cittadini, con impeto di eroi! - Noi non dobbiamo dimenticare gli attori, in questo periodo di tempo. Essi furono pi che i cooperatori, i motori delle opere stesse degli autori - che molte volte nascevano morte - e che essi vivificavano. Diceva l'Alfieri: "Non vi saranno attori in Italia, finch non vi sar pubblico atto a formarli." Ma bisogna render giustizia agli attori, e, contro l'opinione del grande Astigiano, convenire che sono essi, invece, che hanno contribuito, se non pure a formare il pubblico, almeno a svegliare e tener desta nel pubblico la fiamma dell'entusiasmo, a dare il tono, l'accento, la linea, il colore dell'espressione alla passione patriottica. La forza dell'attore si consuma, pur troppo, nella stessa azione. La voce che nella Francesca salutava il sole d'Italia e agitava la polve degli eroi; il gesto che nel Procida sollevava ad altezze epiche il verso contro il Franco invasore: Ripassi l'alpe e torner fratello - non rimangono suggellati in nessun libro, ne scolpiti in nessun marmo. Ma rimanevano bens nel cuore e nella fantasia dei contemporanei, guida, ricordo, ammonimento, consiglio: suggestione d'idee e di sentimenti invincibile! Come tante altre cose ormai, noi chiamiamo retorica rappresentativa quella dei Modena, dei Salvini, della Ristori; e forse non ci rendiamo abbastanza conto dell'efficacia di certe intonazioni vocali che pareva venissero dalle profonde lontananze della storia; forse non ci rendiamo pi conto dell'efficacia di certi gesti, che nella loro ampiezza eroica e sacerdotale pareva che raccogliessero tanto movimento di passione e di vita, per il passato e per l'avvenire. Certo, quegli attori, grandi e piccoli, comunicavano, davano al loro pubblico la formula ritmica, se cos posso esprimermi, del pensiero patriottico; e quando, la piena degli affetti vincendoli, e l'impulso dell'anima trascinandoli, dimenticavano o fingevano d'ignorare il comando della polizia e della censura, e recitavano nella lezione originale il verso proibito, e rimettevano a posto la parola cancellata, e quando questo  non bastava, agitavano un nastro, un fiore, un fazzoletto dai colori nazionali; in grazia loro, il popolo eccitato si levava, con grida di gioia, in dimostrazioni di entusiasmo. Molti di quelli attori passavano la notte, dal palcoscenico sul tavolaccio della polizia; molti finivano con arruolarsi volontari, scendevano in piazza con gli altri cittadini nel momento del pericolo. Perch dimenticarli? L'arte drammatica fu in quei tempi il bel gesto del patriottismo italiano. Salutatela anche voi, passando, o Signori, con un bel gesto di riconoscenza!

***

Nella furia della repressione o della soppressione, come andarono a Milano distrutti gli ultimi residui della libert dei cittadini, andarono anche distrutti molti manoscritti degli scrittori.
E cos fu perduta anche una tragedia di Giovanni Berchet, la Rosmunda, che, nella fretta, per paura di una imminente persecuzione, la famiglia diede alle fiamme, assieme con le carte e la corrispondenza privata, che poteva compromettere gli amici. Ma n supplizi, n torture, n soppressione  di poeti e di poesie, arrestano il cammino dell'idea, spengono la fiamma del sentimento nazionale. Alere flammam - era il motto dell'emblema scelto dal Berchet, per significare la costanza della propaganda patriottica. L'emblema consisteva in un'antica lucerna accesa, in cui una mano misteriosa versa l'alimento:

O man che scrisse Arnaldo
O petto di virtude albergo saldo,
Chi a' miei baci vi porge? -

chiedeva al vecchio il nuovo poeta di nostra gente.
Quella che nel periodo pi scuro della reazione, nel periodo pi duro del dolore, dal 28 al 48, vers tanto alimento alla fiamma del sentimento nazionale, fu la mano di Giambattista Niccolini.

***

Il teatro di Giambattista Niccolini non  ormai che una memoria letteraria; ma come tutte le memorie, esso racchiude la parte pi viva delle nostre speranze, la parte pi bella ed ardente delle nostre illusioni. Egli  il pi grande fra gli scrittori di drammi storici che son fioriti nel suo tempo. Ogni  letterato italiano cercava allora un nome alla storia, un'occasione a quel nome per mettersi in comunicazione col pubblico e fare sventolare sulla punta dell'endecasillabo la bandiera tricolore. Chi ricorda oggi pi tutti i Manfredi, i Masaniello, i Fornaretti, i Farinata, i Lorenzino, i Sampiero di Bottelica, i Vitige, le Leghe Lombarde che hanno occupato il nostro palcoscenico? Chi ricorda i nomi dei loro autori: i Corelli, i Sabbatini, i Turotti, i Giotti? Il nome di Carlo Marenco sopravvive in grazia delle lagrime che la Marchionni seppe strappare ai nostri padri nella Pia de' Tolomei; e il Revere e il Brofferio e il Dall'Ongaro rimangono nella nostra memoria, per altre cose che non per i loro drammi storici. - L'unico che sopravviva della scuola e della schiera  Giambattista Niccolini. Certo, nessuna delle sue tragedie ha l'ambizione di creare un nuovo cielo di fantasmi poetici: ma tutte hanno la gloria di aver contribuito a creare un cielo ben pi nobile e pi sacro: quello della coscienza nazionale. - Dell'Arnaldo il poeta stesso scriveva: Se non ho scritto una buona tragedia, credo di aver fatto almeno un'opera coraggiosa. E di questo l'Italia allora aveva bisogno. Cos il Guerrazzi scriveva di aver voluto combattere una battaglia, pi che scrivere un  libro, con l'Assedio di Firenze. Cos il Berchet scriveva "di aver fatto sacrifizio della pura intenzione estetica ad un'altra intenzione: di aver fatto sacrifizio dei doveri di poeta ai doveri di cittadino." - E non  il pi lieve sacrificio, che, dopo la pace e la libert perduta, questi fieri italiani abbiano fatto alla patria, e di cui dovremmo almeno avere la creanza di mostrarci loro grati! - So bene anch'io: il Niccolini, nei suoi personaggi, non disegna una fisionomia, ma abbozza appena dei contorni umani; non costruisce caratteri, ma sviluppa soltanto idee astratte, non crea anime, ma fa lezioni di storia. Che importa? - "Io vi esorto alle istorie - aveva detto agli italiani Ugo Foscolo - perch niun popolo pi di voi pu mostrare n pi calamit da compiangere, ne pi errori da evitare, ne pi virt che vi facciano rispettare, ne pi grandi anime degne di essere liberate dall'oblivione." - E il Niccolini si assunse proprio questa missione: di mostrar gli errori, di far rispettare le virt, di liberar dall'oblivione le grandi anime della storia italiana. A teatro, egli conveniva il popolo, quasi a comizio. Cos, il Foscarini. nel quale erano denunziate le iniquit dell'inquisizione di Stato, fu ripetuto, dal febbraio 1827 in poi, non meno di 200 volte. Il Giovanni da Procida, rappresentato nel 1830, suscit tali e tanti entusiasmi, da impensierir gli ambasciatori d'Austria e di Francia, e costringerli a chiedere al governo di impedirne le recite: ci che naturalmente non stentarono molto a ottenere. Il Ludovico Sforza, scritto nel 34 e proibito nel teatro e nella stampa, fu ripreso col Procida nel 47, dando luogo, ogni sera, a tali dimostrazioni, che ogni recita fu chiamata una festa civile. E intanto l'Arnaldo, sfuggendo a tutte le vigilanze della polizia e della censura, correva le terre d'Italia: correva di nascosto, travestito, sotto una copertina che portava un altro titolo, battendo alle porte delle case e al cuore dei cittadini, ricordando, ammonendo, istigando, incoraggiando. Che cosa era Arnaldo? Era il libero pensiero che mostrava all'Italia la via del Campidoglio; era la libera protesta contro lo straniero invadente e il Papato opprimente: era la sintesi, rappresentata in un sol uomo, o sia pure in un sol nome, di una lotta che aveva affaticato per secoli l'Italia, e finalmente chiedeva con la palma del martirio, la corona del trionfo. Tutti gli elementi della gran lotta sono in movimento in questo dramma polemico, che contiene in se, scena per scena, la tesi e l'antitesi, l'esposizione e la confutazione, l'accusa  e la condanna: di fronte al sacerdote, il vangelo; di fronte al clero, il popolo; di fronte al vescovo, Iddio; di fronte al Papa britanno e all'Imperatore tedesco, l'infinita tristezza della campagna romana, dove un idealista lacero e scalzo, aspettando la morte, gitta fra le crete malefiche parole divine! - Il Niccolini raccolse nell'Arnaldo tutta la tradizione della coscienza civile italiana, tutta l'essenza dell'idea classica che anim la mente e mosse l'arte di Dante, di Machiavelli, d'Alfieri; e, passando sopra al romanticismo di Manzoni, e al neocattolicismo di Gioberti e di Rosmini, senza chiedere, come questi, accomodamenti, senza tentare, come questi, compromessi tra principi e papi, proclam invincibile il dissidio, inevitabile la lotta, irreconciliabili i termini del problema e gli interessi delle parti combattenti. Parve, un momento, che i fatti gli dovessero dar torto, quando, tre anni dopo la protesta d'Arnaldo, un nuovo papa, pi incauto forse che abile, distese, fra la commozione generale, sul tempestoso orizzonte d'Italia l'arcobaleno d'un saluto d'amore, di una promessa di pace. Ma la benedizione dei croati, subito dopo, e la fuga e il proclama di Gaeta e il ritorno a Roma su tutte le baionette straniere, e le paure e la reazione susseguenti, non tardarono  a dimostrare sempre opportuna l'indignazione del poeta ghibellino, sempre valida l'intimazione fatta da Arnaldo ad Adriano, nell'atto terzo, in Vaticano:

Sei pontefice, o re? L'ultimo nome
Mai non si udiva in Roma; e se di Cristo
Il vicario tu sei, saper dovresti
Che sol di spine fu la sua corona.

Con l'Arnaldo si chiude il ciclo della tragedia classica. E si chiude, per l'opera e per l'autore, degnamente; ond' che a ragione l'Italia onor il Niccolini come i Greci onorarono i suoi poeti nazionali: e dal Foscolo che, giovane, lo chiam giovane di santi costumi, al Carducci che, vecchio, lo chiam sacro veglio, tutti s'inchinarono a lui, come nella comedia di Aristofane si inchina il coro al passaggio di Eschilo che dai regni di Plutone la patria richiama tra i vivi in un momento di pubblico pericolo.

Alzate or tutti voi
Le sacre faci ardenti.
Lo scortate, onorandolo co' suoi
Carmi, coi suoi concenti. -

***

E qui mi fermo.
L'arte, o Signori, fece il suo dovere verso la patria. Nei momenti tristi, la confort coi ricordi; nei momenti di abbandono, la incit coi rimproveri; nei momenti di lotta, la serv con le opere. L'Italia politica fu una creazione letteraria. Non siamo dunque tanto difficili a giudicare l'arte della prima met del secolo! Di altro che di belle imagini e puri profili e armoniose strofe; di altro, di altro ell'era occupata, che di se stessa! La fantasia batteva dolorosamente le ali tra i ruderi della storia e i ferri delle prigioni; la parola aveva singulti, esclamazioni, vibrazioni d'anima in pena. Il teatro aveva l'aspetto di un Foro; e sui rostri del palcoscenico, ogni autore era un oratore in difesa della causa nazionale. Dietro le scene, intanto, si preparava qualcosa di pi che la catastrofe di un gruppo di personaggi ideali: si preparava, e si sforzava a precipitare, la catastrofe del gran dramma secolare del popolo italiano! Che importa la forma? In certi tempi, la letteratura  azione. La miglior opera d'arte  nella  creazione di un fatto; e il massimo successo dell'artista  nel trionfo di quel fatto ch'egli  concorso a creare od a render possibile.
Quali sono i titoli dei drammi nella prima met del secolo? Potete pure dimenticarli, o Signori, senza per questo recare offesa agli autori alla letteratura. La gran produzione del nostro teatro nazionale  una, e si chiama il Quarantotto: - protagonista, l'Italia, che dopo tanti errori e tante cadute, riconquista l'unit del suo spirito, e afferma contro tutti i suoi oppressori, contemporaneamente, la sua volont e la sua personalit. - L'arte donde quella produzione  derivata, oggi non esiste pi: si  consumata nel fuoco stesso che l'ha prodotta. Ma le ceneri restano sacre. Esse conservano ancora, e conserveranno a lungo' nell'avvenire, il calore del cuore e della mente della grande generazione che ridiede all'Italia una vita, agli Italiani una patria!


LE BELLE ARTI DALL'HAYEZ AI FRATELLI INDUNO.
 
CONFERENZA DI UGO OJETTI.


Signore e signori,

Nella critica dell'arte odierna  di moda il pessimismo, anche perch  facile fare a meno di conoscere quel che si disprezza. Non  pi una quistione di temperamento, d'umor nero ed arcigno o d'indole entusiastica e presto fanatica;  addirittura una quistione di metodo logico. Oggi le lodi dei critici non sono che rari segni bianchi sopra una tavola nera. Io penso invece che sia pi sincero e, al pubblico, pi utile, delinear le proprie opinioni in nero sopra una pagina bianca. Anche nelle arti belle e anche in Italia la seconda met del secolo che ora si chiude  gloriosa, quanto nei fatti della politica. Forse da quattrocento anni di qua dalle Alpi l'inno all'uomo - nella realt e nel sogno, nel presente e nella speranza - non era stato innalzato con cos franco volo, non aveva fatto  fremere i cieli con s ampie penne, quanto ora. Forse da quattrocento anni l'uomo non ha amato la vita, la sana nobile laboriosa vita della perfettibilit, quanto ora. Forse da quattrocento anni l'arte non  stata cos sincera, l'anima cos presso alla superficie su dal profondo vorticoso mare delle apparenze.
Certo, se mai nella storia dell'arte nostra e pi largamente dell'estetica nostra  stato tempo in cui ogni arte convenzionale e gelidamente formale, ogni arte, secondo il valor volgare della parola, retorica sia stata ripugnante al gusto diffuso,  questo in cui noi abbiamo la ventura di vivere. Ho detto ripugnante ma non incomprensibile. Quasi cinquant'anni di positivismo e di illuminato determinismo dnno ormai alle menti moderne la snellezza della versatilit, l'oggettivit d'esame necessaria a veder con curioso e sereno studio i gesti e le parole di coscienze estetiche per fortuna dissimili dalle nostre, a comprenderle, a giudicarle, direi quasi a gustarle senza fastidio, specialmente quando nel confronto noi possiamo dedurre a nostro vantaggio un progresso solare, e possiamo concedere al nostro orgoglio e al nostro presente ottimismo una qualche soddisfazione.
Corrado Ricci che due anni fa con la sua agile  cultura e col suo affascinante garbo di dicitore vi intrattenne su le arti belle nei primi venticinque anni del secolo, vi condusse fino agli inizii di quella pittura che per il suo procedere parallelo alle letteratura fu detta romantica.
Quale era il gusto del pubblico verso il 1825? Quell'epoca, direbbe oggi Gabriele Tarde, era artisticamente un'epoca non di creazione ma di moda. Fede ed amore in altro che non fosse la materia e la material forma dell'opera erano cosa vana. L'immaginazione bastava a dare il tema, anche una semplice immaginazione illustrativa, suddita umile della letteratura - fosse questa letteratura storia o poesia. L'estetica winckelmaniana e le enfasi su l'Apollo soddisfacevano ancora le anime, e le maiuscole platoniche degli aggettivi Bello e Buono parevano un mirabile ornamento ad ogni orazione accademica. "I lavori pi nobili di coloro che operarono in questa classica terra," per dirla con lo stile d'allora, derivano ancora nel fatto dal David, nella teoria dal Lessing e ancora si credeva con lo Schlegel che la tragedia antica non fosse stata che della scultura. La Teoria del Bello di Francesco Ficker tradotta in italiano pu esser considerata come il riassunto di quello che predicavano pittori e scultori e architetti i quali, al cospetto  di Dio e dei sovrani e dei colleghi, erano fecondi pi che facondi oratori. "Il bello, in arte,  la rappresentazione di un'idea sotto forma sensibile conveniente, per via della quale si risvegli l'armonico esercizio delle facolt dell'anima": questa  la definizione precisa dove quel conveniente e quell'armonico annebbiano e gelano ogni speranza d'una sincerit anche prudente. Non il vero e non l'emozione per simpatia gli artisti si propongono, ma il nuvoloso metafisico prototipo od archetipo il quale era, proprio secondo le parole del Ficker, "un oggetto di somma perfezione pensato per mezzo delle idee e concreato o reso percettibile ai sensi con la fantasia." Parole che oggi in cui la nozione della relativit e della mutabilit del bello  penetrata anche nella mente della folla, sembrano e sono incomprensibili, se non ingenue. Victor Cousin poneva a base d'un suo discorso sul bello le frasi di Diotima a Socrate nel Convito: "Bellezza eterna non generata e non caduca, scevra d'aumento e di diminuzione, che non  bella in una parte e brutta in un'altra, bella solo in un tempo, in un luogo, in un rapporto, bella per gli uni, brutta per gli altri, bellezza disciolta da ogni forma sensibile, da mani, da viso, da corpo, che non  nemmeno il tal pensiero o la tale scienza particolare,  che non risiede in alcun essere diverso da s stessa, come in un animale, nella terra, nel cielo in altra cosa, che  assolutamente identica e invariabile per s medesima, di cui tutte le altre bellezze partecipano, in maniera per che il loro apparire e disparire non recano a lei n diminuzione n accrescimento n il pi leggero mutamento."
N questa che noi cultori dell'estetica psicologica potremmo chiamare teologia del bello, accennava a svanire verso le nuvole donde era scesa. Era tenace come una religione ed assiepata da intrichi di pregiudiz. Questo cosiddetto processo ideale che valeva mutilazione nella vita, falsit nella produzione, aveva i suoi fanatici e i suoi pontefici e, nelle Accademie, le sue basiliche. Nel 1834 ancora il professor Tommaso Minardi, cavaliere di pi ordini, presidente e cattedratico di pittura nell'insigne e pontificia Accademia romana di San Luca, rappresentante onoratissimo del pi puro purismo e del pi pietoso pietismo overbeckiano, ripeteva in un solenne discorso quella esatta definizione del bello ideale con tanta fede, che in una copia che io posseggo, ritrovo di suo pugno questa solenne dedica a un amico: "Tu che comprendi la ragion delle cose, leggi e di' a me, Tommaso Minardi, se  imbroccai il Vero." E il vero naturalmente ha il V maiuscolo. Ancora, nel 1842 Alessandro Paravia, professore di eloquenza alla regia Universit di Torino, lodava gli artisti "i quali altro non fanno che riprodurre quanto di pi vago e magnifico a lor si mostra.... Se ben, a che dico io, il riproducono? Meglio era dire il migliorano." Ancora, nel 1857 Niccol Tommaso stampando qui a Firenze l'opuscoletto su la Bellezza e civilt o delle arti del bello sensibile diceva che "il bello  ordine,  Dio, e l'ideale non  accozzo di belle forme in una, come si narra abbia fatto Zeusi nel suo famoso quadro; l'ideale  un'idea colta attraverso le cose." E nello stesso anno Pietro Selvatico credeva necessario lungamente dissertare su la Opportunit di trattare in pittura anche soggetti tolti dalla vita contemporanea; sebbene il Tommaso e il Selvatico ormai chiedessero al loro Bello Ideale la potenza di commuovere, riducendo cos finalmente a teoria quella nostra pittura romantica che gi declinava, anzi gi - come vedremo - era vinta.
Gli scrittori d'estetica, lo so, arrivano sempre in ritardo paragonati agli artisti creatori, e non fanno che dedurre dalle premesse che questi hanno gi poste con le opere. Anche Ruskin  venuto dopo Turner. Figuriamoci se il Tommaso non doveva arrivare almeno quindici anni dopo il Bacio dell'Hayez!
Ma il ritardo pi doloroso  quello dei pittori italiani paragonati ai pittori di Francia. Tra il venti e il trenta mentre in Italia  ancor vivo e glorioso, - massimo tra i classicheggianti davidiani teatrali e lividi copiatori di statue, il Camuccini che ha dipinto la Moglie di Cesare e dipinge ancora per Bergamo la Giuditta che ringrazia Iddio dopo aver ucciso Oloferne, per Praga la Discesa di Ges al Limbo, pei Torlonia l'Ingresso di Francesco Sforza in Milano, e soltanto l'Agricola e il Landi a Roma, Pietro Benvenuti e Luigi Sabatelli a Firenze tentano togliergli, imitandolo, la fastosa egemonia paragonabile a quella del Thorwaldsen in scultura, - in Francia il Gricault, il Delacroix avevano redento per varii modi l'arte dalla stupida cieca tirannia del cosiddetto stile e Corot era gi stato in Italia e aveva dipinto il Ponte di Narni, il Colosseo e l'isola di San Bartolommeo.
Se una lotta visibile era in Italia, e sopratutto a Roma, era tra quei neoclassici davideggianti alla Camuccini e i puristi tedescheggianti alla Minardi. Overbeck, Cornelius, Veit, Schnorr avevano gi dipinto a Via Sistina nella casa degli Zuccari per commissione del cavalier Bartholdy console di Prussia,  e nella Villa Massimo al Laterano avevano su per tutte le pareti con pallidi ma chiari colori illustrato con composta placidit Dante, il Tasso e l'Ariosto. Anzi in quegli anni il "nazareno" Overbeck, detto allora l'Angelico del secolo decimonono, ponendo in atto un antico piissimo voto, dipingeva estatico la fronte della Porziuncola francescana ad Assisi, in Santa Maria degli Angeli, sotto la cupola del Vignola.
Ora noi, dopo cinquant'anni, riuniamo sotto una stessa accusa gli avversar, e a leggere l'opuscolo del Bianchini sul Purismo nelle arti o quello del Selvatico sul Purismo nella pittura e a guardar a Roma o a Perugia, dove egli fu per parecchi anni direttore dell'Accademia, i disegni anche pi dei pochi squallidi dipinti del Minardi, non possiamo comprendere perch le due scuole cos timide di contro al vero non si riconoscessero sorelle in un comune peccato originale: quello di imitare una imitazione. A noi sembra che tanto valesse condurre in pellegrinaggio gli studiosi e gli stranieri qui a Firenze ad ammirare in casa Mozzi Il giuramento de' Sassoni a Napoleone dopo la battaglia di Jena dipinto dal Benvenuti o al palazzo della Gherardesca a godere il suo Conte Ugolino nella torre di Pisa, quanto su su per la scalinata  di Piazza di Spagna farli a Roma salire a venerare gli affreschi dell'Overbeck e dello Schadow a casa del Bartholdy.
Quando l'Hayez pensionato veneziano s'era, anni prima, presentato a Roma al Canova con le commendatizie del Cicognara, questi gli aveva parlato cos: "Conosco lo scopo della sua venuta ma non il programma dei suoi stud: ritengo che l'intenzione sar di studiare Raffaello e l'antica scultura greca per formarsi un'idea del bello che certamente quei sommi maestri hanno saputo scegliere dal vero." E nei consigli del grande di Possagno i due indirizzi gi si raccoglievano in un elogio che oggi da chiunque sarebbe mutato facilmente in un biasimo. Se da un lato le sculture classiche erano l'ideale che nei loro quadri camucciniani mettevano in moto come altrettanti manichini creati diciassette diciotto secoli prima a Roma o ad Atene o ad Alessandria pel loro comodo e pel loro piacere, dall'altro i nazareni tedeschi dalla lunga chioma e i loro seguaci italiani con minor rispetto aggiustavano madonne, santi ed angeli del Ghirlandajo o del Perugino col nobile scopo di riempire le tele che loro erano state allogate da qualche nobile, da qualche cardinale o da qualche confraternita. Col vero si aveva il minor rapporto possibile,  perch il pericolo della volgarit era pericolo di insuccesso e di scomunica. Se il vero ideale per molto tempo era stato Talma l'attore eroico e magniloquente, ora anche questo simulacro  sdegnato dai puristi che si inginocchiano prima di dipingere, o meglio prima di copiare. In un elogio del Minardi scritto nel '21 quando dalla direzione dell'Accademia perugina cui l'aveva raccomandato quattro anni prima lo stesso Canova egli pass a Roma ad insegnare disegno figurativo in San Luca, si dice che per lui rivisse l'antico spirito perugino; e doveva dirsi che da lui si erano lucidate le antiche forme peruginesche. Se non fosse il colorito incenerato e la leziosa sdolcinatura dei tipi e dei gesti, se non si sentisse a ogni segno e ad ogni pennellata la stereotipata abilit di composizione e di ricomposizione sostituita alla franca geniale spontaneit dell'invenzione come la luna invece del sole, tutta l'opera del Minardi potrebbe nel metodo paragonarsi a quelli affreschi e a quei quadri che i pi tardivi e i pi torpidi discepoli di Pietro Perugino componevano adoperando a pezzo a pezzo i cartoni del maestro e voltandoli da un fianco o dall'altro e magari a una tunica d'apostolo infilando le braccia, i piedi e la faccia della Santa che loro era stata per pochi scudi e per  mezzo sacco di grano allogata. Ma le pi stentate pitture di Tiberio d'Assisi e le pi tardive opere di Giannicola Manni hanno ancora e sempre l'afflato divino e la sincerit e la sicurezza che a questi importanti monotoni sillabatori di poemi eterni mancano, e giustamente.
Intanto ad uso di questi miticissimi castissimi soavissimi pittori dal color di manteca e dal disegno esemplarmente calligrafico si venivano scrivendo vite e panegirici di Raffaello e di Perugino, dello Spagna e del Francia, del Ghirlandajo e magari del buon frate Lippi come se fossero stati altrettanti santi passati in terra belli e compunti, a miracol mostrare. E il Rio con l'Art chrtien raccogliendo dieci anni dopo tutte queste agiografie sar considerato l'ideale storico dell'arte, e il padre Marchese nel 1846 fisser in un breve enfatico scritto i suoi entusiasmi su quei puristi, che alla sua nobile anima parvero rinnovatori fecondi laddove non erano che plagiar sterili gelidi e timidi.
Forse la parola plagio  troppo cruda per quegli onesti, perch il loro plagio fu incosciente ed essi credettero fare opera di purezza commettendolo, e anche perch ne furono puniti dall'immediato oblo tanto che i pi di loro morti anche venti o dieci anni fa, oggi son rinnegati financo dai discepoli, e  dal pubblico abbandonati nelle ultime sale delle accademie e delle pinacoteche.
Non a loro torna l'omaggio che ogni giorno in Francia ravviva la memoria di ogni pi oscuro pittore della libera scuola del Trenta; e in Germania stessa a Dsseldorf o a Monaco la pittura nazarena prima di Kaulbach o di Piloty , pi che biasimata, dimenticata. Per molto tempo essa gelida e diligente ha vissuto perch nessuno vi trovava qualcosa da biasimare. "Queste grandi tele non insegnano nulla di nuovo e non lasciano alcun ricordo; sono corrette, decenti e fredde" diceva nel 1828 lo Stendhal uscendo dallo studio del Camuccini e avrebbe potuto dire lo stesso delle poche tele del Minardi.
Un vanto per va dato ai puristi intorno al Minardi, che in realt fu solo un maestro e specialmente al senese e gentile Luigi Mussini fraterno amico dell'Ingres onorato cos in Francia come in Italia, pittore e scrittore. Ed  un vanto di tecnica. Qui pi cospicuamente si vede la rispondenza fra i puristi in pittura e i puristi in letteratura; qui pi chiaramente Tommaso Minardi ci appare come il Basilio Puoti del pennello, e il suo Discorso su le qualit essenziali della pittura italiana scritto nel '34 continua venticinque anni dopo la Dissertazione  su lo stato presente della lingua italiana presentata dal Cesari all'Accademia milanese.
Essi abbandonarono quelle larghe masse di chiaro e d'ombra con che il Benvenuti e il Camuccini e tanti altri minori preparavano nei dipinti le parti luminose ed oscure, senza curarsi di trre questi effetti dal vero, ma disponendoli con una luce teatrale, della cui falsit (come narra nelle sue Memorie l'Hayez, che andando a Roma venne a riverire Pietro Benvenuti qui a Firenze nel suo studio e lo vide dipingere la Morte di Priamo), si gloriavano apertamente. Cos i loro colori furono chiari se non ricchi, e con le velature ritornarono a dare lucidit e trasparenza alle cose dipinte, e su le mura riaddussero in onore l'encausto e ritrovarono i buoni metodi del fresco. Nella prospettiva, poi, ricominciarono a conformare la grandezza degli oggetti ritratti alle dimensioni della immagine prospettica, quale  descritta nel taglio del cono visuale, al punto in cui l'artista si pone cos da non dover spostare, come avveniva spesso nei macchinosi quadri davidiani e come purtroppo riavverr in molti frettolosi romantici, il punto della veduta due volte almeno per una stessa pittura.
Il Benvenuti muore nel '44, il Camuccini e il Sabatelli nel '50, il Biscarra che dal '21 era stato  da Carlo Felice chiamato a dirigere l'Accademia a Torino, muore nel '51. Il Biscarra che aveva studiato a Roma e aveva plagiato nel Caino il Delitto perseguitato di Prudhon, ebbe nella sua Accademia a direttore della scuola di disegno ornamentale quel Pelagio Palagi, bolognese, che nel '34 aveva osato nel reale palazzo di Torino e nelle ville di Pollenzo e di Racconigi distruggere tutte le delicatezze delle ornamentazioni Louis XV per sostituirvi le sue vuote classicherie lineari. Ma tutti costoro poterono prima di morire veder che nulla rimaneva loro fuor che gli onori. L'Hayez ormai trionfava, e il loro Olimpo color di mattone e sapor di niente era svanito. L'Hayez trionfava, e pi che l'Hayez il popolo e la violenza del popolo trionfavano.
Ma perch, per tanti anni la falsit e la imitazione e il gelo, contro ogni moda straniera, poterono seder sul trono e schiacciare ogni spontaneit di gusto? Non spetta a me in questa serie di letture definire le condizioni sociali, l'ambiente morale e politico dove l'arte ebbe a svolgersi, o meglio, dove l'arte ufficiale pot restare immobile.
Per quanto nel 1849 il Giusti rida amaramente della poca plebe sbrigliata in piazza, nel periodo che va dal '21 al '48, da quando a Modena Carlo  Felice smentisce con celere prudenza la rivoluzione piemontese fino alle riforme del '47 e alle costituzioni del '48, l'aristocrazia e l'alta borghesia d'Italia non dettero che esempii di timorati desiderii platonici. Composte nel gesto e nelle parole, ammonite dalla brutta fine de' moti del '31 e del '33 esse si rammentano dell'unit e dell'indipendenza della patria quando sognano non quando agiscono. Il 1848  stato voluto e ottenuto dal popolo:  bene rammentarlo. Uscito di prigione Silvio Pellico che, come il Tommaso e il Cant, s'era dato alla educazione, nei Doveri dell'uomo ha questo passo caratteristico: "Il progresso sociale verr con le virt domestiche e con la carit civile, o non verr in alcun tempo. Lasciamo dunque stare le illusioni della politica, facciamo cristianamente quel bene che possiamo, ciascuno nel nostro circolo: preghiamo Dio per tutti e serbiamo il cuore sereno indulgente e forte." Ci voleva altro, signori miei, e, in realt, altro ci volle che la serenit e la indulgenza e la carit predicata dall'autore della Francesca da Rimini! Ai pi franchi, come Massimo d'Azeglio, la tirannide interna premeva poco; l'importante era fare l'Italia con la libert se era possibile, e, se no, anche col dispotismo, anche con l'aiuto dei principi, con la conciliazione di tutti gli elementi. Ma  egli pot vedere che se gli individui non sono liberi,  inutile che sia libera la patria.
La scuola liberale lombardo-piemontese cui Pellico e d'Azeglio e Manzoni appartennero, e di cui - come disse il De Sanctis - Balbo fu il dottrinario, Gioberti l'oratore, Rosmini il pensatore, mettendo da parte la libert come fine, volendo lasciare la societ alle sue forze naturali perch riescisse al progresso, respingendo ogni idea di violenza, sia che la violenza scendesse dall'alto, sia che salisse dal basso, non agitava che idee generali e larghe astrazioni e, soprattutto, era composta e misurata. Misurate e composte furono le classi dominanti finch essa le domin, cio fino al 1848, cio fino all'avvento della scuola democratica mazziniana.
Il neo classicismo che fu detto un involucro retorico mitologico, cio una mitologia senza mito e una rettorica senza eloquenza - Camuccini, Landi, Benvenuti, Thorwaldsen, per non parlar che di quelli che verso il '30 sopravvivevano, - come poi il purismo minardiano, cos placidi e frigidi, cos lontani dalla realt, cos assestati, cos teatralmente panneggiati o cos misticamente diafani, poterono contentare formalmente quelle classi che uniche davano pane e lodi agli artisti. E specialmente lo poterono a Roma, dove fino a Pio nono non vi fu vita  se non di antiquar e di dotti pietisti, e specialmente a Firenze, che un grande critico disse essere a quelli anni soltanto "un passato illustre immobilizzato e regolato." L'Arnaldo da Brescia, come tutti sanno,  del 1844.
Ho detto che il classicismo e il purismo poterono contentare formalmente le classi dominanti, perch occorse la pittura romantica per appagarle anche con la sostanza.
La scuola liberale, considerando e studiando la societ come una cosa reale e spontaneamente e indefinitamente progrediente, dovette interrogare, per giustificare la sua calma e benevola aspettativa, la logica della storia, cio divenire una scuola storica. E la storia fu a base anche dei lavori di immaginazione e si videro pullulare i romanzi storici, le tragedie storiche, e le pitture storiche.
Certo, anche la pittura che si  convenuto di chiamare romantica, ebbe su lo scoppio della rivoluzione italiana un'azione molto indiretta: ma di ci diremo quando avremo veduto che cosa essa sia, quali ne sieno stati i capi, e quali i gregar. Paragonata alla letteratura romantica, ad essa manca il suo Manzoni. Francesco Hayez non ne fu che il Tommaso Grossi.


***

Alla fama se non alla gloria dell'Hayez giov il momento storico che certo egli non cre, ma dal quale con versatile docilit si lasci nella lunga onoratissima vita plasmare. La lettura delle sue Memorie purtroppo incompiute, sebbene esse non abbiano ne la vivacit fresca e inesausta dei Ricordi di Massimo d'Azeglio, n la semplicit affettuosa di quelli di Giovanni Dupr, mostra limpidamente che egli  un pittore di transizione, non un rivoluzionario fanatico e fisso in ci che egli creda essere la ideale verit infallibile. Troppi esemp di virile costanza e in letteratura e in politica e anche nelle belle arti - come vedremo parlando della scultura - in quei tempi avventurosi gli sorgono attorno, luminosi poli fissi a segnare la sua abile mobilit.
Egli che nel 1812, guidato dal marchese Canova, mandava al concorso dell'Accademia di Milano il Laocoonte famoso, tipo nel tema e nella tecnica di classicissima pittura, e nel '20 pure a Brera esponeva fra gli applausi il Carmagnola, e nel '30 i Profughi di Parga, eco degli entusiasmi filellenici,  e nel 1848 firmava un autoritratto Francesco Hayez italiano di Venezia, e nel '67 mandava a Parigi la Battaglia di Magenta:  il vero riflesso pittorico delle vicende politiche intellettuali e sentimentali le quali mossero e commossero l'Italia nel periodo che oggi riassumiamo.  il vero filo direttivo nel labirinto delle opposte tendenze dei sogni che balzano d'un tratto in piena realt, dei fatti che lampeggiano invano per un attimo e si spengono sotto la nebbia dell'utopia.
Dal classicismo lo svegli il cannone degli Alleati, e l'impero napoleonico cadde mentre egli dipingeva sopra un'ampia tela Ulisse nella reggia di Alcinoo re dei Feaci, e ripar a Venezia dove stette tre anni a decorar sale di palazzi con lo stesso gusto tanto che nello studiolo del conte Zanetto Papadopoli dipinse Diotima che insegna a Socrate l'arte monocromata e Alcibiade nel gineceo quando  rimproverato da Socrate, dentro un fregio di amorini dove l'Amor feroce  simboleggiato dalla tigre, l'Amor leggero dalla farfalla, l'Amor forte dal leone, e cos via!
Se egli non fosse stato quel pronto spirito che dicevo poco fa, voi vedete in quale palude si sarebbe annegato. Ma ode da Milano i richiami del vecchio suo amico Pelagio Palagi, e vi accorre ed espone il Carmagnola ed  salvo. Messosi cos nella corrente, egli per sua ventura, non ne escir pi. L'ambiente  ben caldo; gli applausi, checch egli poi ne scriva, lo confortano; l'amicizia con Tommaso Grossi lo esorta a perseverare.
Equilibrato compositore, direi quasi, con tutto il rispetto, coreografo sagacissimo, coloritore non oso dir veneziano, ma certo ammiratore dei Veneziani, disegnatore freddo ma onesto, poich a Roma gli aveano ai primi anni diretto la mano gli inflessibili e impassibili neoclassici, ormai egli pu abbandonarsi alla sua foga feconda, in gara coi letterati che han trovato il perfetto illustratore e lo chiaman fratello. Consigliere dell'Accademia di Brera, per qualche anno sostituto del Sabatelli cui poi nel 1850 succedette per trent'anni, ritrattista aulico di tutti i sovrani convenuti nel 1822 al congresso di Verona, protetto dall'arciduca Ranieri e dal Metternich da cui si vanta di essere stato a Vienna preso amichevolmente a braccetto, pittore nel soffitto della sala delle Cariatidi al palazzo reale di Milano quando si attendeva l'imperatore austriaco perch cingesse la corona di ferro, se non fosse stato un pittore, sarei curioso di sapere come l'avrebbe giudicato il Guerrazzi. Ma in politica, anche nel 1899, ai pittori e agli scultori  permesso pi di quel che sia permesso  ai poeti, e io devo parlarvi solo della sua versatilit artistica. Certo  che quando nel 1872 Francesco Dall'Ongaro lo proclama giustamente il veterano della pittura italiana, a me par di vedere in quella parola veterano scritta dal glorioso reduce di Venezia una punta di benigna ironia.
Il Bacio  forse il quadro pi noto dell'Hayez, e meritatamente. Il sentimento, anzi, l'impeto amoroso, non  stato segnato con altrettanta intensit in altri quadri di quell'epoca. Giulietta nella veste di un bel limpido azzurro  cos abbandonata su le spalle e contro le labbra dell'amante, con gli occhi chiusi per la dolorosa delizia di quell'addio, e Romeo col mantelletto marrone con la maglia di color bucchero  cos saldo a sorreggerla e leggiadramente virile, che anche oggi, a prima vista, nonostante il disgusto delle oleografie untuose che primamente ce lo hanno rivelato e la noia di tutte le romanticherie cantate per anni sotto la luna, ci commove, sebbene, per fortuna, non ci piaccia pi.
E la commozione patetica fu appunto lo scopo di tutta quell'arte romantica. Il bello morale, come essi dicevano,  il loro Dio, e ogni scolaretto ripete dal Forcellini l'etimologia del bello, bellus, da bonellus cio dal buono. La forma che nei classici era stata il fine, nei romantici diviene il mezzo  per eccitare affetti. Tommaso Grossi appare allora superiore al Manzoni perch egli fa piangere, Manzoni no. La cos detta donna romantica  la sua fissazione; e la Fuggitiva, Lida, Ildegonda, Bice, Giselda sono il tema favorito dei pittori lacrimosi che, quando non furono l'Hayez, riuscirono spesso ad essere lacrimevoli.
Enumerare questi quadri dell'Hayez  impossibile e anche inutile. Di Imelda de' Lambertazzi, di Maria Stuarda, di Giulietta e Romeo, di Clorinda e Tancredi, della Congiura dei Fieschi, di scene delle Crociate da Pietro l'Eremita, alla Sete dei Crociati, egli fece tre, quattro, cinque variazioni in quadri grandi e in quadri a figure terzine, in bozzetti e in disegni. Cos per i soggetti veneti, dal Carmagnola a Marin Faliero, da Vittor Pisani a Valenza Gradenigo, da Caterina Cornaro ai Due Foscari che voi avete qui alla vostra Accademia, egli fu di una attivit da Briareo e di una variet di combinazioni melodrammatiche degna di Felice Romani. E dall'estero le ordinazioni piovevano come le lagrime delle spettatrici. N perci egli dimentic i soggetti sacri, e anche, per tornare agli antichissimi, i soggetti mitologici. Ma per alcuno dei ritratti, massime per il suo agli Uffizi, essendo costretto a rendere il vero senza veli  rettorici e patetici, egli merita di essere ricordato anche oggi. Quelli del marchese Lorenzo Litta, del conte Giovanni Morosini e di Antonio Rosmini, quando qualche volonteroso che forse non  lontano, far la storia del ritratto nella pittura italiana, dovranno avere nel periodo che va dal '30 al '50 un posto d'onore. Cos a Roma il Consoni, il Capalti, il Cochetti suoi contemporanei, non meritano una menzione per altro.
E passiamo ai minori.
Intendo i minori per fama, perch alcuni - e non vi dir d'altri - spesso gli furono eguali per valore. In tutti i varii indirizzi a volta a volta riappaiono, secondo i bisogni della moda, del committente e del tema, e quello che nell'Hayez fu graduale evoluzione sincera, in loro o  incertezza di convinzione o destrezza di opportunismo eclettico.
Qui in Toscana  tempo che nomini Francesco e Giuseppe Sabatelli figli di quel Luigi Sabatelli che gi vi segnalai come emulo del Camuccini e cui nella direzione dell'Accademia milanese succedette l'Hayez. Il padre li vide morir tutti e due. Francesco, maggiore di dieci anni, mandato giovanissimo da Leopoldo secondo a studiare in Roma, dopo soli diciotto mesi di permanenza e di amoroso lavoro, torn a Firenze a finire la sala dell'Iliade  cominciata dal padre a Palazzo Pitti, quando quella d'Ulisse era stata dipinta da Gaspero Martellini e quella di Prometeo da Giuseppe Colignon e mentre Pietro Benvenuti dipingeva tutta la cupola della Cappella dei Principi in Piazza Madonna. Da questi sincronismi  facile supporre quale sia stato il carattere della sua arte. Migliore, cio altrettanto ariosa nella composizione ma pi franca nel colore , nella minuscola cappella a sinistra del coro in Santa Croce, la figurazione di Ezelino da Romano ai piedi di Sant'Antonio. Del fratello Giuseppe, anche chi non ha cercato a San Firenze la misera cupoletta ormai cadente della Cappella della Madonna, o all'Accademia la Battaglia del Serchio con Farinata e Buondelmonti, rammenta le affettuose parole del Dupr nel cui studio ogni mattina egli si riposava andando al lavoro: "Era magro e pallido, e i mustacchi neri facevano ancora apparire pi pallido quel viso mansueto e serio; dal suo labbro non uscivano che poche e benigne parole; la sua compagnia era mite e soave; e la memoria di lui mi ritorna mestamente serena come il ricordo di un bene smarrito ma non perduto."
E altri due fratelli, non fiorentini questi, ma sanesi, Luigi e Cesare Mussini. Luigi che come ho detto, cominci con l'essere un purista minardiano,  si inromantich presto nel suo Decamerone sanese, e pi nell'Eudoro e Cimodocea di questa Accademia, un quadro derivato da Chateaubriand, color di rosa e color di cenere, levigato e mantecato e illuminato non si seppe mai da che parte. Cesare fu un coreografo anche pi complicato in quella Congiura dei Pazzi che verso il '45 era stimato uno dei massimi quadri moderni di Toscana e che poco dopo fu giustamente definita la "sintesi dell'impossibile."
Per restar sempre tra i pi noti, rammenter il freddo e compassato Pollastrini che dopo aver fatto accademicamente melodrammaticamente morire Ferruccio a Gavinana, uccise anche Lorenzino de' Medici con altrettanta sapienza scenica e l'un dopo l'altro cacci in nome del vittorioso Cosimo primo i sanesi da Siena. Ho detto un dopo l'altro: come nei Mussini cos in tutti questi altri romantici le figure sono viste a una a una, e il chiaro e lo scuro  reso, non nell'insieme, ma su ciascuna di esse singolarmente e speciosamente.
Il Bezzuoli, che era di quarant'anni pi vecchio di lui, verso il quaranta, dipinse un'Eva che aveva qualche floridezza e qualche freschezza di carni, ma subito ricadde nella coreografia trionfale con la gran tela figurante l'ingresso di Carlo ottavo in Firenze, che ebbe l'onore di essere incisa dal Morghen. Andatela un giorno a vedere, all'Accademia, e mi perdonerete se sessant'anni dopo io ometta anche di criticarla.
Tra l'Emilia e la Romagna due nomi compendiano questo periodo: il Malatesta e il Guardassoni. Del Guardassoni non  di voi chi non conosca almeno un'oleografia dell'Innominato da lui pi volte ripetuto, perch le migliori opere di questo periodo sono state dalla Provvidenza destinate ad essere appunto riprodotte nel modo a loro meglio convenevole, cio con l'oleografia. Certo per l'avveduta onest della pennellata, per una certa vivezza di colore, per la disinvoltura del disegno, il quadro appare superiore a molti dell'Hayez, ma, ahim, mostra anche tutto il gelo del Delaroche; e ci basta a giustificare l'oblio. A Bologna cento chiese - San Giuseppe ed Ignazio, la Trinit, San Giuliano, Santa Caterina, San Bartolomeo, Santa Maria Maddalena, Santa Dorotea, Santa Maria Maggiore, San Gregorio, San Giorgio, SS. Filippo e Giacomo, San Salvatore, Sant'Isaia, Santa Caterina di Saragozza, la Madonna dei Poveri, San Giuseppe - hanno pitture sue eseguite prima e dopo il '50, con una mano sempre pi facile e anche sempre pi trascurata, celeremente, per poco danaro, alla brava.

Il Malatesta, modenese, nato nel 1818 mor nove anni fa. Dipinse con grande chiarezza molti ritratti, con minore arte quadri sacri e quadri storici, fra i quali il pi noto  quello in cui i soldati della lega guelfa fanno prigioniero Ezzelino terzo alla battaglia di Cassano d'Adda. Un titolo, come udite, un po' lungo, e veramente io penso a trovarne di altri anche pi esplicativi e pi lunghi, che cosa dovessero valere quei quadri per chi non sapesse leggere o almeno non sapesse di storia.
Se nel Veneto pi dello Schiavoni, del Lipparini, del De Min, del Gregoletti, del Gazzotto che illustr Dante a penna, sono oggi memorabili solo i nomi del Molmenti e dello Zona, ben altro avviene in Piemonte. Nel 1842 in un salone del palazzo d'Oria di Ciri in via Lagrange si apriva la prima esposizione della Promotrice, con centocinquanta opere di autori viventi e quello fu il terzo grande avvenimento artistico del regno di Carlo Alberto, dopo l'apertura della Pinacoteca e la restaurazione dell'Accademia Albertina. Giuseppe Camino, i due Morgari padre e figlio, Francesco Gonin, Francesco Gamba erano tra gli espositori. Ma non  questo il momento di definir l'opera di tali valorosi, cui pochi anni dopo si deve la riscossa, - e non solo in arte. Ora rammento solo artisti pi  vecchi: Ferdinando Cavalieri, amico dell'Hayez, che nel '45 era venuto a Roma a dirigere la scuola dei pensionati del re di Sardegna, e nel 1846 mandava di l per la sala dei paggi nel Reale Palazzo un quadro rappresentante Il conte Amedeo terzo che giura la sacra lega in Susa; il Biscarra che scendeva dall'Olimpo davidiano dei suoi Achilli, dei suoi Alessandri e dei suoi Mos per romanticheggiare con una veramente misera Morte del conte Ugolino; Pietro Ayres che avrebbe dovuto limitare la sua attivit ai ritratti; Amedeo Augero, l'autore del Voto e pi l'autore di molti ritratti privi di luce ma di nitidissimo segno; e infine l'Arienti, che sebbene fosse nato presso Milano, pure  da iscriversi tra i piemontesi per essere stato dal '43 al '60 professore di pittura all'Accademia di Torino. Un'altra Congiura dei Pazzi, il Federigo Barbarossa cacciato da Alessandria che  in quel Palazzo Reale, e l'incomprensibile episodio della Lega Lombarda, che  nell'ultima sala della Pinacoteca bolognese, sono opere che raccolgono bellamente tutti i difetti suoi e dei tempi, ma hanno un certo fare largo ed energico, che l'Arienti deve a Luigi Sabatelli maestro suo.
A Roma vanno rammentati il Podesti e il Gagliardi. Che memoria resta di loro? Io che son cresciuto fra gli artisti, e fin da bimbo ho udito pronunciare questi due nomi con venerazione, quando un giorno mi son determinato entrando nelle stanze di Raffaello in Vaticano a fermarmi nella prima stanza detta della Concezione e tutta affrescata dal Podesti con una squallida intonazione tra color di rosa e color di legno, con una compassata scolastica composizione che non si pu pi nemmeno dire teatrale; quando nella minuscola pinacoteca di Ancona sua patria invece di correre ad adorare la piccola madonna del Crivelli ho voluto guardare con qualche attenzione i cartoni, i quadri e i quadretti del tanto lodato "decano dell'arte romana", ho provato una delusione tale, che oggi non oso con esatte parole ripeterla. Il pittore de Sanctis che di lui morto parl nell'Accademia di San Luca, afferm che tra il '50 e il '60 "il nome del Podesti risuonava alto nella pittura come quello di Verdi nella musica", un paragone che a noi di un'altra generazione oggi sembra irriverente addirittura. Pure la sua fama fu immensa; e da quando nel 1830 espose in Campidoglio nella prima Esposizione degli amatori e cultori di belle arti il Martirio di Santa Dorotea fino a che per commissione di Carlo Alberto esegu il Giudizio di Salomone; da quando per don Alessandro Torlonia nella villa fuori Porta Pia dipinse a fresco le imprese di Bacco e nel Palazzo di piazza Venezia il mito di Diana fino a che per Pio nono esegu la stanza della Concezione; dal quadro dell'Assedio di Ancona che nelle esposizioni mondiali di Parigi e di Londra ebbe due medaglie d'oro e oggi sarebbe rifiutato in una promotrice provinciale fino a tutti gli innumerevoli soggettini romantici a figure terzine, egli fu venerato a Roma anche pi di quel che l'Hayez fosse stimato a Milano o il Bezzuoli a Firenze. E come l'Hayez, mor novantenne.
Il Gagliardi  negli affreschi della chiesa di San Rocco a Roma pi virile e ha un colore pi franco, ma anche egli non sente la luce e tanto meno il chiaroscuro, e cos non riesce al rilievo; le quali due accuse sono, in realt, le massime contro tutta la pittura d'allora. Tanto che tutte quelle figure teatrali e i soliti guerrieri coi cimieri azzurri e i pennacchi rossi e le corazze turchinette e giallette, che modellan muscolo a muscolo la carne e i soliti toni di cobalto e di roseo alla Sassoferrato, fanno della Crocifissione cui allora stupefatta accorse tutta Roma, un quadro meschino presso le ampie figure zuccaresche dell'abside, ornamentali e baroccamente violente.
In Lombardia, oltre il Bertini, il d'Azeglio. Giuseppe  Bertini che nato nel '25  morto quest'anno conservatore della Pinacoteca di Brera, sebbene sia pi noto come primo maestro di qualche grande, pure merit per la mobilit del suo stile dal Selvatico questa lode "or sa farsi Ghirlandajo, ora Tiepolo" dove il contrasto  cos palese che la lode sembra un biasimo. L'arte di Massimo d'Azeglio invece fu protesa verso l'avvenire che egli bene intravvide, ma nel quale, come pittore, non riesc ad entrare. Pi che la Sfida di Barletta o il Brindisi di Ferruccio o la Battaglia di Gavinana o lo Sforza che gitta l'accetta su l'albero o tutti i quadri di origine ariostesca, oggi ci importano i suoi paesaggi che egli studiava e, come diceva lui, finiva sul vero. Dei quadri supposti storici, dei quali ora pi ci occupiamo, egli si gloria che avessero il gran merito - o piuttosto la condizione sine qua non di tutto quanto aveva fatto d'un po' significante - di servire cio al pensiero italiano.
Ora questo per lui si pu dir che sia quasi sempre vero: ma per gli altri lo fu? E se lo fu, questa pittura romantica raggiunse lo scopo, cio affrett la rivoluzione verso la unit e per la libert individuale e nazionale? Lo stesso d'Azeglio che da giovane aveva veduto domare la rivoluzione francese e l'aristocrazia e il re tornare a Torino e i  cardinali e Pio settimo tornare a Roma, parlando dell'Alfieri e delle sue tragedie in odio ai tiranni, osserva con ironia: "Quale appare secondo esse la via pi breve onde condurre un popolo alla perfetta felicit, libert, prosperit ecc. ecc.? Nascondersi dietro un uscio e far la posta al tiranno; quando passa, tonfete!, una buona botta sul capo, e tutto si trova fatto, compito e terminato; tutti sono contenti, tutti sono indipendenti, tutti sono liberi, felici, virtuosi, eguali, fratelli amorosi, insomma un popolo si trova diventato d'un colpo il paese della cuccagna! E il mondo va egli cos? E tutto questo  egli vero, e mette forse in capo idee vere?"
E, aggiungo io, non si potrebbe dir lo stesso della pittura romantica e di tutte le Leghe Lombarde e di tutte le Congiure dei Pazzi e di tutte le Disfide di Barletta che furono dipinte allora? Invece di dire al vicino "La tua casa brucia" quei bravi artisti gli dicevano, ad esempio: "Brucia la Biblioteca d'Alessandria, o il Tempio di Diana in Efeso." E ci, come si capisce facilmente, poteva essere rettorico e, verso la polizia, comodo, ma poteva anche essere inutile. Eran ricordi di scuola, finzioni di mondi passati, spesso mai esistiti, favole non umane, irrealit e atteggiamenti e affettazioni, forme che non sprizzavano direttamente dal pensiero  e dalla passione vivi ma li viziavano e li impacciavano come paludamenti. La pittura fu, come disse il de Sanctis di quella letteratura, "un'Arcadia con licenza dei superiori," Permettete a chi forse ammira troppo il tempo in cui vive di constatare che anche in franchezza, per fortuna, noi abbiamo progredito.

***

Prima di accennarvi come i fatti brutali e magnifici spinsero tutti gli animi a questa franchezza e lacerarono le maschere prudenti, e i pittori di Federigo Barbarossa e d'Ettore Fieramosca divennero o meglio dovettero divenire i pittori di Carlo Alberto, di Vittorio Emanuele e di Garibaldi, vi dir qualche parola su la scultura e gli scultori. E pi che poche parole vorrei dirvene, poich ho la ventura di parlare nella patria di Lorenzo Bartolini.

E tu giunto a compita,
Lorenzo, come mai
Infondi nella creta
La vita che non hai?

Prima di lui la scultura classica del Canova, o  pi propriamente inclinata alle semplicit del purismo nel Thorwaldsen e nel suo nobile allievo il nostro Tenerani, era in ogni modo stata regina in Europa. Per un momento tutta la nostra gloria artistica parve affidata a lei. N Dannecker n Rauch in Germania, ne Franois Rude o David d'Angers Aim Millet in Francia raggiunsero lo splendore d'onori, la fecondit pure diligente, la fattura squisita dei nostri. Per confrontare Thorwaldsen al conte Tenerani basta a Roma in San Pietro andare dal monumento di Pio settimo Chiaramonti a quello di Pio ottavo Albani; ma la castigatezza e il fermo modellare s del maestro che del discepolo sono schiacciati dalle dorate vlte pompose e ventose cos, che al confronto il Gregorovius pot dire che le due tombe sembrano fra tanta sontuosit di cattolicismo due monumenti protestanti.  stato detto che il Minardi fu il Tenerani della scultura. S, ma il Minardi non seppe n dipingere n coi disegni commuovere; il Tenerani seppe e scolpire e commuovere. Dalla Psiche abbandonata che piacque tanto al Giordani fino all'altra Psiche svenuta che egli dov ripetere quindici volte, dal rilievo della Deposizione dalla Croce che  tra gli ori candido vanto della Cappella Torlonia in Laterano fino al colossale San Giovanni Evangelista pel San Francesco di Paola a Napoli, dal troppo classico Monumento pel conte Orloff al Monumento per Bolivar o alla statua di Pellegrino Rossi, egli ha mostrato veramente un'anima geniale e una scienza tecnica di polita gentilezza e un'abilit di panneggiare insuperata dallo stesso Thorwaldsen. E basta leggere una pagina della sua biografia scritta dal Raggi, per sentire quanto il mondo fosse allora pieno della sua fama.
Intanto il Marocchetti di Biella empiva l'Europa di cavalli e di cavalieri purtroppo ancora visibili, nessuno dei quali per fortuna nostra vale l'Emanuele Filiberto di piazza San Carlo a Torino. Per nessuno, e tanto meno lui, ebbe il virile animo e la tenacia diritta e la forza combattiva del vostro Bartolini.
Lo stesso Giusti, che per lui scriveva i versi detti poco fa, sembra che anche per lui abbia cantato:

In corpo e in anima
Servi il reale,
E non ti perdere
Nell'ideale,

parole chiare che diverranno una divisa di coraggio.
Francesco Hayez  vissuto tra il 1791 e il 1882, Lorenzo Bartolini tra il 1777 e il 1850. Confrontateli:  versatile, opportunista, gi dimenticato il primo; rigido, intollerante, austero, ogni giorno pi vivo e pi degno di vivere il secondo. Figlio d'un magnano, fattorino di bottega, commesso d'un sarto, garzone d'un vetraio e d'un marmista, suonatore di violino nelle pi buie orchestre di Firenze o di Parigi, il Delaborde in un articolo che la Revue des Deux mondes pubblicava quarantaquattr'anni fa, narra come il David stesso anche prima che il Bartolini scolpisse il bassorilievo della battaglia d'Austerlitz per la colonna Vendme restasse stupito e soggiogato dal sentimento semplice, dall'ingenua larghezza, dalla sincerit mai volgare di quella giovenile arte di lui, che la natura voleva interpretare direttamente senza infrapposizioni di morte bellezze officiali.
Pochi giorni fa in un giornale d'arte romano di verso il '40 leggevo una sua caratteristica polemica, quando dette per tema agli scolari il bassorilievo d'Esopo, egli che, morto Stefano Ricci, autore del monumento a Dante, gi insegnava scultura all'Accademia fiorentina, aveva scritto: "Diverse figure adattate per esercizio del nudo, servono a dimostrare che tutta la natura  bella, quando per  relativa al soggetto, e che colui il quale sapr meglio imitarla potr quindi eseguire qualunque tema  gli venga proposto." Un anonimo nel Diario di Roma, un tale Zanelli nell'Album, combatterono questa affermazione rivoluzionaria, questa ostentazione di massime antiaccademiche, questa franca glorificazione di tutta la vita. Dicevan gli avversar che nei fiori, negli alberi, nel paesaggio la natura pu prendersi qual', ma non nel corpo umano perch esso ha peccato. E gli citavan Platone e il prototipo generato e Raffaello e Guido Reni e naturalmente anche Winckelmann; infine, a difesa del bello ideale, gli proponevano: "dipingete o scolpite cento vecchie e cento giovani con egual maestria, tutti guarderanno le giovani." Il Bartolini sul Commercio rispondeva: "Come saranno brutte quelle giovani se l'avrete inventate voi!"
La sua ammirazione per Napoleone con quella sua misteriosa corsa all'isola d'Elba in pieno 1814 quando caduto l'imperatore la folla gli penetr nello studio e gli infranse gessi e marmi furiosa,  un indice del suo cuore. La sua amicizia per Ingres con cui aveva studiato e vissuto a Parigi e che lo ritratt, e per Byron e per M.me de Stal i cui busti egli scolp,  un indice della sua mente.
Delle sue opere - poich, se ne togli il gran Napoleone che  a Bastia vlto al mare d'Italia  e la genuflessa Fiducia in Dio che  a Milano nel palazzo Poldi-Pezzoli e l'Astianatte impetuoso che pure a Milano  su la terrazza di palazzo Trivulzio sono tutte a Firenze -  inutile parlare. Chi di voi non conosce nella sala dell'Iliade a Palazzo Pitti, la Carit educatrice, in piazza Demidoff, il Monumento a Nicola Demidoff, o in Santa Croce la statua giacente della vecchia contessa Zamoyska che veramente sembra addormentata in un marmoreo sonno di morte? Chi non ha visto nel refettorio del convento di San Salvi i gessi dei ritratti in busto plasmati da lui, massimo quello dell'attore Vestri il cui marmo  alla Certosa di Bologna? Non dobbiamo dimenticare che egli nascendo all'arte trov il mondo della scultura popolato di di e di semidei e di omerici eroi tutti belli. E quand'egli mor, l'Italia aveva il Vela e il Dupr, e si pot in Santa Croce sotto il suo monumento scrivere la insegna della sua vita Natura lumen artium.
Senza il Bartolini, n Vincenzo Vela, n Giovanni Dupr sarebbero stati. Come lui essi sorsero dal popolo, energici e fiduciosi; pi bellicoso e saldo e taciturno il primo, pi timido e gentile il secondo. Ma, se l'Abele del Dupr  del 1842, la Piet  del 1862 e lo Spartaco del Vela appare  nel 1879. Cos che l'esame dell'opera di questi due grandi, spetta a chi un altr'anno vi descriver l'arte italiana dopo il '48.

***

Il quarantotto - lo ripeto -  una pietra miliare donde non solo una nuova politica si parte ma anche una nuova arte, pi libera e franca sotto il sole.
Lentamente, da quel momento, l'arte e la vita tendono a riunirsi e nel 1843 Vincenzo Gioberti pubblica il Primato, nel 1844 Cesare Balbo le Speranze d'Italia, e d'Azeglio, il romanziere e il pittore di Ettore e di Ginevra, l'opuscolo Dei casi di Romagna subito dopo i moti di Rimini e di Bagnacavallo, il quale opuscolo,  ancora mite e quasi dottrinario rispetto al famoso libro su I lutti di Lombardia. Egli  ferito a Vicenza. Le cinque giornate di Milano, la difesa di Venezia, la difesa di Roma. Guerrazzi e Montanelli vogliono stabilire la repubblica a Firenze; Mazzini a Roma. Dopo Novara, il d'Azeglio accetta di essere ministro per la pace, e da quel giorno  ecclissato da Cavour. Il Conte di Cimi emissario d'Austria quindici anni prima, tentando di spingere Carlo Alberto alla reazione con l'incitargli contro i tumulti della piazza pi impetuosi, aveva detto: - Bisogna fargli assaggiar del sangue, altrimenti egli ci sfugge! - E il sangue, il sangue  apparso e non pi quello dipinto con pallidi vermigli nei pi tragici quadri romantici sul petto di uomini mascherati alla medievale, ma il rosso caldo sangue dei figli, dei fratelli, il sangue stesso di quelli artisti cui dai franchi occhi cadde il velo della rettorica e folgor tra i lampi dell'armi la visione della patria quale doveva essere, - visione precisa, limpida, come un segnale dall'alto.
La scuola mazziniana democratica opposta alla liberale lombardo-piemontese - Campanella a Genova, Farini in Romagna, La Farina in Sicilia, Guerrazzi in Toscana, Carlo Poerio a Napoli - fece direttamente e indirettamente il '48 e l'insurrezione calabrese e la rivoluzione di Palermo, e le difese di Roma e di Venezia e le resistenze di Bologna e di Brescia, e Garibaldi. Il romanticismo - e Pellico e d'Azeglio e Balbo e Rosmini - cade dal governo incontrastato delle menti. E la pittura romantica  morta. S' vista e s' toccata la salda ardente realt. Anche prima che in letteratura cos il realismo comincia in pittura. Luigi  Mussini finir a fare il ritratto di Vittorio Emanuele, l'Hayez che ha dipinto il Bacio di Giulietta e Romeo finir a dipingere il Bacio del volontario che parte, come pochi anni prima il vecchio Camuccini aveva per Carlo Alberto dipinto Furio Camillo che caccia i Galli dal Campidoglio.
Tutta la tecnica si rinnova. E prima di tutto, nei quadri di paese. In Francia Rousseau, Corot, Troyon, Diaz, Daubigny, Millet, e accanto a loro tutti gli sfavillanti orientalisti di Francia da dieci o da venti anni attendono di predicar con le loro opere il vangelo della luce d'Italia. Dal Piemonte, prima che da ogni altra regione, partono per varcar le Alpi il Valerio, il Perotti e il Gamba, i quali hanno il torto di credere che il cammino pi breve verso Parigi sia attraverso la Svizzera cio attraverso l'imitazione della buja e piatta e scenografica scuola del Calame. Cos che i rivelatori - quelli che, come fu detto con una frase troppo chirurgica, toglieranno le cateratte agli occhi della pittura italiana, - saranno napoletani.
Di Napoli io non ho ancora parlato. E chi avrei potuto indicarvi in quel gelo se non l'accademicissimo Tommaso De Vivo, o Giuseppe Mancinelli, che nell'Aiace e Cassandra del Palazzo Reale ancora venera in ginocchio il Camuccini e nel San Francesco di Paola a Capodimonte, non fa che voltarsi a venerare il Podesti? Filippo Palizzi e Achille Vertunni e, quando dopo il '48 avr abbandonato i suoi primi flebili amori coi puristi, anche Domenico Morelli: ecco quei rivelatori che solo un altr'anno vi saranno rivelati.
Il sentimentalismo dei romantici, per questa restaurazione della vita nell'arte, diverr emozione sincera in due forme di pittura: una larga e, direi, sonora che al quadro teatrale e romantico sostituir il quadro realmente storico ed eroico con gli Iconoclasti del Morelli, coi Dieci del Celentano, con la Stuarda del Vannutelli, col Sordello del Faruffini, alla Brera, coi Martiri gorgomiensi del Fracassini, in Vaticano; una pi intima e pi placida che sar detta pittura di genere.
I fratelli Induno crearono la pittura di genere. Ambedue studiarono all'Accademia milanese sotto il Sabatelli, ambedue cominciarono a camminare sotto il giogo dell'Hayez. Ed  relativamente a questi inizii, e al loro tempo, che devono essere giudicati. E nell'uno e nell'altro il 1848 interruppe la vita artistica e cacci Domenico ad esulare in Isvizzera e in Toscana, e Girolamo, pi giovane di dodici anni, a combattere a Roma. I Contrabbandieri,  il Pane e lagrime, il Dolore del soldato, la Questua, il Rosario dipinti da Domenico, furono le tele che prime persuasero gli artisti non derivar solo dalla storia l'ispirazione, ma anzi la massima sincerit essere nella immediata contemporanea realt del soggetto, e la sincerit di un'opera d'arte essere in rapporto diretto con la sua potenza emotiva. Per lui Pietro Selvatico scrisse quel saggio Su la opportunit di trattare in pittura anche soggetti tolti alla vita contemporanea, che aveva per epigrafe ancora un verso del nostro Giusti:

Di te, dell'et tua prenditi cura.

A Milano tra il museo del Risorgimento e l'Associazione patriottica e il Palazzo Reale e le ultime gelide sale di Brera(1), voi potete trovare le maggiori tele di Girolamo, e Crimea e Magenta e Palestro e la Partenza del coscritto, le quali, come dicono i titoli, sono tutte posteriori al '50. E anche in quel Palazzo Reale potete trovare il Cader delle  foglie di Domenico, che a me  sempre sembrato il suo pi bel quadro con quell'etica pallida che si spegne in conspetto della larga campagna autunnale, quando sui monti azzurrini del fondo gi biancheggiano le prime nevi. Certo la pennellata franca e avvolgente  migliore del colore ancora roseo e bigio, secondo la fievole intonazione che da mezzo secolo smorza ogni sole; ma, quando il modello  vicino e lo accende, egli  capace di creare il magistrale Ritratto d'uomo nella galleria d'arte moderna a Roma, d'un colore cos affocato ed intenso e d'un'espressione, negli occhi stanchi, cos dolorosa e lancinante che nessun altro ritratto l dentro regge al confronto.

***

Signori, con questo nuovo periodo l'arte italiana  libera - libera dal servile plagio degli antichi che  mille volte pi dannoso della imitazione dei contemporanei, libera da ogni polveroso pregiudizio e da ogni angusto impaccio d'accademia, libera da quella che Ruskin disse l'insolenza della fede. L'individuo, diviene, almeno in arte, il padrone di s stesso, e tutti - artisti, critici, pubblico, quali si sieno i loro gusti e le loro opinioni - sanno che  l'arte vera non  mai fissata o definita, ma  un continuo divenire come la religione e come la scienza. Lasciatelo dire a un ottimista: l'arte, il giorno in cui essa  tornata, nelle sue aspirazioni se non nella sua attualit, alla spontaneit anche violenta e anche intemperante, il giorno in cui si  compreso che le pitture pi belle non sono le pi pittoresche ma le pi sincere, l'arte, dico, in quel giorno  tornata al suo massimo cmpito - cio a farci amare la vita che ella stessa ha amato, poich ha cercato di comprenderla e di renderla e di interpretarla per la nostra pi precisa delizia. E questa  la sua funzione nella societ.
"Quando leggo Omero, tutti gli uomini ai miei occhi divengono giganti," diceva un grande poeta. Ahim, non gli eroi omerici che il cavalier Camuccini si illuse di rappresentare, ci daranno questa sensazione di magnificenza e di ampiezza e di eternit, ma una quieta pianura dipinta dal Vertunni o un semplice ciuffo d'erbe dipinto dal Palizzi o una nuvola sul tramonto dipinta dal Fontanesi, perch questi hanno visto e hanno reso la natura con semplicit d'amore.



IL VAPORE E LE SUE APPLICAZIONI.
 
CONFERENZA DI GIUSEPPE COLOMBO.

Due anni sono, invitato a parlarvi di Volta e delle scoperte scientifiche che illustrarono la fine del diciottesimo secolo e il principio dell'attuale, vi ho detto che quel periodo storico fu segnalato da due grandi avvenimenti, i quali dovevano produrre nelle condizioni economiche e sociali di tutto il mondo la pi grande rivoluzione che la storia abbia registrato finora. Questi avvenimenti furono la scoperta della pila, dovuta a Volta, e l'invenzione della macchina a vapore, dovuta a Watt. Dell'una ho avuto l'onore di intrattenervi due anni fa; dell'altra, e delle sue prime applicazioni in Italia, ho la fortuna di potervi parlare quest'oggi.
 la macchina a vapore che ha creato l'industria moderna. Lo scozzese Watt, trovando la prima soluzione pratica del problema di convertire il calore  in forza, ha aperto all'attivit dell'uomo un orizzonte sconfinato, verso il quale l'umanit si  slanciata con tanto ardore, che oggi il pensatore ha diritto di domandarsi se non si sia battuta una falsa strada e se l'invenzione della macchina a vapore si possa veramente dire, dal punto di vista sociale, un beneficio.
Non  un paradosso l'enunciazione di un simile dubbio. Certo la macchina a vapore ha prodotto un mutamento profondo nella vita sociale e individuale; ha permesso di creare immense ricchezze, ha soppresso le distanze, ha messo a disposizione dell'uomo mille nuove risorse che gli possono render facile e aggradevole la vita; ma ha anche moltiplicato la popolazione, e ha moltiplicati i suoi bisogni. Ormai presso i popoli civili il problema supremo  di continuare a produrre indefinitamente, e a cercare senza posa nuovi consumatori, sotto pena di soccombere sotto la concorrenza e di piombare nella disoccupazione e nella miseria. Se la felicit umana risiede nell'equilibrio fra i bisogni e i mezzi di soddisfarli,  molto dubbio se l'individuo si trovi pi felice ora in mezzo a tanto progresso, che ai tempi antichi, quando non esisteva la grande industria, e non si conoscevano n le macchine a vapore, n le ferrovie.

La grande industria, come si svolse in questo secolo dopo l'invenzione della macchina a vapore, non esisteva presso gli antichi. C'erano,  vero, manifatture fiorenti, i cui prodotti erano conosciuti e consumati anche a grande distanza, come le ceramiche e le gioiellerie fenicie ed etrusche, i vasi di Egina e di Samo, i ricami frigi, le stoffe d'Egitto; gli studi fatti sugli avanzi dell'antica Falleri, cos ben ordinati e raccolti a Roma nel Museo di Papa Giulio, mostrano chiaramente l'esistenza di questo movimento commerciale, e l'influenza dei prodotti importati sullo sviluppo delle industrie locali. Erano prodotti fabbricati a mano, col sussidio di utensili la cui forma ci  trasmessa sino ad oggi, e di quelle poche macchine che l'antichit conosceva e la cui origine si perde nella notte dei tempi. Il trapano  descritto nell'Odissea, ma rimonta certo all'epoca in cui si faceva il fuoco col metodo ancora in uso presso le popolazioni primitive, premendo un pezzo di legno appuntito contro un legno piano, e facendolo girare rapidamente fra le mani come un frullino; i vasi torniti di alabastro e di serpentino provenienti dall'Egitto, che si trovano nel museo di Berlino, dimostrano che 2 o 3 mila anni avanti Cristo si conosceva l'uso del tornio; come le fusarole di  pietra o d'argilla e i tessuti trovati nelle palafitte fanno testimonianza dei mezzi meccanici, gi quasi perfetti, dei quali disponeva l'industria tessile preistorica. Ma si trattava sempre di industria domestica, press'a poco come quella che esisteva nel Giappone prima che vi penetrasse la civilt europea; e siccome non vi si impiegava altra forza che quella dell'uomo o al pi degli animali, cos la produzione non poteva essere che assai limitata.
La grande industria non poteva nascere che colla possibilit di disporre delle forze naturali, come quella delle cadute d'acqua e del vapore. L'antichit lo intravide. Un inventore, rimasto sconosciuto, sostitu pel primo, alcune centinaia di anni avanti l'ra volgare, la forza dell'acqua a quella dell'uomo per la macinazione del grano, e forse per la lavorazione del ferro e del rame; e 120 anni avanti Cristo, un filosofo della scuola alessandrina ebbe la prima idea della forza del vapore, quando immagin la celebre eolipila, che ancor oggi, a 20 secoli di distanza, si trova in tutti i gabinetti di fisica.
Ma i tempi non eran maturi. La ruota idraulica, cui il poeta greco Antiparo inneggiava come all'invenzione che doveva risparmiare il lavoro alle  schiave, rimase fin quasi alla fine dello scorso secolo un motore pressoch esclusivamente limitato, come nell'antichit, alle fucine e ai molini; e l'eolipila rest quella che era ai tempi di Erone, cio un giocattolo scientifico.
Per spiegare questa lunga inazione, bisogna rammentare innanzi tutto la grande catastrofe delle immigrazioni dei barbari, che travolse, colla caduta dell'impero romano, tutto l'antico organismo sociale. Per qualche tempo, durante il dominio arabo in Europa, l'indagine scientifica si ravviva; ma la scuola d'Aristotile e i sofismi della scolastica immobilizzano e sterilizzano ben presto lo spirito umano. Finalmente, dopo lunghi secoli di oscurit, la scienza trova la sua vera base con Galileo, e pu ormai procedere senza vincoli alla ricerca del vero. Colla scuola di Galileo, quando l'enunciazione delle leggi della caduta dei gravi fu il raggio di luce che squarci le nebbie scolastiche diffuse su tutte le scienze, comincia il metodo di osservazione; ed  appunto coi suoi primi passi che si connette l'invenzione della macchina a vapore.
Per qualche tempo ancora, lo spirito inventivo erra nel vago e nell'indeterminato. Non si possono dimenticare ad un tratto i vecchi errori. La fisica si perde ancora nelle sottigliezze della scolastica; si scrivono volumi per trovare le cause della distruzione del vitello d'oro, o per indagare quante migliaia d'angeli potrebbero stare sulla punta di uno spillo. Fu quella dal 1600 al 1650, l'epoca delle sterili elucubrazioni di Branca in Italia, di De Caus in Francia, e del marchese di Worcester in Inghilterra, tutti pi o meno direttamente ispirati dalla Spiritalia di Erone, i quali a torto furono indicati come i precursori dell'inventore della macchina a vapore.
Ma un allievo di Galileo, il Torricelli, dimostra l'esistenza della pressione dell'atmosfera, e ne d la misura, invano osteggiato dalla vecchia scuola che vorrebbe salvare l'orrore del vuoto e la scienza in parrucca, minacciata dalla fondamenta. Pascal aggiunge altre dimostrazioni di questa pressione; Otto von Guericke inventa a Magdeburgo la macchina pneumatica e mostra con quanta forza agisca la pressione dell'aria sulla parete di un recipiente in cui si faccia il vuoto; ed ecco Papin, il quale, partendo dalla conoscenza di questa forza, si propone di utilizzarla, e usa del vapore per la prima volta per produrre il vuoto, condensandolo con aspersioni di acqua fredda; e poi Savery che ne usa diversamente per sollevare l'acqua dalle miniere di carbone, facendo premere direttamente il vapore sull'acqua da sollevare. Siamo al 1700.
Da questo momento la storia dell'invenzione della macchina a vapore diventa interessantissima, e io vorrei raccontarvela in dettaglio, se ne avessi il tempo. In meno di un secolo, la macchina a vapore moderna  inventata. Dapprima Newcomen e Cowley, un fabbro e un vetraio, si uniscono a Savery e perfezionano la macchina di Papin in guisa che quasi tutti i proprietari di miniere di carbon fossile dell'Inghilterra l'adottano come pompa a fuoco per prosciugare le gallerie sotterranee. Siamo al 1750.
Il fisico Black scopre a Glasgow il calore latente del vapore. Fra i suoi allievi c' un giovane apprendista di genio, Giacomo Watt, che prende in esame le macchine esistenti, le trasforma radicalmente e ne fa uscire, verso il 1770, la macchina a vapore perfetta quale la vediamo tuttora. Nulla di veramente essenziale vi  stato aggiunto da quell'epoca ad oggi.
Voi sapete quali ne sieno i lineamenti caratteristici. Si mette dell'acqua in una gran caldaia chiusa, e la si riscalda finch l'acqua comincia a bollire e vaporizzare. Di mano in mano che l'acqua si converte in vapore, la pressione interna dovuta alla forza del vapore, cresce rapidamente e potrebbe anche far scoppiare la caldaia, se questa non fosse robusta e non avesse una valvola di sicurezza.  questa, in sostanza, la famosa pentola di Papin. Allora si apre la comunicazione fra la caldaia e la macchina. Il vapore, giunto nel cilindro della macchina, spinge davanti a se una parete mobile, detta lo stantuffo, il quale  veramente l'organo motore e trasmette poi il movimento a tutte le macchine che si tratta di fare agire.
 cos che lo descrive il poeta Zanella nel suo carme sull'industria:

. . . . . . somigliante a domo
Chiuso Titano, cento rote e cento
Volve il vapor, che dall'assiduo stento
Francheggia l'uomo.

Esercitata cos la sua azione, il vapore viene condensato con dell'acqua fredda, si riduce cos ancora in acqua, lasciando il vuoto dietro di s; e in questo stato d'acqua  ricondotto in caldaia. E adunque un ciclo, come si dice, quello che si compie: cio  la stessa quantit d'acqua che alternativamente vaporizzata e poi condensata fornisce la forza alla macchina.
Questo risultato finale, cio la forza della macchina,  o, per dir meglio, il lavoro che compie, sia sollevando dei carichi o macinando del grano o lavorando il ferro o movendo un bastimento o un convoglio, ossia facendo un trasporto o una trasformazione qualsiasi della materia, si ottiene bruciando del carbon fossile o un altro combustibile qualunque: si ottiene, cio, consumando calore. Quindi la macchina a vapore  un mezzo per trasformare calore in lavoro.
Vedremo pi avanti di farci un'idea pi chiara e pi completa d questa trasformazione. Ma per ora soffermiamoci alcuni istanti a esaminare le prove e le pi importanti applicazioni della macchina a vapore, che si sieno fatte in Italia nel periodo storico cui si riferisce questa serie di conferenze.
In Inghilterra, lo abbiamo visto, la macchina a vapore non era ancora perfetta, che gi trovavasi impiegata per il prosciugamento delle miniere di carbone. Poi il suo uso si estese all'elevazione dell'acqua per diversi altri scopi; ed  anzi da un'applicazione di questo genere alla birreria Whitebread di Londra che nacque la denominazione, diventata poi cos comune, di cavallo-vapore per designare la forza delle macchine; poich la macchina a vapore doveva ivi, come altrove, surrogare il lavoro di un certo numero di quei poderosi cavalli  da birrai, cos celebri per la loro forza, pressoch doppia di quella dei cavalli comuni. Ma in breve tempo se ne impadronivano pure l'industria tessile, e poi le altre industrie; e cos, potendosi disporre, colla macchina a vapore, di forze enormi e quasi illimitate, l'industria casalinga cominci a cedere il posto alla grande industria esercitata negli opifici.
 difficile di accertare con precisione l'epoca nella quale la macchina a vapore cominci a penetrare in Italia a servizio dell'industria. Prima del 1830 esistevano certo degli stabilimenti industriali in Italia, ma erano scarsi e mossi tutti dall'acqua. Probabilmente uno dei primi motori a vapore, se non il primo, fu quello applicato nel 1832 alla raffineria di zuccheri Azimonti e Conti di Milano. Certo, ancora nel 1839, secondo ne scrisse Carlo Cattaneo, le macchine a vapore in Lombardia si contavano sulle dita. Nel 1838 il barone Testa fece il primo impianto a vapore per la bonifica di Brondolo su quel di Chioggia con macchine che erano destinate al lago di Garda, e nel 1840 fu fatto funzionare il primo molino a vapore di Bougleux a Livorno, con carbone di Montebamboli. Da allora in poi anche da noi l'industria si svolse sempre pi largamente col sussidio di macchine a  vapore, per lo pi importate dall'estero, finch per l'opera d'un grande industriale, l'ingegner Tosi, che una mano scellerata sospinse innanzi tempo alla tomba, l'Italia pot per la prima volta non soltanto fornire a s stessa i motori a vapore, ma farsene esportatrice.
Pi che nel campo industriale  facile accertare le date delle prime applicazioni del vapore fatte in Italia per la navigazione e le ferrovie.
La storia della navigazione a vapore  ricca di incidenti. L'americano Fulton lancia nel 1803 un battello a ruote sulla Senna, ma non trovando appoggio in Napoleone, che lo crede un avventuriero, torna in America e inaugura il 10 agosto 1807 un servizio regolare a vapore sulla East River fra New York e Albany. Nel 1816 l'Elise, un battellino a vapore di soli 16 metri di lunghezza, traversa pel primo la Manica, malgrado una tempesta furiosa, in 17 ore; nel 1819 il Savannah di 380 tonnellate traversa l'Atlantico da New York a Liverpool, parte a vela e parte a vapore, in 25 giorni; nel 1825 l'Enterprise fa il primo viaggio alle Indie. Ma la vera navigazione transatlantica non comincia che colla famosa gara del Sirius e del Great Western. Il 5 aprile 1838 il Sirius di 700 tonnellate e 320 cavalli salpa da Cork; tre giorni dopo salpa da Bristol il Great Western di 1340 tonnellate e 450 cavalli, e ambedue arrivano a New York il '23, salutati dai cannoni e dalle campane e da migliaia di imbarcazioni festanti. Le stesse gare si fanno ancora oggi fra i vapori delle grandi Compagnie transatlantiche; ma ora si tratta di vapori di 20 a 30 mila cavalli, capaci di 3 a 4 mila passeggeri, e la traversata di 3000 miglia si compie ormai dai vapori pi veloci in meno di sei giorni, cio colla velocit di 20 miglia all'ora. E le navi moderne da guerra hanno velocit ancora maggiori, sino a 30 e 35 miglia all'ora.
Le ruotaie esistevano gi in Inghilterra alla fine del diciassettesimo secolo, prima di legno, poi di ferro, pel trasporto dei carboni fossili; ma le prime macchine datano soltanto dal 1804, e non rappresentano che tentativi mal riusciti. Nel 1815 Giorgio Stephenson, il cui nome rimarr congiunto alla storia delle ferrovie come quello di Watt a quella delle macchine a vapore, costruisce una prima locomotiva soddisfacente pel servizio merci sul tronco fra Darlington e Stockton; ma la vera locomotiva moderna non nasce che col celebre concorso del 1829 per la linea Manchester-Liverpool, vinto da Giorgio e Roberto Stephenson colla macchina Rocket, che ancora si conserva come ricordo del grande  avvenimento. Su quella linea si inaugur per la prima volta il servizio dei passeggeri. In due anni il dividendo dell'intrapresa sale al 10%, e comincia una sfrenata speculazione ferroviaria, che fu causa in quel tempo di grandi fortune e anche di grandi disastri.
A quell'epoca le locomotive pesavano poche tonnellate, e rimorchiavano sei od otto carrozze con velocit appena maggiore di quella di un buon cavallo, da 20 a 25 chilometri all'ora; ora si fanno locomotive perfino di 100 tonnellate, rimorchianti convogli di migliaia di tonnellate; e i treni diretti vanno a 90 e 100 e perfino 125 chilometri all'ora.
In Italia le grandi intraprese navali cominciarono tardi; ma la navigazione a vapore fluviale e lacuale si svolse poco pi tardi che in Inghilterra. Infatti nel 1819 si var a Genova il primo battello a vapore l'Eridano, costrutto nelle officine di Watt e destinato a navigare sul Po. Ma l'impresa ben presto fall, e la macchina dell'Eridano fu messa a bordo di un battello varato a Locarno sul Lago Maggiore nel 1826 col nome di Verbano: e nello stesso anno fu varato il Lario destinato al Lago di Como, cui tennero dietro il Plinio e il Falco, e pi tardi il Veloce e il Lariano, per la  inaugurazione del quale il nobile Lambertenghi scrisse questi versi, per vero dire poco peregrini:

Ve' sublime fra tanto navile
Vasto un legno torreggia signor:
Mai quest'onde solcava un simile
In audacia, vaghezza e lavor.

A Napoli tocc il vanto di avere la prima ferrovia costrutta in Italia: quella fra Napoli e Portici, inaugurata solennemente da Ferdinando secondo il 26 settembre 1839, e aperta all'esercizio il 4 ottobre successivo. La cerimonia d'inaugurazione fu un avvenimento; e come particolare curioso riferisce il De Cesare che la signora Cottrau, la quale aveva preso parte alla corsa inaugurale, si sgrav sul treno, durante il ritorno, d'un bambino, che fu quell'Alfredo Cottrau, il quale doveva tanto illustrarsi in materia di ferrovie.
Fu il Genio militare che costrusse quella linea e poi l'altra fra Napoli, Caserta e Capua, e ne diresse l'esercizio. Il Re stesso ne aveva determinato il tracciamento e fissate le stazioni; di gallerie non ce n'erano perch ritenute pericolose alla morale pubblica e perch il Re non voleva pertusi. Quando viaggiava il Re, era lui che dava gli ordini, e il capotreno, stando sul predellino della  carrozza reale, li trasmetteva al macchinista. Egli amava la gran velocit e faceva fare in mezz'ora i 32 chilometri fra Napoli e Caserta: ma alla Regina Maria Teresa non garbava correre a rompicollo, e perci raccomandava al macchinista di andar piano come un somarello.
Bench si trattasse di linee del governo, e il Re stesso si interessasse dall'esercizio, pure venuto l'uragano del 1848, diventarono anch'esse uno strumento di rivoluzione. Cos il De Cesare racconta che il 15 maggio di quell'anno, essendosi dato ordine a due reggimenti di portarsi immediatamente da Capua a Napoli, il capo stazione di Capua, affigliato ai Comitati insurrezionali, mentre si preparavano i treni, fece smontare da un uomo di fiducia un tratto di binario, e part poi egli stesso col primo treno per evitare un disastro; ma intanto riusc con questo mezzo a trattenere le truppe per un giorno intero.
Alla linea Napoli-Portici succedette immediatamente quella fra Milano e Monza inaugurata il 13 agosto 1840. Nel 1841 cominci la costruzione della linea Milano-Venezia, compiuta solo nel 1846. Intanto si apriva in Toscana la linea Livorno-Pisa il 14 marzo 1844 sotto la direzione di Roberto Stephenson; il Piemonte non arriv che pi tardi. nel 1848, col tronco Torino-Moncalieri. Dal 1839 al 1850 in tutta Italia si costrussero circa 600 chilometri di ferrovie; ora ne abbiamo 15,500.
Sono ormai pi di cent'anni che la macchina a vapore esiste; ed essa, perfezionandosi sempre pi, continua a lottare vigorosamente contro tutti i suoi avversari, macchine ad aria calda, a gas, a petrolio, che tentano, ancora invano, di contenderle il primato, cio di fornire la forza a un prezzo minore. Ma come si  perfezionata? E come potrebbe perfezionarsi ancora?
Qui entriamo nel cuore della questione della trasformazione di calore in lavoro. E una materia astrusa, forse poco adatta alla parte pi gentile del pubblico che mi sta ascoltando; ma ormai al giorno d'oggi si pu dire che nessuna questione, anche tecnica, non pu n deve esser straniera alle intelligenze educate.
Come si fa a convertire calore in lavoro nella macchina a vapore? Si prende dell'acqua: le si adduce del calore da una sorgente di calore qual  il combustibile ardente; la si converte cos in vapore che compie il lavoro colla grande forza che possiede; poi questo vapore viene ridotto di nuovo in acqua raffreddandolo, cio sottraendogli calore con un refrigerante, che non  altro che dell'acqua fredda. E questo vapore cos ridotto in acqua  pronto a compiere un secondo ciclo, anzi una serie indefinita di cicli simili al primo. In sostanza, si attinge vapore da un corpo caldo, che  il combustibile ardente, e si cede calore a un corpo freddo, che  l'acqua refrigerante. Una parte del calore  cos semplicemente trasformata dal corpo caldo al corpo freddo, ma un'altra parte  scomparsa, cio si  convertita nel lavoro fatto dalla macchina.
Ora, come mai il calore si pu convertire in forza e lavoro? Considerate un corpo caldo; orbene: secondo l'ipotesi pi probabile, l'impressione di calore che esso produce sul nostro senso del tatto non sarebbe che la comunicazione ai nervi di un movimento rapidissimo di vibrazione delle molecole del corpo caldo. Ci posto, scaldare dell'acqua ossia comunicarle calore, vuol dire impartire alle sue molecole una rapidissima vibrazione. Quando il calore trasmesso  abbastanza forte, la vibrazione diventa tanto intensa, che le molecole dell'acqua non possono pi stare insieme e si slanciano libere da tutte le parti; ed ecco che cos l'acqua si converte in vapore. Queste molecole, diventate libere, sono come altrettanti proiettili che vanno a colpire le pareti del cilindro in cui il vapore  rinchiuso; se una di queste pareti  mobile,  come  appunto lo stantuffo della macchina, questa scarica di proiettili gassosi che vanno ad urtarlo, lo spingeranno avanti, vincendo le resistenze che gli si appongono. Ecco come il calore si converte in forza e lavoro: ci che costituisce il principio fondamentale della teoria moderna del calore, il cos detto primo principio, o principio dell'equivalenza.
Si fa dunque compiere al calore un salto da una temperatura alta a una temperatura bassa, mentre nel compiere questo salto una parte del calore si converte, nel modo che ho detto, in lavoro.
Ora non facciamo noi una cosa analoga quando adoperiamo la forza dell'acqua? Voi avrete visto un molino in montagna, per esempio: arriva l'acqua dal monte a un certo livello, e la si manda sulla ruota del molino; poi quest'acqua lascia la ruota a un livello pi basso e va pel suo cammino. L'acqua ha qui compiuto un salto da un livello alto a un livello basso, e ha con ci fornito del lavoro; ed  chiaro che quanto pi grande sar il salto, tanto maggiore sar il lavoro ottenuto colla medesima acqua. Orbene: affatto analogamente, quanto pi grande sar il salto di temperatura in una macchina a vapore, pi grande sar l'effetto utile,  ossia il lavoro fornito da una medesima quantit di calore.  questo il secondo principio della termodinamica, il famoso principio di Carnot, l'avo dello sventurato presidente della Repubblica francese.
Se si potesse godere di tutto il salto di un corso d'acqua della sorgente fino al mare si caverebbe da quell'acqua tutto l'utile che essa pu dare. Egualmente, se noi potessimo godere tutto il salto dalla temperatura del combustibile incandescente, che  la sorgente, sino al freddo assoluto, che i fisici pongono a 273 gradi sotto lo zero, e che  pel calore ci che il mare  per l'acqua, caveremmo il pi gran partito possibile dal calore, ossia dal combustibile consumato. E questo possibile? O entro quali limiti sarebbe possibile?
La pressione del vapore cresce assai pi rapidamente della sua temperatura; e voi sapete, per le notizie che sentite di tanto in tanto di terribili scoppi di caldaie a vapore, quanto sieno pericolose le alte pressioni. Ma ci si va abituando, e d'altra parte si riesce ora a garantirsi sempre pi contro simili eventualit con scelti materiali e una accurata costruzione e sorveglianza. Ai tempi di Watt una pressione di 2 o 3 atmosfere faceva spavento; ora si va a 10, 12, 15 atmosfere, e gi si fanno esperimenti a 30 e sino a 35 atmosfere. Ma anche se si adottassero queste enormi pressioni, la temperatura non si eleverebbe a pi di 250 circa.  come dire che da questa parte il salto  stato aumentato per quanto era possibile, ma non potrebbe essere elevato molto di pi.
D'altra parte,  egli possibile di scendere a temperature pi basse di quelle dell'acqua fredda che serve d'ordinario come mezzo refrigerante?  possibile di avvicinarsi di pi a quel limite dello zero assoluto, cio a 273 sotto la temperatura del ghiaccio fondente?
Certo che sarebbe possibile, se adoperassimo vapori diversi da quello dell'acqua. Voi sapete che ormai la fisica  riuscita a liquefare tutti i gas colla pressione e col freddo. Questi gas, in sostanza, non sono che vapori di liquidi sconosciuti nelle condizioni di temperatura e di pressione nelle quali viviamo. Si  liquefatta l'aria, si  liquefatto l'idrogeno; ed ora si tratta l'aria liquida come se fosse dell'acqua comune. Orbene: l'aria liquida ha nientemeno che una temperatura di 190 sotto lo zero; e l'idrogeno liquido ha una temperatura ancora pi bassa. E l'aria liquida non  materia n pericolosa, n instabile; con certe precauzioni la si pu conservare sicuramente per parecchi giorni;  essa  tanto fredda che un carbone acceso, immerso in essa brucia con gran violenza, ma, mentre brucia, si copre di brina, poich l'acido carbonico prodotto dalla combustione gela a temperatura assai pi alta di quella dell'acqua liquida; e se voi esponete al fuoco un vaso pieno d'aria liquida, le pareti esterne del vaso si copron di brina, e le stesse fiamme che la lambono diventan neve: neve di acido carbonico, s'intende. E non  neppur difficile di maneggiarla, tanto che si pu evaporarla lentamente e cos spogliarla dell'azoto che  pi vaporizzabile, oppure si pu filtrarla come un liquido qualunque e spogliarla dell'acido carbonico che rimane sul filtro come residuo solido. Ecco dunque un refrigerante che si avvicina molto alla temperatura del freddo assoluto; ma non gioverebbe a nulla per una macchina a vapor d'acqua, il cui liquido gela a una temperatura assai pi alta; quindi bisogna, per essa, accontentarsi di adoperare dell'acqua fresca alle temperature ordinarie, cio a 10, o a 15. Dunque anche da questa parte il salto di temperatura disponibile per la macchina a vapore  assai limitato.
Son molto migliori, da questo punto di vista del salto di temperatura, le macchine a petrolio e a gas, colle quali si utilizza la forza d'esplosione  di una miscela di petrolio o gas e d'aria, che si accende entro la macchina stessa, servendo al tempo stesso da combustibile e da sostanza motrice, cosicch la temperatura superiore oltrepassa anche i 1000 gradi. Nondimeno la macchina a vapore si  perfezionata tanto, che batte tutte queste sue concorrenti. Mentre una volta doveva consumare 3 o 4 chilogrammi di carbon fossile all'ora per ogni cavallo di forza, essa arriva ora a consumarne anche solo 600 o 700 grammi, che costano 2 centesimi, se si tratta di grandi forze; e cos le macchine a gas non possono competere con essa per la spesa, e nemmeno le macchine a petrolio: le quali, se son preferite per le automobili, gli  soltanto in causa dell'assenza della caldaia che difficilmente si potrebbe mettere sopra una carrozza e meno ancora su un triciclo.
Ma appunto nel momento dei suoi pi grandi trionfi, la macchina a vapore , per due cause diverse, minacciata di morte, certo non ingloriosa e nemmeno immediata, ma sicura, e forse pi prossima che non si creda. Da una parte si  constatata in modo sempre pi preciso l'esauribilit delle riserve sotterranee di carbon fossile e di petrolio; dall'altra si ha la certezza di poter surrogare, quasi dovunque, la forza dell'acqua a quella del carbone.

Una ventina d'anni fa si credette in Inghilterra che le riserve di carbone accumulate sotto terra dai cataclismi cui fu soggetto il nostro globo non potessero durare pi di 2 o 3 secoli, tenuto conto della progressione crescente che si verifica nel consumo di carbone in tutto il mondo. Ma quei calcoli non erano attendibili. Prima di tutto non si pu ammettere che il consumo di carbone aumenti sempre nella stessa misura, poich la scarsezza del carbone diventerebbe presto un freno a consumarne di pi; questi calcoli, al pari di molti calcoli statistici, sarebbero, come argutamente osserv il celebre socialista George, tanto esatti quanto, il calcolo di colui che dicesse: il mio cane ha un mese di et e una coda lunga 5 centimetri; dunque a 5 anni avr una coda di 3 metri. Poi bisogna tener conto delle riserve di carbone ancor conosciute. Gi negli Stati Uniti si sono verificati dei giacimenti di carbone valutati (s'intende per la parte scavabile, cio quella che si trova a meno di 1200 metri di profondit) pi di 650 mila milioni di tonnellate, contro i 300 mila milioni dei giacimenti europei. Le riserve della China, ormai considerato come il paese delle pi straordinarie e misteriose risorse, son stimate pi di 600 mila milioni di tonnellate, poste quasi a fior di terra. Queste, intanto, non  sono ancora sfruttate, e se lo fossero, potrebbero al pi spostare l'asse del mondo industriale, ma poco gioverebbero all'industria europea.
Ma il calcolo pi concludente  forse quello fatto recentemente dal celebre Lord Kelvin. Quando la terra era appena uscita dal periodo di incandescenza, ed avviandosi a raffreddarsi, cominci a coprirsi di vegetazione, l'atmosfera non era composta che di gas inerti, prodotti dalla precedente conflagrazione, cio di acido carbonico, d'azoto e di vapore d'acqua.... Era quell'epoca geologica, quando ancora, come poet lo Zanella nella "Conchiglia fossile":

Riflesso nel seno
Di ceruli piani
Ardeva il baleno
Di cento vulcani;

e l'atmosfera involgeva la terra di quell'umido manto cantato dall'Aleardi:

L'aura, bagnata di mortal rugiada
Colle tepide nubi invidiava
Alla giovine terra il blando riso
Delle giovani stelle.

La vegetazione cominci a separarne i componenti, appropriandosi il carbonio e l'idrogeno dell'acido  carbonico e del vapor d'acqua e mettendone in libert l'ossigeno. Cos si venne a formare l'ossigeno, che ora costituisce ? dell'atmosfera. I combustibili bruciati da allora in poi e la respirazione degli animali assorbirono una parte di quest'ossigeno, ma la nuova vegetazione ne produsse dell'altro; cosicch ora l'ossigeno dell'atmosfera  esattamente in proporzione con tutta la materia combustibile che contiene la terra, sia alla superfice sotto forma di vegetazione, sia sotto terra in forma di lignite, di carbon fossile e di petrolio. Calcolandone la quantit in proporzione a quella dell'ossigeno esistente nell'atmosfera, che si conosce (1000 milioni di milioni di tonnellate circa) Lord Kelvin, tenuto conto dell'aumento della popolazione e del consumo e di altre circostanze, ritiene che ce ne sarebbe per non pi di 5 secoli, ammesso pure che gli uomini pensino, estendendo a tempo le foreste, a prepararsi l'ossigeno per la respirazione, perch altrimenti l'umanit, prima di perire di freddo, perirebbe di asfissia. E certo molto prima di mancare del tutto, il carbone costerebbe cos caro, che il calore e la forza, che esso pu dare, diventerebbero consumi di lusso.
Ma calore e forza si avranno altrimenti, cio coll'utilizzazione delle cadute d'acqua, ed  questo, in fatto, il solo e vero formidabile nemico della macchina a vapore. Sar l'acqua che uccider il vapore.
Quale sia l'uso dell'acqua per fornire forza motrice lo sapete tutti. E non  soltanto l'acqua delle cascate, che agendo con tutta la sua pressione sulle pale di una ruota, dia una forza tanto pi grande, quanto pi grande  la massa dell'acqua cadente e l'altezza della caduta; perch un'enorme riserva di forza l'abbiamo anche nelle maree e nelle onde del mare. Mentre l'attrazione della luna solleva la marea, voi potete introdurre l'acqua sollevata in serbatoi dentro terra; e allora se nel periodo della bassa marea aprite le chiuse dei serbatoi e ne rimandate l'acqua in mare, quest'acqua far una cascata che potete utilizzare come quella di un fiume o di un torrente. E lo stesso potreste fare colle onde, quando si precipitano alte e minacciose contro una ripida costa. Questi ed altri sistemi analoghi per utilizzare le onde e le maree sono state proposte pi volte ed anche provate con perfetto successo: e state certi che si attueranno definitivamente in avvenire, sopratutto nei luoghi dove le onde e le maree si elevano a parecchi metri di altezza, come avviene, per esempio, nella Manica, nel Baltico e nel Mare del Nord.  Se non che queste incalcolabili forze naturali che l'uomo ha a sua disposizione nei monti e sulle rive del mare non avrebbero che uno scarso valore rispetto alla macchina a vapore, se non si potessero trasmettere economicamente a grandi distanze, dovunque si abbia bisogno di forza. Ora, la trasmissione delle forze si pu fare, voi lo sapete, per mezzo dell'elettricit; ed  anzi questa l'invenzione forse pi grande del nostro secolo, pur tanto fecondo di invenzioni di ogni natura.
Supponete di avere una forza disponibile in qualche luogo: per esempio, la forza d'una caduta d'acqua. Fate agire quest'acqua sulle pale di una motrice idraulica e servitevene per far girare un gomitolo di fili di rame fra le branche di una calamita. Ad ogni giro di questo gomitolo, il flusso magnetico che emana dalla calamita e che  tanto potente da attrarre il ferro, ha anche la potenza di produrre nel gomitolo una corrente elettrica.  questa la macchina che comunemente si chiama una dinamo. Orbene: prendete i capi del filo del gomitolo e tirateli lontano fin che volete: centinaia di chilometri, se  necessario. La corrente circoler nel filo sin dove questo arriva. Ivi attaccate questi capi a una dinamo identica alla prima; e voi vedrete che il gomitolo di questa seconda dinamo si  metter spontaneamente a girare, riproducendo la forza della lontana caduta. Senza dubbio ci sar qualche perdita; ma si pu diminuirla sin che si vuole secondo la grossezza del filo impiegato. Ecco in che consiste la trasmissione elettrica della forza; e vedete che non  una cosa molto complicata, ne difficile da capire.
Vi  noto con quanto entusiasmo  stata accolta questa invenzione, che data da dieci anni, e con quanta rapidit se ne  fatta l'applicazione. In America si  pensato subito al Niagara, dove  gi in funzione un impianto di 150 mila cavalli, la cui forza in parte  impiegata sul posto e in parte si trasmette fino a Buffalo, a 45 chilometri di distanza. Altri 150 mila cavalli si stanno utilizzando all'uscita del fiume San Lorenzo dal lago Ontario. In Europa abbiamo gli impianti di Rheinfelden sul Reno e di Chvres sul Rodano di 14000 cavalli ciascuno, di Cusset-Jonage e di Bellegarde sul Rodano di 18000 e di 10000 cavalli e altri numerosi di minore importanza; ma noi li abbiamo preceduti in Italia colla trasmissione di 2000 cavalli da Tivoli a Roma, e li emuliamo gi con quella di Paderno, che porta a Milano a 31 chilometri di distanza, la forza delle rapide dell'Adda di 13000 cavalli, e li sorpasseremo fra breve con quella di Vizzola, che distribuir 20000 cavalli di forza attinta dal Ticino.
Ma tutte queste trasmissioni di forza a 30, 40 50 chilometri di distanza sono nulla a paragone di quelli che gi si annunciano come sicuri. Il progresso dell'elettricit  cos vertiginosamente rapido in questi anni, che niente pi ci pu sorprendere. Gi gli inglesi si preparano a portare al Cairo la forza delle cateratte del Nilo, a 650 chilometri di distanza, per l'irrigazione del Delta: e calcolano che la forza utilizzata coster meno di quella che si potrebbe ottenere sul posto con macchine a vapore. Tutta la valle del Nilo diventerebbe cos una delle pi feconde regioni della terra. Fu anche proposto di trarre partito dalla famosa cascata Vittoria scoperta da Livingstone sul fiume Zambesi per servire alle macchine lavoratrici del minerale d'oro della Rhodesia e del Transvaal. Grazie all'impiego di altissime tensioni si pu esser sicuri oggi di portare la forza dell'acqua, quando sia gratuita, a centinaia di chilometri di distanza ancora con economia in confronto all'uso del vapore; cosicch non sarebbe pi da considerarsi come un'utopia l'idea di portare economicamente a Parigi la forza delle cascate dei Vosgi, o la forza delle cascate delle Alpi in tutta  la valle del Po. E cos lo stesso problema, che pochi mesi fa pareva ancora assai difficile, di usare la forza dell'acqua per la trazione sulle grandi linee ferroviarie in luogo di quella delle locomotive, si presenta oggi di pi facile e pi probabile soluzione.
Voi vedete dunque che l'impero della macchina a vapore  gi molto scosso, e che la futura scarsezza del carbone non pu pi ispirare paura; poich colla trasmissione elettrica della forza non solamente surroghiamo la forza del vapore, ma possiamo surrogare lo stesso carbone. Infatti colla corrente elettrica possiamo produrre calore, sia per grandi operazioni industriali, quanto per la stessa economia domestica. Gi si fondono i metalli coll'elettricit; gi si pu produrre la fiamma, servendosi della corrente elettrica per decomporre l'acqua, e cos mettendo in libert l'idrogeno, che poi si pu bruciare come il gas; e infine voi avete gi le stufe e le cucine elettriche, dove il calore  fornito da un filo metallico arroventato dalla corrente.
Gli uomini hanno un giorno o l'altro il loro momento di fortuna, e cos l'hanno anche le nazioni; non si tratta che di saperne approfittare.
Noi siamo sempre stati tributari dell'estero per ci che  l'anima di tutte le industrie, il carbone. Sono 100 a 120 milioni che mandiamo ogni anno  in Inghilterra per acquistarlo, e il mancarne affatto in paese  stata ed  una delle cause della nostra inferiorit industriale. Ma poich siamo ricchissimi di acque perenni, non avremo pi da subire le conseguenze della mancanza di combustibili fossili. Anzi, se sapremo utilizzar bene le nostre forze idrauliche, che ammontano a decine di milioni di cavalli, noi potremo facilmente duplicare e triplicare le nostre industrie, risparmiando 200 o 300 milioni di carbone e trovandoci in misura di far concorrenza a questi paesi che ora la fanno a noi.
Una sola concorrenza potremmo ottenere; ma  assai improbabile. Si potrebbe trovare un mezzo economico di immagazzinare la forza, di imballarla come una merce qualunque e di trasportarla lontano per terra e per mare. Gli Americani potrebbero allora utilizzare tutti i sei milioni di cavalli del Niagara, riservando ai forestieri soltanto alla domenica lo spettacolo della celebre cascata; e avrebbero tanta forza, insieme a quella degli altri loro grandi fiumi, da poterne fare una larga esportazione. Non  un'idea affatto impossibile, poich ci sono gi gli accumulatori elettrici, che permettono d'immagazzinare la forza, e anche di portarla attorno, come avviene sui carrozzoni delle tramvie, sulle vetture automobili, e ora anche sulla ferrovia Milano-Monza. Ma, innanzi tutto, non si  trovato ancora l'accumulatore di forza poco costoso e leggero, che ci vorrebbe per poterla trasportare economicamente a grandi distanze e non par facile che si abbia a trovarlo cos presto. E del resto, anche se si trovasse, ebbene, metteremo un dazio protettivo sulla forza importata dall'estero.
Per le nostre industrie, adunque, e per la prosperit dell'economia nazionale, l'avvenire ci sorride. A noi poco importa cosa diverr la macchina a vapore, poich siamo sicuri di poterne far senza.  venuto il momento di sfruttare le nostre risorse, e giova sperare che sapremo valercene con prudenza e con sagacia, senza sperperarle, e senza comprometterne l'avvenire per l'eccessiva fretta di goderne nel presente.
Allora potr diventare un fatto compiuto ci che il Sommeiller presagiva in seno alla Camera subalpina all'epoca del traforo del Moncenisio: "Signori, i torrenti delle Alpi son diventati nostri schiavi: essi lavoreranno per noi." E io non saprei chiudere meglio questa conferenza che augurando al nostro paese il compimento della profezia, ringraziandovi di cuore della grande pazienza colla quale avete voluto ascoltarmi.




 
PARTE SECONDA.
STORIA.

A sedici anni sulle barricate di Milano. PAOLO MANTEGAZZA.

Venezia nel 1848-49. POMPEO MOLMENTI.

Volontari e regolari alla prima guerra dell'Indipendenza italiana. FORTUNATO MARAZZI.

La dmocratie spiritualiste selon Mazzini, et selon Lamartine. PAUL DESJARDINS.










A SEDICI ANNI SULLE BARRICATE DI MILANO
 
CONFERENZA DI PAOLO MANTEGAZZA.

Se volete darmi la mano, rimonteremo insieme la corrente del tempo, che mai non posa, e ci fermeremo l dove il calendario ci dice, che siam giunti al 18 marzo dell'anno 1848.
Giunti l avremo fatto un viaggio di 51 anni, poco pi di mezzo secolo. Pochi di voi erano vivi allora, pochissimi eran gi fanciulli o giovinetti. Io sono fra quei pochissimi, e non vorrete accusarmi di vanit se ho voluto quest'oggi parlarvi di ricordi miei. Se quei ricordi son miei, appartengono per alla storia della nostra Italia e in parte ancora alla storia di tutta l'Europa.
A quel passato remoto voi non siete giunti, fortunatamente per voi, che colla guida del libro stampato o della tradizione parlata. Io invece vi giungo sulle ali della mia memoria, memoria che, ricordando, ama e sospira.

Il ricordare il passato, l'evocarlo dalle nebbie del tramonto, per farlo pi vicino a noi,  uno dei pi cari bisogni dell'anima umana. E se vi fu un solo Giosu, che per assicurar la vittoria del suo esercito ferm il sole per qualche ora; noi tutti, figli di donna, cento e mille volte fermiamo il tempo, dicendogli: prima di disperderti nell'infinito dell'oblio che tutto seppellisce e consuma, fermati e lasciati guardare e amare. Lascia che i miei occhi ti contemplino, che le mie mani ti accarezzino.
Il presente  l'ombra d'un sogno e quando voglio fermarlo,  gi divenuto un passato. - L'avvenire  lontano,  oscuro. O passato, che fosti veramente mio, o passato che io ho vissuto con tanti altri, oggi morti, rallenta la tua fuga all'indietro che tutto ingoia; fermati ancora, prima che anche la memoria che ti fa vivo, si sommerga con me e mi faccia raggiungere i miei morti.
Il passato  il fascino dei fascini, appunto perch ci d una sete, che non si appaga mai e perch come tutte le forme dell'infinito e dell'impalpabile, non ci sazia mai, deliziandoci sempre.
Ci che proviamo, fissando lo sguardo nel passato, non  gioia e non  dolore, ma  malinconia; , come lo disse Victor Hugo, "un crpuscule,  dans le quel le souffrance s'y fond dans une sombre joie; aggiungendo poi sublimemente: la mlancolie c'est le boneheur d'tre triste." E con meno parole e genio eguale cant lo Shelley:

Sweet though in sadness.

E se voi che mi ascoltate avete ancora tutti i vostri capelli neri e non siete disposti a fare con tue un viaggio nelle nebbie della malinconia; se invece avete il pessimismo di moda del presente, vi consolerete, vedendo quanta strada si sia percorsa in questi 50 anni, che ci separano dal 18 marzo 1848.
Io non sono ancora decrepito: eppure io ho viaggiato nel primo treno di ferrovia nel 38, ho conosciuti i fiammiferi ad immersione, e ho veduto la prima lampada a gas. E questo per il progresso materiale. Quanto al politico e al civile basti una citazione sola.
S'aveva in famiglia una villetta a Cannero sul Lago Maggiore e si viveva a Milano. Or bene. Cannero era sulla costa piemontese e si doveva chiedere il passaporto al Governo austriaco, e ci volevano almeno 15 giorni e la mamma doveva presentare il consenso del marito in carta bollata!
Ma io non vi ho invitato a fare della filosofia o a  cantarvi un inno alla malinconia, soggetto caro che mi occupa da un anno e che, Dio volendo, si trasformer in un libro. Torniamo dunque sulle barricate di Milano.

***

Chi ha fatto le cinque giornate?
Tutti e nessuno.
Le rivoluzioni son come la febbre. Quando i primi brividi accapponano la pelle e ci fanno battere i denti, quando poco dopo il sangue si accende e il termometro ci dice inesorabilmente: tu hai la febbre; il volgo non vede che lei e crede che il male, che pure ci porter alla tomba,  piombato su di noi, come un fulmine a ciel sereno. E invece la febbre  l'ultima scena di un dramma preparato da lungo tempo dietro le quinte. Abbiamo respirato un'aria infetta, dove si annidavano bacilli insidiosi: sono entrati in noi e hanno percorso tutte le vie dei nostri organi, circolando nel sangue. Altri bacilli li hanno combattuti, ma sono stati vinti. Gli invasori hanno trovato il terreno libero e son diventati padroni del campo. E ora stanno vivendo alle nostre spese e secernono veleni e il sangue arde e i  nervi inondati da un'onda troppo calda si ribellano e sussultano. Il respiro  angoscioso; alla coscienza di una vita tranquilla e lieta tien dietro il malessere di tutti i visceri, di tutti i muscoli. Perfino il cervello, che pili d'ogni altro viscere resiste alle lotte, alle invasioni, alle insidie, perch  responsabile di tutte quante le vite sparse nei suoi Stati; soffre, vacilla e delira.
Ecco la febbre, ed ecco la rivoluzione.
E come nella febbre due elementi contrari si combattono con incerto successo, e come essa pu essere seguita dalla vittoria, cio dalla salute; cos pu distruggere l'organismo o lasciarlo cos debole, da farlo facile preda di altre febbri o di altri malanni.
Cos nelle rivoluzioni i due avversarli che vengono in lotta si urtano, si attaccano, si mordono e si feriscono, finch l'uno sovrasti all'altro, e lo vinca, lasciandolo morto o ferito.
Nella rivoluzione milanese, tutto era pronto e preparato da lunga mano. - La polvere era accumulata nel sottosuolo, nei sotterranei, nei pili sottili meandri della vita nazionale. Non mancava che la scintilla, e questa guizz nell'aria di Milano il 18 di marzo.
Noi lombardi eravamo italiani come i piemontesi,  come voi altri gentili toscani, e invece a vent'anni si doveva vestire l'uniforme del giallo e del nero

Colori esecrabili
A un italo cuore.

I nostri vicini avevano un re italiano: noi avevamo il nostro re a Vienna, e da Vienna, ci venivano leggi, maestri, soldati.
E prima di essere italiani eravamo uomini, e i nostri polmoni si sentivano capaci di respirare l'aria della libert; quella che respiravano gli Inglesi, gli Americani, tanti altri popoli. Avevamo nati nelle nostre mura il Manzoni, Carlo Porta, il Parini, e nelle scuole dovevamo leggere libri tradotti dal tedesco e da chi non sapeva l'italiano. Nessun libro poteva apparire, nessun giornale si poteva leggere, senza che libro e giornale passassero prima tra i denti fitti e crudeli della censura. Da quei denti nulla usciva, che non fosse lacerato, storpiato, malmenato.
Ci sentivamo italiani e dovevamo essere nient'altro che sudditi austriaci. Ci sentivano uomini civili e degni di libert, e non potevamo muoverci senza il permesso di poliziotti, di censori, di passaporti.

L'uomo, che cade e si trova rinchiuso in una fogna, cerca l'aria pura e unghie e muscoli punta e titanizza per cercarla. Si lacera le unghie, si spezza le membra, si lacera i polmoni colle grida; ma vuol l'aria, perch l'aria vien prima del pane, prima dell'amore, prima della luce. O respirare o morire.
E le rivoluzioni sono gli sforzi di un popolo, che vuole quell'aria dei polmoni collettivi, che  la libert. O morire o esser liberi.
L'uomo caduto nella fogna che lo asfissia, non misura le proprie forze, n calcola le speranze della salvezza; ma lotta, si agita e grida. O morire o respirare.
E il popolo senza libert non conta i nemici, non pesa le speranze, ma lotta e grida. O morire o esser libero.
Ecco la rivoluzione, or vincitrice, or soccombente; ma sempre febbre sociale, preparata da lunga mano, dal lento assorbimento dei miasmi della tirannide. Ed ecco anche la rivoluzione di Milano, che pot sembrare un miracolo, e non fu che una delle pagine di storia, che scrisse la vittoria del diritto contro il dispotismo; la vittoria di pochi che avevano ragione, contro i molti che avevano torto; ci che non succede ogni giorno.

Ecco le cinque giornate, nelle quali una popolazione inerme, senza generali, senza cannoni, che si arma svaligiando le botteghe degli armaiuoli e le collezioni archeologiche, che si batte con un esercito di 15,000 uomini guidati dal Radetzky; ottimo generale, che ha cannoni, razzi alla Congrve, baionette a mille e mille, e mitraglia.

***

La sera del 17 marzo ed anche la mattina del 18, nessun milanese pensava che sarebbe scoppiata la rivoluzione. Io poi meno di tutti, che ero un giovanetto, quasi un fanciullo. Tanto ero gracile e sottile e l'onor del mento era pi un desiderio che una realt.
Erano poco pi delle 10 o delle 11 del mattino, quando dopo aver studiato fisica (ero nel Liceo) col mio condiscepolo Boselli per prepararci all'esame e dopo aver fatto colazione, mi affacciai alla finestra che dava sulla piazza di San Giovanni in Conca, dove  il Liceo, e vidi la piazza e le strade prese da pnico. Erano i brividi della febbre che incominciava. Chi correva, chi fuggiva. Servi, cameriere coi bimbi che non conducevano a scuola, ma che  erano andati a riprendere, e che dal passo concitato si vedeva che li riconducevano a casa. Vedo chiudere le porte di molte case e dalle finestre semiaperte e diffidenti affacciarsi gente curiosa, che guarda nelle vie e sulle piazze.
Corro nel cortile, che nelle case lombarde  come la piazza della casa, e trovo che i vicini hanno sentito lo stesso bisogno che ho sentito io; quello di rivolgersi domande e aspettar risposte; di sapere perch si corre, si fugge.
Le domande si incrociano colle risposte, si parla in due, in tre; si interrompe chi parla e si fa parlare chi tace. Raccolgo notizie confuse, incerte, contraddittorie.
Sento dire che a Porta Renza vi sono uomini attruppati, chi dice di popolo armato, chi di austriaci pronti alla lotta. Si assicura che sono cittadini e che hanno una bandiera tricolore. - Al Broletto i cittadini fanno folla per iscriversi nei ruoli della guardia civica, che nasceva per la prima volta.
Riporto, correndo su per le scale, le notizie raccolte. La mamma manda subito la nostra balia, rimasta cameriera in casa da tanti anni, a riprendere mio fratello Emilio e riportarlo a casa.
Mi ero offerto io, ma la mamma, che era a letto  malata, non volle. - La balia parte, ma non ritorna. I minuti ci sembran secoli. La mamma salta dal letto, si veste, sta alla finestra a spiare il sospirato ritorno. - Se la balia non si vede, si vestir e colla febbre in corpo andr essa stessa a cercar di Emilio.
Io poi avrei accompagnato la mamma: questo nessuno poteva impedirmelo, ma balia e Emilio ritornano. Vengono in furia, correndo anch'essi. Pare che in questi giorni tutti debbano correre.
Abbracciato e baciato Emilio, stiamo tutti alla finestra, divenuta il nostro osservatorio.
Passan gruppetti di uomini, di giovani, colle coccarde tricolori all'occhiello e gridano: Viva la Repubblica: Viva Pio nono. - Molti sono inermi, ma altri hanno spade, bastoni armati, poche pistole o fucili da caccia.
Dirimpetto alla nostra casa vi  una gran sostra di legna, e tre o quattro giovanotti armati di coccarde picchiano, ma invano. La porta  chiusa. Se non si apre la porta, incendieranno il magazzino delle legna. Questa minaccia si fa anche alle case vicine, e sostra e case si aprono.
E l entrano e se ne cava un gran numero di casse, di scale, di stie e si trascinano in piazza e si gettano a traverso la via. Io non sapevo che  cosa fosse una barricata, e mi si dice che tutti quegli oggetti devono servire ad impedire il passaggio della cavalleria. Son quelle le barricate, fortezze del popolo delle citt contro le truppe regolari.
Ma ecco che ad uno di quei rivoluzionari viene l'idea di aprire il magazzino delle carrozze vicereali, che  appunto nella vecchia e abbandonata chiesa di San Giovanni in Conca.
Qui non si pu picchiare, n suonare il campanello per farsi aprire, perch nel magazzino non stanno di guardia che i topi. Conviene dunque buttar gi la porta, e a colpi di ascie, di martelli, di grossi pali, si sfondano le vecchie tavole e se ne cavan venti e pi carrozze coperte d'oro, di festoni, di ghirigori, campate in alto su ruote colossali, ballonzolanti sulle loro quattro gambe. Si portano a braccia di popolo, fra grida, fra urli di evviva e di gioia, e si rovesciano all'entrata delle vie, che sboccano nella piazza, divenuta cos una fortezza.
Mentre le carrozze vicereali divengono barricate e vanno a gambe all'aria, alcuni cittadini hanno portato una scala e l'hanno appoggiata alla porta del Liceo di Sant'Alessandro, dove campeggia l'aquila austriaca e in men che non lo dico l'hanno buttata gi a colpi di scure e di martello. E chi sta ai piedi della scala  la rompe fra grida e urli e risate assordanti, e coi piedi vi saltan sopra e la calpestano e la fanno a pezzi. Io scendo precipitoso dalle scale con un coltellaccio di cucina, e voglio anch'io ferire quell'aquila grifagna, che per meglio mangiar due becchi tiene; voglio anch'io avere una reliquia di quel cadavere.
Ma ahim, le mamme e i babbi della nostra casa hanno barricata la porta, e non s'esce. Allora da una inferriata di una camera a pian terreno chiamo uno dei fortunati demolitori dell'aquila grifagna, e che era un mio condiscepolo. Porgo il mio coltellaccio a lui che era inerme. Lo adoperi, e dia a lui e a me un osso, anche una scheggia sola di questo cadavere imperiale.
Quel giorno si pass fino a sera alla finestra, passando di angoscia in angoscia, di trepidazione in trepidazione.
Fatte le barricate, rovesciati i carrozzoni vicereali, demolito lo stemma del liceo, si sentirono da lungi, a lunghi intervalli, delle schioppettate, poi qualche campana che suonava a martello e poi e poi, con un crescendo formidabile di triste augurio, anche un colpo di cannone.
Ma dunque la battaglia si era impegnata, ma dunque la citt di Milano aveva sollevato lo stendardo della rivoluzione, ma dunque si battevano. -  Da una parte un esercito ben armato, con cannoni appoggiati ad un castello, dall'altra cittadini inermi o quasi, che senza misurar le proprie forze volevano la libert.
Che la battaglia si fosse impegnata, anche senza i colpi di cannone e senza le fucilate, io avrei dovuto gi saperlo, perch fra il popolo che trascinava le carrozze e le gettava gambe all'aria, avevo veduto due cittadini vestiti colle spoglie di due soldati di fanteria, e due altri colle giacche di due ussari. Avevo visto un altro, che correva schiamazzando e gridando, ebbro di gioia e che sulla punta di una spada portava il cappello d'un soldato.
Intanto pioveva a dirotto, ma la pioggia non impediva che corressero per le vie drappelli di cittadini, e che alle 24 gridassero: Fuori i lumi! Fuori i lumi!
Fu in quell'ora che 15 o 20 croati, malgrado le barricate, passarono correndo e tirando in aria verso le finestre chiuse colpi di fucile.

***

Ma lasciamo il povero giovinetto, che si accontentava di prendere una scheggia della terribile aquila grifagna e vediamo che cosa volesse e facesse in quel giorno la citt di Milano.
Questa pacifica citt voleva assai pi di quel giovanetto: voleva almeno ci che l'Imperatore aveva dato a Vienna, che per una strana coincidenza insorse anch'essa il 18 di marzo.
Vienna  in rivoluzione e i Milanesi esclamano: Se tanto si fa dai Viennesi, come staremo noi tranquilli?
Gi da molti giorni, se di fuori nessun sintomo esteriore diceva che Milano era minacciata da una gran febbre, la polizia per aveva toccato il polso alla citt ed era inquieta. L'arciduca Ranieri partiva con tutta la sua famiglia per Verona il 16 marzo, accompagnato da un reggimento di granatieri italiani, che non si credeva prudente lasciare in quella citt. E prima di lui era partito anche lo Spaur, governatore della Lombardia, lasciandovi il vicepresidente O'Donnell.
La mattina del 18 marzo si legge su tutti i canti delle vie un editto imperiale e reale, nel quale si diceva che Sua Maest ha determinato di concedere ai suoi popoli istituzioni liberali, e convocher i rappresentanti dei diversi paesi a Vienna per il 3 luglio.
Sapete tutti che quando si vuol elevare la temperatura  di un forno vi si getta un po' d'acqua. Molta acqua lo spegnerebbe, ma pochina lo ravviva. L'ordinanza imperiale fece l'effetto di quella poca acqua.
Per tutte le vie si formano capannelli di persone, che anche senza conoscersi, per l'emozione comune e forte che ne fa battere il cuore, diventano amici, quasi parenti per un momento. Vi  una consanguineit pi calda di quella del sangue, ed  quella del sentimento e del pensiero. In una rivoluzione tutti quelli che s'incontrano diventan pi che amici, fratelli.
E in quei crocchi si sente dire:
Oggi si fa la dimostrazione al Governo. - Vanno tutti al Broletto. - Bisogna finirla. - Vienna  insorta: non  pi tempo di dimostrazioni; ci vogliono dei fatti.
Quelle esclamazioni (che esclamazioni erano e non discorsi), sottolineate dall'accento poderoso e dalle voci grosse, esprimevano due opposte correnti, che in ogni moto popolare delineano i temperamenti di due diversi caratteri, il prudente ed il violento.
Dall'una parte si vuole raggiungere lo scopo per le vie legali: dall'altra si vuole la lotta, la guerra; si aspira con volutt al sangue.
Alle 10 del mattino tutta Milano era in moto;  non v'era mente che stesse ferma, non cuore che non battesse pi forte.
Il carattere violento trascina il carattere prudente. La folla irrompe nella bottega del Colombi, il primo armaiuolo di Milano, e la svaligia. Ne escono con pistole, con fucili da caccia, con carabine, con sciabole; con tutto ci che pu uccidere.
Ma le armi non bastano; si dirigono tutti al Borgo Monforte, dove  il Palazzo di Governo e il Torelli si unisce alla folla. Domanda che cosa si vuole e gli rispondono: Si fa una grande dimostrazione per appoggiare la domanda di concessioni che si vogliono dal Governo e quanto prima verr il Municipio, verr anche il Delegato (Prefetto) in persona.
Pi in l il Torelli vede un giovane, che escito dalla bottega di un tappezziere, con un grosso ferro acuto e forte, tenta di smuovere il selciato per fare una barricata.
Ma gli gridano: No, no, a che pro vuoi rovinare la strada?
Ancora e sempre violenza e prudenza, che vogliono la stessa cosa, ma per diverse vie.
Intanto la folla si urta, si addensa, corre e divien fiume, corrente, che trascina ogni cosa che incontra.

Si ode gridare: Sono qui, sono qui!
 infatti la Deputazione solenne, che si avvia a chiedere al Governo le concessioni.
Avanza lentamente, solo gli uscieri e i pompieri possono difenderla dall'onda del popolo e permetterle di andare innanzi.
Guardate quei coraggiosi. Sono il delegato provinciale Antonio Bellati, il podest conte Gabrio Casati, e intorno ad essi assessori, cittadini notevoli per censo e per fama.
Popolo e deputazione giungono al Palazzo, l'onda del popolo ne invade cortile, scale, e su su  entrata nelle sale, negli uffici, dovunque. Si ferma forse l'acqua torbida di un fiume, quando travolge alberi e armenti e case, ed uomini e cose?
Quelli che sono rimasti fuori si sentono cader sulle spalle registri, libri e per l'aria volano fogli, lettere.
Il Torelli, rimasto addietro, penetra pi tardi nel palazzo, e sotto il portico vede da un materasso gettato a terra escire due paia di piedi calzati come sono i soldati ungheresi. Quei piedi sono immobili. Sono di due cadaveri, delle due sentinelle che erano alla porta del Palazzo e che, avendo voluto opporsi all'onda del popolo, erano state uccise, l'uno con un colpo di pistola, l'altro colla stessa baionetta di cui era armato il suo fucile.

Povere ed innocenti vittime del dovere professionale! Il libro degli Edda lo ha detto da tanti secoli. Nessuno  forte contro tutti. E quei poveri soldati giacciono l sotto quel pietoso materasso che solo li nasconde alla curiosit del popolo tumultuante, e le loro povere madri pensano forse a loro in quella stessa ora nelle lontane steppe dell'Ungheria al d del ritorno e che non verr mai, mai pi!
Quella folla, che si  gi macchiata di sangue, non ha per tempo ne voglia di occuparsi di quei poveri morti. Tumultua, grida, schiamazza, mentre la Deputazione  in conferenza coll'O'Donnell.
Era le mille voci che riempiono il cortile, le scale, la via, si ode una voce pi alta, che per un momento fa tacere le altre e ad esse si sovrappone: L'Arcivescovo, l'Arcivescovo! Largo all'Arcivescovo!
Era il Romilli, che l'anno prima, l'8 di settembre, aveva fatto il suo solenne ingresso in Milano e che succeduto al Gaisruck tedesco, era divenuto subito popolare, perch italiano e buon uomo.
Il Romilli pi che camminare era portato anch'egli su per lo scalone, mal difeso da alcuni sacerdoti, che lo difendevano dal troppo caldo entusiasmo dei suoi concittadini. Salutava a destra e a sinistra, sorrideva, ma era agitatissimo. Guardava  con certo terrore una coccarda tricolore, che gli avevano appiccicata sulla veste talare.
Si conferiva intanto nel gabinetto del Governatore, e la folla febbricitante di impazienza alzava sempre pi le note del suo patriottico entusiasmo. Ma ecco che si apre la porta del gabinetto e ne esce il conte Carlo Taverna, che d la notizia delle prime concessioni.
Signori, il Governo ha fatto le concessioni....
E non si ode il seguito.... Concessioni, sta bene, ma di che, ma di cosa? La impazienza cresce, diventa angosciosa e le grida crescendo impediscono di udire.
Un tale grida: Scriviamo la concessione e gettiamo il foglio nel cortile. Una penna, dei calamai, dei fogli!
Si trova dopo confuse ricerche un calamaio, ma senza penne e senza carta. La carta la trover io, grida un impiegato e porta dei bollettini di leggi e circolari, che hanno sempre un foglio in bianco.
Si strappano le pagine bianche e senza penna vi si scrive con bastoncini, con matite; perfino colle dita tuffate nel calamaio.
E i fogli volan per l'aria e scendono dalle finestre nelle vie, dal corridoio e dalla scala nel cortile.
Si legge male ci che peggio era scritto, ma tutti possono leggere per queste parole: Il Governo ha conceduto. E allora si ode da per tutto: Evviva la concessione, evviva il Municipio!
Le concessioni strappate a forza erano: Guardia nazionale - Libert di stampa - Garanzia personale.
Miste agli evviva si udivano per altre grida: Vogliamo armi, vogliamo armi! Ma un altro grido pi forte, pi angoscioso vien su dalla piazza: I Tedeschi, i Tedeschi!
Il pnico invade la folla in gran parte inerme, e fugge, mentre la Deputazione esce dal Palazzo, portando seco come ostaggio o come prigioniero il vicepresidente O'Donnell, che messo nel palazzo del conte Carlo Taverna vi rimaneva tranquillo e indisturbato per tutte le cinque giornate.
Intanto, per, in varii punti della citt eran corse schioppettate fra il popolo e la truppa, e in pi luoghi si erano inalzate delle barricate.
I soldati avevan saputo dell'uccisione delle due sentinelle del Palazzo di Monforte e si vendicavano, dando la caccia ai cittadini. E questi tiravano sui soldati. Non si trattava pi di Milanesi oppressi e di Austriaci oppressori. Era la vampa atavica dell'uomo selvaggio, che morsicato morde, che ferito ferisce. Due giovani fra gli altri, di condizione  civile, inseguiti, fuggirono in una bottega di cartoleria, che era aperta, avendo la folla strappate le porte per farne una barricata. E i soldati dietro. I fuggenti corrono su per le scale, finch trovano il tetto, e i soldati sempre dietro. Non si seppe mai, se scivolando dal pendio del tetto cadessero nella via o prima fossero stati uccisi e poi precipitati dall'alto. Il fatto si , che i loro cadaveri, sfigurati, rimasero dov'eran caduti per pi giorni, non riconosciuti, n raccolti dalle turbe ebbre di lotta e che avevan altro da fare che di pensare a due poveri morti. Chi conta i cadaveri nell'ora della battaglia?
E la battaglia era ormai impegnata, n consiglio di prudenti, n piet di filantropi poteva ormai arrestarla.
N solo i combattenti cadevano, ma anche i fuggiaschi, che per caso o per necessit si trovavano nelle vie. Il bravo Torelli, che armato di una sciabola e di due grossi pistoloni andava verso il Broletto, trova sul marciapiedi presso la via della Spiga un povero vecchio ucciso da una palla nel mezzo della fronte, e la pioggia lavava quella ferita e portava lungo il leggier pendio della strada un sottile rigagnolo di sangue. Il Torelli aiutato da alcuni cittadini port quel povero vecchio sotto l'atrio d'una casa.


***

Ecco il principio della rivoluzione, ecco la prima delle cinque gloriose giornate, che scrissero una pagina d'eroismo nella storia d'Italia e diedero una lezione ai despoti; n star a descrivervi tutte le scaramuccie, tutti i particolari della lotta, che non aveva un solo generale, n un solo piano di tattica, ma che si combatteva in tanti centri, quanti erano rappresentati dalle caserme, dal Comando di piazza, dalla polizia e con diversa fortuna, secondo i luoghi e gli uomini che combattevano.
Non accenner che a qualche episodio. Mettendoli l'uno accanto all'altro, avrete il quadro della sommossa.
Corre la voce, che davanti al Gran Comando Generale posto in via di Brera, i soldati fraternizzano col popolo. Si spiega la cosa, aggiungendo che quei soldati son tutti ungheresi e italiani. Se un cittadino di alta autorit e di grande energia si presentasse al Comando, potrebbe intimare la resa a quel battaglione.
Ma c' chi soggiunge:
 vero: son tutti italiani e ungheresi, non chiederanno di meglio che di arrendersi; ma gli ufficiali  son tutti tedeschi e conviene che per trattare con essi ci voglia chi sappia il tedesco.
L'uomo coraggioso si trova, anzi se ne trovano due, perch al Torelli si aggiunse l'Anfossi, e entrambi, senza misurare il pericolo della loro impresa, si avviano al Comando.
Era tutto un quadrato di soldati, che fitti fitti e armati stavano davanti alla porta del palazzo. Il Torelli, traendo un fazzoletto bianco e sollevandolo in alto, grid con tutto l'entusiasmo: Eljen Madjar! Risposero in molti Eljen! Eljen! e parecchi strinsero la mano al nostro Torelli.
Egli ravvis un maggiore, che ravvolto in un gran mantello impermeabile a causa della pioggia, stava dinanzi alla porta chiusa del Comando e tent di persuaderlo ad arrendersi. Ormai il popolo era padrone della citt, era bene evitare un inutile spargimento di sangue.... si arrendesse.
Il maggiore lo ascolt con tutta la calma, senza dar segno di impazienza o di sdegno, e si accontent di rispondere: No, non lo posso, non fate ostilit voi, e non ne faremo noi.
L'Anfossi, che non sapeva il tedesco, non poteva capire il dialogo, vedendo che i soldati li avevano circondati, disse piano al Torelli: "Caro mio, andiamocene, ci potrebbero portare in castello."

Il Torelli ritorn all'assalto con parole pi calde, ma il maggiore con pi energia di prima disse di no, e i due temerarii cittadini ritornarono donde erano venuti.
Se la resa non riusciva colle buone, doveva riuscire colle brusche e a suon di fucilate.
Il 19 l'Anfossi con una schiera di valorosi compagni prendeva gli Archi di Porta Nuova, respingendo gli Austriaci e prendendo un'ottima linea di difesa.
Il giorno dopo, i Tedeschi abbandonavano la Polizia e il Duomo, che avevano occupato, come un osservatorio e come un ottimo punto di difesa, dacch i Tirolesi, ottimi fra tutti i tiratori del mondo, di lass uccidevano senza sbagliare un colpo. Aggiungete che accanto al Duomo sta il Palazzo Reale e si innalza il colosso dell'Arcivescovado.
Il Torelli, appena seppe che il Duomo era abbandonato, chiese ad una signora una bandiera tricolore, e con pochi compagni la port su quel gigante di marmo, e l'innalz tra gli applausi del popolo, che dal basso vedeva il vessillo nazionale sventolare per la prima volta sul caro, sull'adorato Dom de Milan.
Questa la poesia della rivoluzione! Accanto alla poesia, per, nello stesso tempo la prosa robusta e  vigorosa dei fatti.  in quello stesso giorno che la Congregazione Municipale si trasformava in Governo provvisorio, con patriottico pudore per rinunziando alla parola audace e forse ancora troppo superba, e dicendo solo in un suo proclama "che viste le circostante assumeva in via interinale la direzione di ogni potere allo scopo della pubblica sicurezza."
Ai membri ordinarii della Congregazione, oltre il conte Gabrio Casati podest e gli assessori Antonio Beretta e conte Cesare Giulini, si aggiunsero Vitaliano Borromeo, Franco Borgia, Alessandro Porro, Teodoro Lecchi, Giuseppe Durini, Anselmo Guerrieri, Enrico Guicciardi e Gaetano Strigelli.
E il Governo provvisorio nominava un Comitato di guerra, poi uno di difesa, uno di pubblica sicurezza, uno di finanza, uno di sanit e per ultimo uno di sussistenza.
Troppo governo, direte voi: ma chi potr accusare di troppa volutt di comando chi ha sempre ubbidito; ubbidito a forza e a tiranni odiosi? Chi potr accusare di intemperanza un affamato, che a un tratto siede ad una mensa lautamente imbandita? L'ebbrezza non  soltanto nel fondo delle bottiglie, ma in ogni battaglia vinta, sia poi d'amore, di gloria o di libert. E in quei giorni noi tutti, anch'io quasi fanciullo, eravamo ebbri d'indipendenza e di lotta.

***

Il 20 di marzo un maggiore croato si presentava come parlamentare in casa Taverna, portando una proposta del maresciallo Radetzki, quella di sospendere per tre giorni le ostilit.
Eran presenti a riceverlo i membri del Governo provvisorio, quelli del Comitato di guerra e quelli del Comitato di difesa: in tutto 14 o 15 cittadini. La proposta fu respinta, e fucili e cannoni continuarono la loro crudele missione.
Fra le molte scaramuccie, fra i molti assalti, che avvennero in quei cinque giorni, due assunsero aspetto di veri fatti di guerra, che meritano una pagina nella storia della strategia e della tattica: voglio dire la presa del Genio e quella di Porta Tosa.
Il Genio, che era allora dove  oggi la monumentale fortezza della Cassa di Risparmio, era il cuore della difesa degli Austriaci. Dal Castello e dalle porte partivano i fulmini, ma dal Genio emanavano le correnti che li sprigionavano. L era il cervello, l il denaro, l le carte del governo.

E da ogni finestra i migliori tiratori tirolesi facevano piovere palle di piombo sui cittadini armati, che volevano entrarvi e si andavano avvicinando di barricata in barricata, di tetto in tetto. E seminando di morti e di feriti le vie e innondando di sangue i ciottoli e i marciapiedi, si andava innanzi; la porta che resisteva, forte per natura e barricata per di dentro, fu schiantata da due cannoncini di legno cerchiati di ferro, che furono improvvisati dai Milanesi, fatti inventori di una nuovissima artiglieria. Io li ho veduti quei cannoncini, anneriti, feriti anch'essi, che parevano giocattoli da bimbi, ma che pure avevano vinto il Genio austriaco. Augusto Anfossi, l'anima e il cuore delle cinque giornate, l'eroe primo di quella battaglia tanto disuguale, lasciava la vita in quel'assalto.
Dove si fece il maggior fuoco fu per a Porta Tosa, dove gli Austriaci con cannoni e battaglioni ben armati, difendevano una delle pi forti posizioni, fulminando la citt. Il Corso che conduceva alla porta era troppo largo, perch vi si potessero piantare barricate forti e solide, che potessero difendere gli assalitori e resistere alle artiglierie.
I Milanesi pensarono di fare delle barricate mobili e le ho viste anch'io e le ammirai come un'altra improvvisazione della strategia rivoluzionaria.
Eran fatte di grosse fascine legate in forma cilindrica, lunghe due o tre metri e grosse un metro che si facevano rotolare a forza di spalle, e i nostri tiratori dietro ad esse ben difesi poterono sloggiare gli Austriaci e prender la Porta, che a buon diritto fu battezzata da quel giorno col nome di Porta Vittoria.
Mi par di vederle ancora quelle barricate mobili, che frantumate dalle palle nemiche lasciavano escire da cento ferite le loro viscere lacerate. Ma accanto a quel ricordo, che potrei tradurre in un quadro, se fossi pittore, ce n' ancora un altro, quello delle acque, che corrono in quei dintorni e che vidi rosse, come se fossero state tinte col carminio. E mi parve a quel tragico colore, che in quell'onda quasi ferma vi dovesse esser pi sangue che acqua.
Di quel sangue per nessuna goccia era mia.... e leggendo oggi il mio vecchio giornale di ora  mezzo secolo, vi leggo con stile infantile queste parole:
Io invidio i miei fratelli, che hanno combattuto per la patria e hanno posto il nome dei Milanesi fra gli eroi i pi generosi e robusti....

Se non sono stato fra i combattenti, fui per di sentinella alle barricate, e anche di notte e con nessun altr'arme che una gran scimitarra turca, che avevo chiesto a mio padre. Come ero fiero di passeggiare in su e in gi davanti alle barricate, colla mia scimitarra appoggiata alla spalle e gridando il Chi va l? ai passeggeri, ai quali chiedevo la parola d'ordine. Mi pareva d'essere la sentinella perduta di un vero accampamento di guerra....
Con quella scimitarra e naturalmente colla mia coccarda tricolore, andavo a far le provviste di cucina colla serva, quasi a difenderla, e in quei giorni non era davvero facile il percorrere anche un piccolo tratto di cammino, essendo quasi ogni via interrotta dalle barricate, che furono calcolate a circa 2000.
La nostra serva si credeva difesa da quel giovane guerriero e da quella scimitarra turca! Povera difesa! - Io ero cos gracile, cos sottile in quell'epoca, che un croato, incontrandomi, mi avrebbe con un pugno gettato a terra e disarmato.
Da sentinella di barricate passai dopo le cinque giornate a guardia nazionale, e ricordo le notti passate sul tavolaccio nel Palazzo Trivulzio e nel Palazzo Marino. Allora, per, invece della gran sciabola avevo un fucile.

Un mattino alle 5 dovetti con altri militi della guardia civica condurre al Castello cinque soldati austriaci nostri prigionieri, e l ebbi la gioia di vedere la prima cavalleria piemontese che partiva per il campo.
Ricordo ancora che un altro giorno tutti i Civici di Sant'Alessandro furono riuniti sulla piazza dello stesso nome, e di l ci avviammo al Broletto, al suono allegro del tamburo e seguendo la grande bandiera tricolore, che si amava come una fanciulla, come una mamma; come la poesia incarnata della patria.
Giunti al gran cortile del Broletto ci schierammo per eleggere i nostri capi e per acclamazione si nomin nostro capitano il marchese Trivulzi, che era per a letto con una palla in una coscia. Con lui furono eletti i tenenti e poi si ritorn al palazzo Trivulzi, dove sotto le sue finestre si gridarono evviva fragorosi al nostro Duce. La signora marchesa, commossa, scese a salutarci, e ci promise che ella stessa ci avrebbe ricamata una bandiera.
Se mi lasciassi andare alla volutt dei lontani ricordi, non la finirei pi. Lasciatemi solo richiamarne uno di poca importanza, ma che vi mostrer in qual'aria di idealismo generoso si respirasse a Milano in quei giorni.

Mentre si trattava l'armistizio proposto dal Radetzki, io escii col mio solito sciabolone e mi avviai verso il teatro della Scala. Tacevano le campane, che erano il tormento indicibile dell'esercito austriaco, tacevano le fucilate, tacevano i cannoni.
Giunto nella via di Santa Margherita, dove era l'Ufficio della Polizia e che era tutta barricata, vidi che le finestre erano occupate da cittadini, che gettavan gi a cento a cento cartoni pieni di carte, fascicoli, libri, tutta la triste biblioteca di quella casa, che era in una volta sola covo di spie, fucina di tirannide e carcere di tante vittime.
Quel pandemonio era stato abbandonato dai tiranni, ed ora era in mano delle vittime, che prendevano la loro vendetta sulle carte.
Io raccolsi parecchi fogli timbrati dall'aquila grifagna, e mentre li stava per leggere, un colpo di mitraglia venne a colpire una barricata assai vicina a quella in cui mi trovavo, facendo un rumore strano, come di cento latte che fossero lacerate in una volta sola. Tutti i presenti si addossarono al muro, ed io visto che il colpo non si ripeteva pi, corsi in mezzo alla via e raccolsi due o tre pallottole di ferro, ancora fumanti. Facevan parte di quella rozza mitraglia d'allora ed eran piene di chiodi e perfino di pezzi infranti di ferri di cavallo.

A quel tiro, per, tennero dietro dopo un piccolo silenzio altri tiri, ed essi ci dicevano ad alta voce che l'armistizio era stato respinto e che la lotta ripigliava il suo andare.
Portai a casa i miei fogli e li diedi a vedere alla mamma, colla quale stava per leggerli con viva curiosit. Ma la mamma mi disse, impallidendo e inorridita: Sono rapporti segreti di spie italiane.... ahim! e sono firmati. Non voglio leggere quei nomi.... bruciamo questi fogli, subito subito.
E quei fogli furon bruciati con mio grande dolore, non per la curiosit delusa delle firme infami; ma perch in me nasceva gi il futuro psicologo, che doveva finire sulla cattedra d'antropologia di Firenze. Quei fogli eran per me documenti umani, che oggi figurerebbero nel mio Museo psicologico.
Li ho rammentati, perch il sentimento generoso che aveva ispirato mia madre a distruggerli, era in quei giorni l'ambiente in cui si viveva, era l'aria che si respirava noi tutti.
Se entrava un cittadino armato in un caff, chiedendo un rinfresco, quando stava per pagarlo, gli si rispondeva con un gesto di grande meraviglia: Ma ghe par? oppure O giust!
I feriti eran raccolti subito e alloggiati dove cadevano. In tutte le case signore e signorine vegliavano le notti, fabbricando filaccia o cucendo bandiere tricolori e ho veduto strappare pezzuole di tela battista d'immenso valore, quando per far filaccie si era dato fondo a tutti i cenci vecchi della casa.
Uno dei nostri tiranni poliziotti pi odiato era il Bolza. Sapendosi aborrito, nelle cinque giornate si era nascosto in un fienile, ma fu scoperto e preso. A furia di popolo, pi trascinato che condotto, fu portato non so a qual Comitato davanti a Carlo Cattaneo, chiedendogli che genere di supplizio doveva essere inflitto a quel boia. Il Bolza era gi pi morto che vivo, pi pallido di un cadavere e coperto di fieno, che lo rendeva grottescamente orrendo.
Il Cattaneo sereno e tranquillo rispose:
Se lo uccideste, fareste cosa giusta, ma se lo lasciate in libert, farete cosa santa e degna di un popolo vittorioso, e che aspira alla libert.
E il Bolza fu lasciato libero.
Quarantottate, diranno alcuni, ma a questa bestemmia ritorner fra poco.
I popoli vivono tutti in un dato clima fisico, che  l'aria per i polmoni e che respiran tutti, ricchi e poveri, contadini nel campo, operai nelle vie,  principi nei palazzi.  un clima che li avvicina e li affratella.
Ma vi  un clima pi efficace, pi tirannico, e che , per il cervello e per il cuore, ci che  l'aria per il polmone.  l'ambiente morale, che diffonde la sua influenza sottile, penetrante, irresistibile in ogni vena della vita pubblica; che fa battere ogni polso di uomo che pensa e sente. Nessuno pu sfuggirvi, nessuno resistervi.
Quell'ambiente ora  salubre ed ora  mefitico, ora  inebriante ed ora  deprimente ed  fatto dai sentimenti umani che fanno palpitare il cuore di una nazione. Se l'orgoglio nazionale  alto, e legittimamente alto, quell'ambiente vuol dire gioia, entusiasmo, carit, idealismo. Se l'orgoglio  depresso, quell'ambiente vuol dire tristezza, sentimento, scetticismo, fors'anche cinismo.
Se quell'ambiente  fatto di gloria e di ricchezza vuol dire salute morale, energia, generosit, eroismo. Se invece  fatto di paure e di pentimenti, vuol dire affarismo, vilt collettive, vuol dire marasmo delle anime.
In quei cinque giorni Milano respirava bene, respirava a pieni polmoni l'aria della vittoria e della libert ed era perci nobile, generosa, idealista.


***

E dacch vi ho intrattenuto sempre del 48, permettetemi che nel chiudere la mia conferenza getti un grido di sdegno contro la brutta parola di quarantottate, che pur si ripete pi di una volta, e soprattutto dai giovani serii, che non hanno potuto battersi e dai vecchi serissimi, che non si son battuti mai.
Per questi signori, quarantottata vuol dire una dimostrazione un po' chiassosa, un entusiasmo collettivo espresso forse con uno scampanio troppo rumoroso;  insomma ogni espressione patriottica, che si presenti sotto forma troppo arcadica o troppo ingenua.
Si cancelli dalla lingua parlata, dal frasario politico questa parola, che  una barbarie.
Bestemmia contro tutto ci che nell'uomo si ha di divino; cio l'idealit, l'eroismo, l'amor di patria.
Il 48 fu un sogno, un'illusione, un disinganno. Si credette che il cuore bastasse senza il cervello. Lo credettero i milanesi, lo credette anche Carlo Alberto, quando affront l'armata austriaca col piccolo esercito del piccolo Piemonte.

Ma sogni, ma illusioni, ma disinganni che ci portarono al 59, al 66, al 70; e il quarantotto con le sue quarantottate fu un delirio di amor di patria, fu un trasporto che lasci il cielo pieno di luce, e che fecond la terra nostra col sangue dei primi martiri.
Anche i vecchi deridono le follie della giovinezza, ma pi spesso che per saviezza, per invidia di non esserne pi capaci.
E quando ascolto i giovani, che nel 48 non erano ancor nati, deridere le quarantottate, esclamo:
"Ecco dei giovani vecchi, che deridono dei vecchi giovani!"
Le barricate, spero, non si innalzeranno pi in Italia e forse anche non avremo pi bisogno di rivoluzioni; ma ai giovani che bestemmiano, pronunziando in tuono di scherno, la parola di quarantottate, io che li amo, auguro loro che nella lor vita provino anch'essi la suprema volutt degli entusiasmi patriottici, delle idealit sovrumane, ci vengano poi dal cielo o dalla terra.
Il divino nell'umano  l'entusiasmo, e chi muore senza averlo goduto, non ha vissuto mai!




VENEZIA NEL 1848-49.
 
CONFERENZA DI POMPEO MOLMENTI.


Signore e Signori,

Nell'ampia sala magnifica del Palazzo dei Dogi - forse la pi bella del mondo - convenivano taciti, avviliti, confusi i veneti patriz. Era il 12 maggio 1797. Gravi pericoli minacciavano l'esistenza della vecchia Repubblica. Alle offese del Bonaparte l'imbelle doge Lodovico Manin rispondeva con vile rassegnazione, e i patrizi degeneri, convocati a consiglio, con non minore codardia decretarono la fine della repubblica e l'abolizione dell'ordine aristocratico. Poi uscirono tutti a precipizio. Erano cinquecento e trentasette; paurosi i pi, alcuni illusi della nuova libert, parecchi traditori, pochi fieri, risoluti, sdegnosi. Venti soli votarono contro il sacrifizio della patria, cinque si astennero. Cos finiva la citt dei Dandolo, dei Pisani,  dei Veniero, dei Morosini! Un solo giorno faceva dimenticare tutta la sua forza, tutta la sua maest, tutta la sua grandezza!
Il 17 ottobre 1797, il Bonaparte, con l'infame mercato di Campoformio, vendeva Venezia agli austriaci. E allorch il giorno moriva e i rintocchi delle campane si spandevano sull'ampia laguna, e le acque erano solcate da splendori fosforescenti, sotto il Palazzo pieno di misteri, dinanzi alle pietre fatte brune dai secoli, fra il popolo muto ed oppresso, un uomo con l'anima in delirio e i nervi agitati, esciva in una imprecazione che, in quell'avvilimento, risuon alta e fiera protesta, e fu seme di riscossa nelle et future. "L'Italia  terra prostituita" esclamava Ugo Foscolo "premio sempre della vittoria. Potr io vedermi dinanzi agli occhi coloro che ci hanno spogliati, derisi, venduti e non piangere d'ira?"
Cos, con questo alto lamento angoscioso, finisce l'un secolo e comincia l'altro. Nei misteriosi palazzi s'aprono le porte, si spalancano le finestre, vi entra una improvvisa folata di vento, un turbine impetuoso.
Fuggono spaventate le belle donnine tutte frange, fronzoli e cernecchi, i cavalierini dall'anima di stoppa e dallo spadino inoffensivo; e un silenzio  come di morte piomba nelle stanze fiorite di stucchi e d'oro, discrete confidenti di colloqui amorosi, dove sorridevano tutte le eleganze e tutte le letizie della festosa arte del veneto tramonto.
Ed oggi, quando i ricordi del passato si ridestano in quelle vecchie dimore, in cui i dipinti e le stoffe si stingono in un color d'ombra diffuso, e tutto ha un dolcissimo profumo di vecchio, e ad ogni oggetto si accompagna una leggenda amorosa; oggi, quando nella penombra di quelle stanze sembra di veder salire e vanire entro cirri di nubi profili femminili, figure eleganti di cavalieri, fantasmi voluttuosi, ci si domanda in qual modo quei Florindi e quelle Rosaure, tutti ben mio, vita mia, vissare mia, poterono, dopo appena cinquant'anni, trasformarsi negli ardimentosi difensori di Venezia.
Come mai il doge Manin, che mentre crollava la longeva repubblica lamentavasi di non poter esser sicuro nemmen nel suo letto, pot, dopo mezzo secolo, trovare il pi magnanimo contrapposto in un altro Manin (la storia ha di questi strani riscontri anche di nomi), il quale, bench plebeo, seppe vendicare l'antica macchia inflitta al nome patrizio? E per che modo l'anima gracile della citt dai morbidi amori, dopo una lunga e molle inerzia si dest con tanta possanza? E che cosa ha veramente prodotto la immensa esplosione del '48?
Vediamo.

***

La citt dominatrice, che avea avuto tutte le grandezze, dovea provare tutte le miserie.
Quando, dopo essere stati cacciati dai francesi nel 1806, gli austriaci entrarono nel 1814 per la seconda volta a Venezia, il podest Gradenigo - un discendente di quel Doge che avea ordinato e rafforzato il dominio dell'aristocrazia - andava a prosternarsi a Vienna dinnanzi all'Imperatore, mentre un arciduca austriaco sulla piazza di San Marco gettava manciate di denaro al popolo plaudente.
Venezia perdeva a brani il suo manto di regina. Le gondole parevano bare galleggianti, gli uomini attraversanti gli alti ponti ombre del passato - i monumenti rovinavano, e pi di dugento palazzi venivano demoliti per non pagare le imposte e per vendere i materiali. Nei cittadini era fiacco lo spirito, nullo il pensiero.
Il governo straniero, senza moderazione e senza giustizia - i balzelli eccessivi - il commercio inaridito e sacrificato alle altre parti dell'Impero, specie a Trieste - le spie e gli sbirri, vritables forats - secondo la energica frase di Anatole de la Forge - auxquels l'Autriche donnait Venise pour bague - la mancanza infine d'ogni libert politica e civile non valevano a ridestare gli spiriti, immersi come in uno stupor doloroso. Perfino la religione legittimava la tirannide e faceva sacro il dispotismo.
Ah! se dagli abissi del passato, le anime delle antiche generazioni avessero potuto riveder quei luoghi consacrati dalle loro rimembranze! Se le anime dei dogi, dei senatori, dei guerrieri avessero potuto rivisitare la loro citt, ravvolta come in un funebre sudario, e vedere invaso da una volgar turba d'impiegati tedeschi il palazzo dogale, dove gli acuti e gravi magistrati erano stati custodi vigilanti delle libert pi antiche del mondo e sulle antenne della Piazza la bandiera gialla e nera in luogo del temuto vessillo, che s'era inalzato sulle torri imperiali di Bisanzio e s'era agitato ai venti della vittoria sulle acque di Lepanto; se quelle inclite anime avessero potuto veder tutto ci, tra i gemiti di un immenso dolore si sarebbe udito risuonar per l'aere la lamentazione dell'antico profeta:  Quomodo sedet sola civitas plena populo: facta est quasi vidua domina gentium?
Senza palpito e senza respiro veramente sembrava la Gerusalemme dell'Adriatico.

***

Dopo la rivoluzione e dopo il fulmineo cruento passaggio di Napoleone, parve fatale e necessaria la reazione politica, che col trattato del 1815 e con la Santa Alleanza, stese un'ombra mortifera su tutta l'Europa.
Ma non poteva durar lungamente; e gi dopo alcuni anni in Francia, in Ispagna, nel Portogallo i legittimisti erano vinti; la Grecia e il Belgio si rivendicavano a libert, e contro la Santa Alleanza si stringeva la lega occidentale tra l'Inghilterra, la Francia, la Spagna e il Portogallo.
Anche in Italia il germe vitale non era spento. La coscienza patriottica si andava lentamente formando, e sorde indignazioni covavano in alcune anime generose, alle quali fu corona di grandezza il martirio.
Il 24 dicembre 1821 sulla piazza di San Marco, dal poggiuolo del palazzo dei Dogi, veniva letta  una terribile sentenza ad alcuni imputati di Carboneria, che stavano sovra un palco d'infamia, esposti alla curiosit di una folla ammutolita.
Fra gli altri veniva commutata la pena di morte in venti anni di duro carcere nello Spielberg a Villa, Bacchiega, Fortini, Oroboni, Munari e Foresti - sante figure di martiri, che vediamo passare per mezzo alle pagine di quel libro, in cui il dolore ha accenti di semplicit sublime, le Prigioni del Pellico.
Dopo il processo dei Carbonari, s'addens pi cupa la maledetta tenebra della tirannide, e sembr che Venezia di quella silente e paurosa servit non sentisse vergogna.

I re che ha sul collo son quei che mert,

si sarebbe potuto dir col poeta.
I veneziani rassegnati o gaudenti senza odio verso il dispotismo, senza amore per la libert, traevano i giorni inutili e oziosi nei caff, tra le chiacchiere, nei teatri. Venezia era divenuta la citt della musica e della danza. Bellini e Verdi, la Ungher e la Grisi, la Essler e la Taglioni occupavano gli animi di quella gente immemore, assidua consigliatrice di tranquillo vivere.

Silvio Pellico, che a questo tempo si trovava a Venezia, scriveva:
"Qui mi annoio. I veneziani sono troppo chiacchierini; la loro vita di piazza e di caff  molto scioperata; non pensano, non sentono. Io erro le intere giornate nelle gallerie di quadri, nelle chiese, nei palazzi crollanti, dappertutto mi colpisce lo spettacolo della passata forza e ricchezza veneziana e della presente miseria. Come mai non vedo in ciascun volto il dignitoso sentimento del dolore? Ad ogni sghignazzare pantalonesco io fremo."
La sventura incodardisce le anime deboli. Con onorificenze e pensioni erano ricompensate le servili umiliazioni al monarca austriaco: e le famiglie patrizie decadute - servit decorata! - strisciando inchini pitoccavano sussid.
Movimento di pensieri e di stud, andava,  vero, timidamente manifestandosi, ma fuori della vita reale. Il Carrer, il Betteloni, il Capparozzo, il Cabianca erano gentili poeti. Il Romanin, il Cappelletti, il Cicogna ricercavano e studiavano i vecchi documenti - ritorno non del tutto infruttuoso alla civile sapienza repubblicana. Non erano spenti il brio grazioso e la vivacit acuta, che aveano dato gli ultimi guizzi nelle conversazioni di Giustina Renier Michiel morta nel '32 e di Isabella Teotochi  Albrizzi morta nel '36. E a quando a quando scoppiava la poesia di Pietro Buratti caustica, personale, locale, in cui abbondava la ciarla maligna dei vecchi poeti giocosi, non mai il fremito cocente della satira politica.
La coscienza era vuota d'ogni alto volere, d'ogni intento patriottico, e anche la letteratura, sbiadita e muliebre letteratura da strenne, s'abbandonava a un tenerume, cui davasi il nome di sentimentalit.
La poesia o era lagrimosa ed elegiaca, nuova Arcadia al lume di luna con le castellane e i menestrelli, in luogo delle dee e dei numi dell'olimpo, o finiva nelle canzonette per chitarra, nelle strofette fluenti di quel dialetto molle e carezzevole, che la Signora di Stael si meravigliava fosse parlato da coloro che resistettero alla lega di Cambray.
E nel sereno armonioso delle notti veneziane, dalla gondola solinga, s'alzava il canto del Lamberti:

La biondina in gondoleta
L'altra sera go men,
Dal piacer la povareta,
La s'a in bota indormenz.
La dormiva su sto brazzo,
Mi ogni tanto la svegiava,
Ma la barca che ninava,
La tornava a indormenzar.

Nell'umido alito profumato della muta laguna l'amore persuadeva le anime effemminate ai morbidi sonni.
A un tratto un grido di rivolta rompe il letargo dei giacenti.
Nel '44 tre ufficiali veneziani della marina austriaca, i fratelli Bandiera e Domenico Moro, disertavano, e il loro eroico disegno d'insurrezione era spento, nel vallon di Rovito, dal piombo borbonico, che troncava su quelle giovani labbra il grido: Viva l'Italia!
Dopo tre anni, il pontificato di Pio nono annunziava la giustizia e la pace. La religione benediceva alla patria, gravata sotto la pressura straniera, e Cristo ridiveniva la speranza degli oppressi.
Dovunque aspettazioni inquiete, palpiti indefiniti, indistinti presagi, un desiderio insomma di rivivere. Le questioni economiche e giuridiche, le discussioni scientifiche, le nuove vie ferrate, le riforme edilizie davano modo ai patriotti di avvicinarsi, d'intendersi, di concitare l'animo ad un solo, altissimo intento: rialzare le energie e ritemprare i caratteri, aspettando che gli eventi sorgessero propizi. Anche le lettere e le arti, ravvivate dalle fiamme del Mazzini, del Berchet, del Guerrazzi, incominciavano, ad acuire la spada, che doveva affrancare la patria.

Quando, il 13 settembre del '47 s'apriva a Venezia il Congresso dei dotti, il nome del novello Pontefice era salutato con un fremito di gratitudine e di speranza, con clamori d'entusiasmo.
Nell'ora novissima Daniele Manin e Nicol Tommaseo, che ad incarnare il pensiero patrio tentavano tutte le vie e tutte le forme, con gli scritti e con la parola arditamente chiedevano agli oppressori il risarcimento del diritto troppe volte violato. I due generosi cittadini, rammentando all'Austria le non mai adempite promesse, erano affratellati da un solo ardentissimo affetto, uniti in uno stesso pensiero.
Eppure quanta diversit d'indole fra essi!
Daniele Manin, austero di coscienza come di vita, animo incapace d'odi, ma sensibilissimo agli affetti, aveva mente lucida e comprensiva. Conoscitore profondo degli uomini e delle cose, energico e prudente, riflessivo ed entusiasta, umano e giusto, le pi disparate doti trovavano in lui un mirabile contemperamento. Il Tommaseo se imponeva come il Manin il rispetto, non si conciliava come l'amico suo la simpatia. C'era del crudo e dell'eccessivo in quella sua ispida modestia, in quella sua ritrosia diffidente e scontrosa. Egli stesso si dichiarava non d'altro ambizioso che di solitudine, cupido che di  povert, superbo che di voler nulla potere. Ma in entrambi uguali la probit, la lealt, il disinteresse, il sacrifizio di s stessi alla patria.
Crescevano insieme con le ire degli oppressi, le vendette del dispotismo. Il Manin e il Tommaseo furono tratti in carcere; ma la ingiusta prigionia, inaspriva non domava il popolo, nelle cui vene fluiva nuovo sangue.
I fati eran pieni, e la rampogna dei forti era finalmente udita dall'orecchio dei neghittosi. Gli uomini insensibili e inerti si mutavano a un tratto in una gente fervida, animosa, concorde. Uomini donne, vecchi e fanciulli s'infervoravano nell'odio alla mala signoria. Non c'era pi casa in cui si ricevessero austriaci; molte signore vestivano a lutto, gli uomini portavano cappelli alla Ernani come segno di riconoscimento, e si astenevano dal fumare per non pagare allo straniero una tassa involontaria, mentre la umile musa popolare cantava scriveva su pei canti:

Chi fuma per la via
Xe un tedesco o xe una spia.

La rivoluzione era nell'aria e si sentiva nei nervi; si leggeva in tutti i volti l'odio allo straniero. Dalle vicine citt giungevano notizie di risse  sanguinose tra cittadini e soldati. Per quietare a suo modo le agitazioni, l'i. e r. governo annunziava ai sudditi che Sua Maest s'era degnata (la parola  testuale) di mettere le province italiane sotto l'imperio della spada.
Ma gli avvenimenti doveano svolgersi nella loro solenne pienezza.
La Francia s'ordina a forma democratica; sulle vie di Berlino sorgono le barricate; a Vienna dirompe l'ira popolare e vince; e alcuni principi, o per amore o per paura, temperano gli ordini dello stato.
In particolar modo la sommossa di Vienna cresce baldanza alle dimostrazioni patriottiche e a determinare i propositi pi risoluti.
Il popolo veneziano che vuol rivendicare patria, esistenza, libert, come una larga onda furiosa corre alle carceri, ne rompe le sbarre, libera il Manin e il Tommaseo e li porta in trionfo.
Sulle antenne della Piazza s'inalza la bandiera dei tre colori, e come a promessa di vita novella tutti le si stringono intorno; i nobili quasi sentissero pi solenne l'orgoglio della gloria vetusta, il ceto mezzano che alla patria dava affidamento di un felice presente e segnava le vie per l'avvenire, il popolo che obliava gli antichi e i recenti  servaggi brandendo le armi nel nome della libert.
E i raggi del sole, riflettendosi sulle ampie vetrate di San Marco, si spargevano intorno come un'aureola gloriosa; e il palazzo dogale pareva irradiarsi di quella luce, che dovea risplendere un istante sulla meravigliosa epifania italiana.
Donde venne, mi ridomando, a quel fiacco popolo veneziano l'audacia della ribellione?
Chi avrebbe potuto sospettare che nel silenzio della laguna si celasse tanta gagliardia?
Gli , signori, che nelle rivoluzioni del popolo come nelle manifestazioni del genio, vi sono forme ed aspetti diversi. Come v' la mente che svolge ci che altri prepararono e v' il genio che appare solitario e improvviso, cos v' la insurrezione apparecchiata con ordinamento preconcetto e voluto, e v' la ribellione repentina e impulsiva, che nulla continua, che rif tutto.
Sono queste, di solito, le rivoluzioni dei popoli miti, tanto pi terribili quanto pi lunga e pecorile fu la pazienza; come pi tremenda scoppia a un dato momento la collera nelle indoli tranquille, riposate, serene, che nelle nature per abito risentite, violenti, subitanee.
Sono queste le rivoluzioni che, anche se vinte  e domate, preparano e maturano l'avvenire e rigenerano i popoli neghittosi, togliendoli a una torpida pace. Cos il navigante fra le bonacce insidiose dell'Oceano invoca qualche volta la bufera che potr sospingerlo ad un porto.
La palude morta avea infuso nelle vene di Venezia la febbre violenta della libert, e al popolo insorto i dominatori sgomenti non seppero rifiutare la istituzione della milizia cittadina.
Era la fiamma antica che riaccendeva il popolo di Lepanto e di Candia? O il soffio del disinganno non avrebbe tardato a sterilire le vive speranze? A chi manifestava il dubbio che il popolo veneziano fosse incapace d'ogni nuova grandezza, il Manin rispondeva:
- Voi no 'l conoscete: io lo conosco;  il mio solo merito: vedrete. -
Ne s'ingann. Il Manin diede impulso e direzione al movimento disordinato dapprima, come in tutte le insurrezioni.
Contrastare alle rivolte di popolo  temerario e vano, ma ad un'anima gagliarda spetta di solito provvedere, affinch procedano ordinate ed utili e non sieno macchiate da delitti e da vergogne.
Anche gl'inizi della veneta rivolta furono contaminati  da un delitto, ma le passioni popolari trascorrenti agli eccessi, furono subito contenute e frenate da un uomo, che avea tutte le doti per reggere onestamente ed utilmente il potere.
Il mattino del 22 marzo giunge a casa del Manin la notizia che gli operai dell'Arsenale avevano ucciso un colonnello ai servigi dell'Austria, detestato per l'acerbit dei modi e per la eccessiva durezza.
L'energia del concepire era nel Manin vinta dalla speditezza dell'esecuzione. Nel politico lampeggiava l'eroe.
S'alza egli impetuoso, e rivolto a suo figlio Giorgio quasi fanciullo:
- Vieni con me all'Arsenale - gli dice.
- A farvi ammazzare - ribatte inquieta la moglie.
- Anche, se occorresse - risponde freddamente il Manin.
E senza indugio corre all'Arsenale, seguito dalle guardie civiche; intima al contrammiraglio austriaco di rimettergli le chiavi, e al rifiuto, traendosi l'orologio di tasca, dice con energica calma:
- Vi accordo sette minuti di tempo a consegnarmi quelle chiavi. -
Il contrammiraglio cede, e l'Arsenale, potente  arnese di guerra, dove si custodivano armi e munizioni in gran copia, e dove l'Austria avea tutto disposto e ordinato per bombardare la citt, cade in potere del Manin.
Mentre questo avvocato creatore di rivoluzioni usciva dall'Arsenale, e con la spada sguainata salutava il gran leone scolpito sulla porta, gridando Viva San Marco, i governatori austriaci cedevano i loro poteri al Municipio.
Proclamata la Repubblica, il Manin fu eletto presidente. Il sogno superbo diveniva realt, e dalle acque tranquille della laguna saliva la speranza, la visione, l'amore, il pensiero di poeti e di martiri, la nobile, la bella, la grande Italia.
Le citt venete erano poco dopo sgombrate dagli austriaci, che, protetti dal terribile quadrilatero, chiuso dalle fortezze di Verona, Mantova, Peschiera e Legnago, si ritirarono nella regione compresa tra l'Adige e il Mincio, ove rimessi dalle prime sorprese stettero aspettando l'esercito di Nugent, che adunavasi sull'Isonzo e si apprestava ad invadere il Veneto. Italiani d'ogni parte della sacra penisola correvano intanto alle lagune. Drappellando bandiere, vestiti teatralmente, con divise dai colori sfoggiati, con cappelli piumati ed elmi dalla lunga criniera, con molti uffiziali che il grado eransi conferito da s, inebriati da sonore ed enfatiche parole e dai canti patriottici sciatti di forma, ma esuberanti di colorito, quei volontari, senza disciplina militare, novissimi al combattere, si mostravano pronti ad affrontare con slancio ardimentoso la morte.
Di memorabili prove di valore parlano i campi di Montebello, di Sorio, di Solagna, i piani di Curtatone e Montanara, innaffiati dal pi gentil sangue toscano, i colli di Vicenza, gli spalti di Treviso e di Osoppo, le Alpi cadorine, non meno valide a presidiare la patria delle giovani milizie guidate dal Calvi.
Le armi levate a cacciar lo straniero si credeano veramente benedette da Dio. In quei mattutini crepuscoli della redenzione nazionale, l'amor della patria vampeggiante di purissimo fuoco s'accompagnava a quel sentimento che fa divina l'anima cos nelle grandi esultanze come nei grandi dolori. Allora, in quell'Italia cos diversa dall'Italia presente, le due grandi forze, religione e patria, andavano unite, le due grandi forze senza le quali  vano sperare che la patria nostra ascenda a' suoi alti destini per le vie della sua ideal perfezione. Allora, nella penombra dorata del bel San Marco, il popolo veneziano accorreva a ringraziare e a pregar Iddio, dal quale solo viene il supremo conforto della speranza. Il vecchio tempio repubblicano significava in que' d qualche cosa pi che un simbolo religioso: esso non rappresentava soltanto la fede, ma la patria, e non pure la patria, ma la dignit di uomini liberi.
Un d - il ricordo fiammeggiava a traverso l'ombra dei secoli morti - i guerrieri francesi crocesegnati s'erano raccolti sotto le navate della Basilica, la plus belle que soit, e Goffredo de Villehardouin, eroe e storico della santa impresa, implorando piet per Gerusalemme, faite esclave des Turcs, chiedeva ai veneziani de venger la honte de Jsus-Christ. E i crociati si inginocchiarono, e da pi di diecimila petti esc un grido di entusiasmo, e il doge Enrico Dandolo e i baroni francesi giurarono sulle loro spade di combattere per il trionfo della fede.
Dopo sei secoli lo stesso commovente spettacolo si rinnovava nella Basilica d'oro. Aveano anch'essi, i volontari italiani destinati a combattere gl'infedeli della libert nelle pianure del Friuli, la tunica segnata della croce vermiglia, s'erano anch'essi, i nuovi crociati, raccolti in San Marco per veder benedette dal Patriarca le loro armi e va l'energia della risoluzione se non nel cimentare la vita al fuoco delle battaglie, coscienza squisita ma incompiuta, a lui si rivolgevano gl'italiani. L'amor della patria vinse le esitanze, e il carbonaro del '20, il reazionario del '21, raccolse gli sdegni e le speranze italiane.

E un re, a la morte nel pallor del viso
Sacro e nel cuore
Trasse la spada....


Palpitarono i cuori allora che quella spada scintill al libero sole d'Italia. Accorrevano in aiuto delle province venete e lombarde, Durando coi pontifici, Guglielmo Pepe coi napoletani. E quando quest'ultimo era richiamato da re Ferdinando, traditore e spergiuro, Pepe neg obbedienza a quel re fraudolento. Tragitt, senza dimora, il Po, e toccata la opposta sponda, mostrando l'altra ai pochi che con lui aveano serbata fede alla patria, sclam sdegnoso:
- Di qua l'onore, di l vergogna! -
E corse a Venezia, ove ebbe il comando supremo dell'esercito. Pareva in sulle prime che sui campi di battaglia esultasse la vendetta italiana. I volontari toscani due volte presso Mantova respingevano le sortite nemiche: i piemontesi vincevano a Goito e a Pastrengo: Vicenza si difendeva e ributtava gli assalti eroicamente: i lombardi ricacciavano gli austriaci fino al Trentino. E molte delle province lombarde e venete univano i propri destini a quelli del Piemonte.
Anche l'Assemblea di Venezia fu chiamata a decidere sulle sorti della metropoli.
Il Manin, ripudiante da ogni aiuto di re, era fidente nelle sole forze del popolo. Non era ancora in lui chiaro il concetto unitario, che alla sua vigorosa  mente balz luminoso nella solitudine dell'esilio. Era soprattutto veneziano, con l'anima tutta assorta nel bel sogno glorioso della vecchia repubblica. Ma s'egli rifuggiva dall'omaggio cortigiano, non sentiva ira di settario. Si mostr irresoluto, e fu la sola volta nel suo breve ma gagliardo governo.
Ma come giudicare con i criteri dell'oggi le idee d'allora? Chi, anche fra le intuite idealit lontane, avrebbe mai potuto sognare un istante, che dopo pochi anni sarebbe incominciata l'et dei prodigi, e che un gran Re, bene innestato sull'arbore italico, raccolta la infranta corona a Novara, avrebbe fatto passare incolumi, a traverso la bufera della rivoluzione, le libere istituzioni; avrebbe fatto uscire il magnanimo concetto del Mazzini dai recessi delle congiure ai campi di battaglia, e con l'aiuto di un eroe popolare, la cui figura sembra rapita al poema d'Omero, di un uomo di Stato, che sembra modellato nella creta onde Tacito plasm le sue figure immortali, avrebbe riunita la penisola tutta da un estremo all'altro sotto una sola bandiera?
Non opponendosi all'unione col Piemonte, il Manin confess di fare un sacrifizio. Si mise il partito dell'annessione e fu vinto con voto quasi universale. Il Manin rieletto ministro, rifiut.

Gli austriaci intanto ridivenuti padroni di quasi tutto il Veneto, s'erano accampati sui margini della laguna per costringere Venezia a darsi per fame.
Pepe conduceva tratto tratto i suoi soldati al paragone delle armi con gente usa alla guerra.
In tali combattimenti di lieve momento si addestravano le armi inesperte dei volontari, quando giungevano infauste notizie.
Carlo Alberto, sconfitto a Custoza, abbandonava senza difesa Milano, dove il Radetzky, il 6 agosto, rientrava con 30,000 uomini. Dopo tre giorni si firmava l'armistizio Salasco, per cui l'esercito e l'armata sarda abbandonavano al nemico anche Venezia.
Il popolo veneziano, guidato dal Sirtori e dal Mordini, scese allora tumultuante sulla piazza, al grido di Abbasso il governo regio, e ricorse al Manin, che parve ancora il genio custode della citt.
A reggere il paese fu eletto un triumvirato dittatoriale: preside il Manin, il colonnello Cavedalis per provvedere all'esercito, il contrammiraglio Oraziani alla marina.
Il 27 ottobre 1848, con un impeto di prodezza eroica, le schiere guidate dal generale Pepe, rompevano dal lato di terraferma il cerchio di ferro serrato intorno alla sventurata citt, e fugavano i nemici in quel fatto d'armi che s'intitola la Sortita di Mestre. In quella giornata Venezia aggiunse una solenne pagina di valore alla sua storia.
A Mestre si fecero oltre 500 prigionieri, si lasciarono sul campo 200 austriaci, si conquistarono 6 cannoni. Dei nostri 119 tra morti e feriti, ma nessun prigioniero.
Cadde ferito a morte Alessandro Poerio napoletano, poeta e soldato, una delle pi nobili figure del risorgimento italiano. Gli amputarono una gamba e fu trasportato a Venezia a continuare la sua angosciosa agonia. Prima di spirare la grande anima, rivolto a coloro che il circondavano:
- Fine al pianto: celebrate i miei funerali con una vittoria sugli austriaci - disse, e reclinato il capo si addorment in quel sogno di gloria.
La vittoria di Mestre fu veramente l'ultimo sogno di gloria per Venezia. Intorno alla infelice citt si strinse pi fiera la cintura di ferro e di fuoco.
Incominciava la penuria dei viveri: dileguava ogni speranza d'aiuto. Dalla Francia vaghe promesse: dall'Inghilterra consigli di desistere.
Nel febbraio del '49 prendeva la direzione del blocco il maresciallo Haynau, ferocissimo, che rinnovava a Venezia la leggendaria apostrofe di Attila.

Il Manin in quei terribili giorni provvedeva a tutto con la prudenza non mai scompagnata dall'energia, operava ratto e molteplice. Pensava alla difesa, tutelava l'ordine interno; con lettere piene di senno politico sollecitava l'aiuto delle nazioni amiche, e con la calda parola, col coraggio personale, con la mite franchezza imperava sulle intemperanze, sulle gelosie, sulle agitazioni.
Quella rivoluzione, non fu soltanto agitamento febbrile di popolo, ma rivendicazione di sacri diritti, ordinata da uomini, che non soltanto sapeano scrivere e parlare, ma dirigere onestamente e virilmente le cose politiche. Cos che se io considero i creatori e i reggitori severi di s forte governo, mi si presenta allo spirito la significazione che r antichit diede alla statua scolpita in Argo di Telesilla, poetessa, guerriera e salvatrice della patria. La quale statua, a dimostrare che valgono pi le cose delle parole, rappresentavala con un elmo in mano, intenta a mirarlo con compiacenza; e a' piedi alcuni volumi quasi negletti da lei, come piccola parte della sua gloria.
Quando il Piemonte rompeva di nuovo la guerra all'Austria, rifiorirono ancora le speranze, presto troncate dalla sconfitta di Novara, che parve il presagio della ruina di Venezia.
Il 2 aprile 1849, la veneta assemblea si riuniva nella sala del Maggior Consiglio. Le figure colossali dei vecchi dogi e dei guerrieri della Repubblica, dipinte sulle pareti, parevano pronte a trar la spada per difenderla ancora.
I rappresentanti del popolo, sparsi a crocchi per la sala, parlavano a voce concitata, sommessa, quando entrava Daniele Manin.
Ei procedeva non baldanzoso, ma sicuro; grave ma pacato. Un ardore melanconico brillava negli occhi suoi fissi. La sua voce avea strane virt, che comunicavano alla sua eloquenza una commozione profonda. Dopo aver detto della disfatta e dell'abdicazione di Carlo Alberto, parl cos:
- L'Assemblea vuol resistere al nemico? -
Tutti acclamando s'alzarono in piedi.
- Ad ogni costo?
- S, ad ogni costo.
- Badate, io vi imporr sacrifizi immensi - replicava il Manin.
- Li faremo - gridarono tutti. Dopo ci si votava la seguente parte:
"L'Assemblea dei rappresentanti dello stato di  Venezia, in nome di Dio e del Popolo, unanimemente decreta: Venezia resister all'austriaco ad ogni costo."
L'onta di mezzo secolo prima, con cui un altro Manin aveva macchiata Venezia, era veramente cancellata. Splendeva anco una volta glorioso il retaggio de' secoli, e dagli antichi dipinti della sala del Maggior Consiglio l'immensa moltitudine di valorosi pareva rispondesse orgogliosa ai nuovi accenti d'inclito ardimento.
Anche il popolo parve inebriato d'epico orgoglio. I ricchi portarono sull'altare della misera patria il loro oro: il popolo il suo obolo: le donne i loro gioielli.
Frattanto volendo gli austriaci porre fine alla impresa, riassunsero pi gagliardamente le offese, e la squadra imperiale si port nelle acque di Venezia, chiudendo le vie del mare, mal protette dalla debole e disordinata marineria veneta.
Dalla parte di terra si raccoglievano 30,000 uomini, che fecero piombare la terribile grandine del ferro e del fuoco sul fortilizio di Marghera, sentinella avanzata nella solitudine delle acque.
Venezia non era per preda esposta n facile, e non le mancavano e petti e braccia e ostinata virt di resistere.

Pochi soldati d'ogni parte d'Italia, forti di una costanza che avrebbe stupito in uomini per lunga disciplina esercitati nelle fatiche militari, comandati da prodi ufficiali, quali Ulloa, Cosenz, Mezzacapo, Sirtori, Rossaroll, Galateo, difesero Marghera per ventinove giorni continui di trincea aperta, fino a che il pi valido propugnacolo di Venezia, ridotto ad un mucchio di rovine, grondanti sangue, fu dovuto sgombrare. La difesa feroce si ritir sul ponte della strada ferrata, che unisce la citt alla terraferma. Qui l'artiglieria continu a fulminare di fronte con incredibile celerit il nemico.
Mentre lo strenuissimo Cesare Rossaroll, l'Argante della laguna, puntava i suoi cannoni, fu colpito da una granata. Sorretto fra le braccia del generale Pepe, nella convulsione dell'agonia, con la voce semispenta incitava i suoi a combattere senza posa per l'onore d'Italia.
Ma ogni d pi non l'anima, la speranza scemava.
Dopo la defezione scellerata del re di Napoli, dopo gl'irresoluti consigli del Granduca e le riluttanze del Papa, dopo Novara, dopo il riacquisto di Milano e la mostruosa repressione, di Brescia, anche Roma cadeva, e sulla misera Italia si stendeano nuovamente le ombre del servaggio.

Separata dal mondo, ultima e sacra cittadella della indipendenza italiana, resisteva ancora la citt creduta la pi mite, la pi tranquilla, la pi molle di tutta la penisola, la citt degli amori e dei diletti.
L'amor della patria compie di siffatti prodigi!
Ma gi a Venezia si faceva sentire acerba la penuria dei viveri, quando, il 29 luglio, cominciava furiosissimo il fuoco contro la citt.
Strisce di fuoco solcavano la notte serena: le palle fioccavano.
Il bombardamento continu senza tregua.
Si dovettero estinguere quaranta incendi: luoghi sacri per religione di memorie e per miracoli d'arte furono offesi. Gli abitanti di alcuni quartieri dovettero cercar rifugio nelle contrade pi lontane, verso San Marco. Fra tanto scompiglio non un mormorio d'impazienza, non un lamento, non una protesta iraconda, non una rissa, non un furto, non un delitto. Ma in tutti una temperanza, una bont, una nobilt di pensieri e di forme. Anzi, tra gli orrori della tragedia, scintillava alle volte l'arguto sorriso della commedia goldoniana. Fra cento scelgo un aneddoto.
Una notte le bombe cadevano frequenti nella contrada di San Felice. Giovani vigorosi, vecchi infermi,  donne semivestite, con bambini per la mano ed in collo, fuggivano senza litigare, senza piangere, senza darsi arie eroiche.
Una donna attempata correva trafelante sotto un enorme carico di fagotti e di arredi. Una delle fuggiasche la apostrof:
- Ohe! comare, saveu che s un bel tomo a cambiar de casa a sta ora! -
Per donne e sotto un pieno bombardamento (osservava uno dei gagliardi difensori di Venezia, il povero Fambri, che mi raccont l'aneddoto) non c' male davvero; per che fra tutte le specie di valore il coraggio allegro sia senza dubbio il pi bello e il pi utile.
Il calore della stagione s'era fatto intensissimo e un terribile morbo, il cholra, era penetrato a Venezia.
Ma nessuno parlava di resa, in nessuno scemava il coraggio.
E non era il coraggio del soldato, che muore tra le grida e l'esaltazione delle battaglie, tra l'ebbrezza della polvere e il fulgore degli acciari; ma il coraggio tranquillo, perseverante, paziente, di lunghi giorni, di lunghi mesi, il coraggio di un popolo che passava a traverso gli scoramenti silenziosi, le delusioni profonde, la fame, la pestilenza, senza  ormai la pi lontana speranza di aiuti, con la sicurezza di veder morire la patria e la libert, con la certezza che la fiera perduranza renderebbe pi crudele il nemico, pi inumani i patti della resa, ma sorretto da un'idea alta, radiosa, divina, la salvezza dell'onore italiano.
Quando la piet comandava di por fine al sacrifizio del popolo, quando la resistenza pi oltre protratta non avrebbe messo capo che a sperpero lacrimabile di sangue, Manin, convocata in piazza la guardia civica, con parole piene di pianto chiese se tutti avevano ancora fiducia in lui.
Tutti risposero - S, s. - Tutti piangevano. La esistenza di Venezia s'immedesimava ancora al palpito del cuore di Manin.
Poi, con voce fioca, il Dittatore soggiunse:
- Checch arrivi, dite: quest'uomo si  ingannato; non dite mai: quest'uomo ci ha ingannati. -
Tacque e sent il mancar della vita del naufrago, vinto dall'onda procellosa. Ritiratosi in palazzo, proruppe in pianto disperato e cadde a terra svenuto....
La citt era ridotta ai suoi termini estremi.
In un sol giorno i casi di cholra salirono a 402; cadevano in citt circa mille proiettili al giorno, se si consideri che 23,000 ne caddero dal 29 luglio al 22 agosto.

E Venezia, vuota di sangue e di denaro, avea fame.
Quando pi non eravi nutrimento per un giorno solo, il Manin ced alla fortuna del nemico, e trasmise la podest dittatoria al Municipio. S' trovata fra le carte del Manin questa nota, che esprime nella sua brevit tutta la grande angoscia di quel momento: Finito contemporaneamente viveri, polvere, denaro, speranze.
Venezia moriva nelle sue verdi acque. Il canto del poeta le suonava intorno:

Venezia! l'ultima
Ora  venuta;
Illustre martire
Tu sei perduta.
Il morbo infuria,
Il pan ci manca
Sul ponte sventola
Bandiera bianca.

Il sole che tramontava tra vapori di fuoco nella laguna muta, infondeva nella bellezza di Venezia quella intensa melanconia, quella lacrimante soavit che hanno le cose moribonde.
Il 24 agosto, il Municipio conchiuse con l'Austria la capitolazione. Duri patti ai vinti: sottomissione assoluta; occupazione immediata della citt, degli edifici pubblici, delle armi, dei materiali; uscita di tutti gli ufficiali e di tutti i soldati: quaranta cittadini condannati all'esilio.
Dopo tre giorni il Manin e il Tommaseo con gli altri proscritti lasciarono la citt eroica che per diciassette mesi avea nella sua anima raccolta tutta la maest dell'anima latina.

***

Signori!

Sono passati giusto cinquant'anni da quel tragico giorno. Oggi con la santa curiosit del passato interroghiamo quei tempi, che ahim! sembrano cos lontani, quegli uomini ancora viventi o morti da ieri.
Furono troppo idealisti gli uomini e non maturi i tempi e perci inutili e folli i sacrifiz, e vano il sangue profuso?
Chi della vita ha un nobile ed alto e onesto concetto non deve pensare cos.
Rievocando nelle penombre crepuscolari di questa nostra et quelle audacie magnanime, quale rampogna alla nuova Italia esce dai grandi cuori dei padri che nulla chiedevano alla patria, e come santo appare anche ci che dagli uomini positivi si usa chiamar rettorica quarantottesca!
S, rettorica quarantottesca, ma a questa rettorica s'infiammano i difensori di Venezia, i combattenti delle giornate di Milano e di Brescia; per essa gli stranieri ripassano le Alpi, con essa Garibaldi approda a Marsala e l'Italia si unisce tutta al Re, che il popolo amava e voleva.
Oggi ogni senso di patria poesia  distrutto dall'anarchia della cupidigia e della cosa pubblica fatta bottega di vanit, e i rtori eroici han dato luogo a un'altra specie di ignobili retori, quelli della pratica utilit, abili ricercatori del successo materiale, operosi di quel lavoro che converte l'anima in denaro.
Questa Italia che, secondo il concetto ideale del Mazzini, era destinata ad armonizzar cielo e terra, ahim! troppo guarda agl'interessi terreni. Respublica negotiosa come ai tempi della decadenza romana. E l'assenza di virt generose nella nostra generazione, credono alcuni che in molta parte dipenda da ci che la libert non abbia avuto una preparazione di sacrificio e di dolore. Certamente le rivoluzioni che, come il cristianesimo, non hanno per origine il martirio, non vincono e vincendo non si avvalorano nella purezza del sentimento e nella santa efficacia della virt. Ma non  vero che siano mancati l'angoscioso patire e il sacrificio acerbo a questa nostra patria. L'idea del nostro risorgimento balen sulla cima dei patiboli, sui campi di battaglia, sulle carceri, sugli esil. Da queste dure prove, da questi aspri dolori, sorge vivida ancora la speranza nel futuro e nel genio occulto d'Italia.
L'Italia non pu morire, n pu morir quella fede, che pur non rivelando i misteri dell'avvenire, ne avvalora le speranze. La luce dello spirito non ha occaso.
Signori! Sull'estrema vetta delle cose, vicino all'etere luminoso e inaccessibile si fa udire con nuovi accenti l'assioma eterno dell'ideale.
Ed  dappertutto diffuso uno spirito di vita, fatto di aspettazione ansiosa che si rivela alle anime con una voce, la quale dice che non basta solo pensare, ma sentire; non basta osservare soltanto, ma amare, e che la civilt per essere veramente perfetta deve essere illuminata dalla luce e riscaldata dal fuoco purificatore dell'ideale.


VOLONTARI E REGOLARI ALLA PRIMA GUERRA DELL'INDIPENDENZA ITALIANA.

CONFERENZA DI FORTUNATO MARAZZI.

 
 
 1.
 ESORDIO.
 
Per isvolgere il tema, che mi fu esibito da questa chiarissima Societ di pubbliche letture, io ho dovuto consultare libri e riprendere studi quasi messi da parte nell'affrettato viver dell'oggi.
Ma voi - toscani - avete una speciale ragione di illustrare il periodo storico del 1846-49, perch siete gli Ateniesi d'Italia, ed anche allora insegnaste come la gentilezza del vivere, l'arte, gli studi, mirabilmente si accoppiano alle armi, quando lo vuole la mente, quando l'esige la Patria.
Seguendo dappresso la vita de' nostri padri, nell'immortale periodo ora ricordato, si impara a comprenderli, ad amarli, anche nelle loro utopie, anche nei loro traviamenti.
Dicesi che un felice errore di calcolo abbia indotto  Cristoforo Colombo ad affrontare il "Mar tenebroso", e cos a scoprire l'America, e fu per certo una moltitudine di sante illusioni, fu l'ingenua ignoranza delle forze austriache, la fede, che intrecciava in un serto patria e religione, che indusse a considerar conciliabili tendenze forzatamente opposte, che spinse le genti italiane sui campi di Peschiera, di Pastrengo, di Santa Lucia, del Cadore, di Vicenza, di Governolo, di Curtatone, di Montanara, di Goito, di Custoza, di Milano, di Novara, e che insieme le fuse - maravigliando, scuotendo l'egoismo degli stranieri - nei memorabili assedi di Roma e di Venezia.


 2.
 ARMI E POLITICA.
 
Le istituzioni militari si adagiano sulle istituzioni politiche, ed allorch queste subitamente cambiano natura ed obbiettivi, quelle non hanno l'elasticit necessaria per corrispondere alle nuove esigenze.
Questa ragione risponde da s sola al perch tutti gli eserciti regolari dei vari stati d'Italia  esistenti nel '48, non corrisposero in modo perfetto alle nuovissime necessit della guerra, in un attimo apparsa inevitabile.
Come nebulosa subitamente radiante, la massa popolare cap che dovevasi fondare una Patria: in qual modo? per qual via? ci era confuso. L'armi, ovunque reclamate, a che tendevano? Alla sola cacciata dello straniero? Alla sola difesa locale? A porre in freno i regnanti, e le loro milizie assoldate?
L'Italia sarebbe stata federale, od unitaria? Nel consesso europeo chi l'avrebbe rappresentata? Quali rapporti si sarebbero fra stato e stato, fra il Piemonte, la Lombardia, ed il Veneto; fra queste regioni e tutte le altre terre italiane? Nessuno soffermavasi a queste domande; appariva l'armarsi un bisogno istintivo, e la guerra, che era nel sangue, indicava la via per tutto risolvere.
Questa era la coscienza delle moltitudini ma la disparit fra statuto e statuto, fra repubblica e monarchia, il contrasto fra gli intenti segreti ed i palesi, dovevano fatalmente influire sulla condotta dei singoli eserciti in guerra, e rendere dubbiosa l'azione del comando.
Guai se un generale  travolto nel gorgo di opposte correnti, se lo tormentano tendenze, che si  possono creder doveri inconciliabili, proprio quando uno solo dovrebbe essere il suo pensiero: vincere!
In tali contingenze, la storia di tutti i popoli registra sempre una disfatta.
Ove, nel '48 il pi semplice concetto militare avesse potuto prevalere sulla politica, noi avremmo avuto un solo esercito italiano, reclutato per regioni di nascita, e distinto in tanti corpi quanti erano gli Stati d'allora. Tale esercito sarebbesi dato un capo effettivo unico, avrebbe seguito un piano concertato in tempo ed imposto a tutti i comandanti: la sua prima linea sarebbesi costituita con tutti i soldati regolari; i volontari, accorsi ai depositi de' reggimenti ed ivi ordinati, ammaestrati, armati, avrebbero poi composto la seconda, da inviarsi a suo tempo in rinforzo della primiera.
Si sarebbe cos raccolto, verso i 10 di maggio un esercito razionale di 100,000 soldati, riuniti nella pi conveniente delle localit, ed in condizione di ricevere potenti rinforzi, contro il quale gli austriaci non avrebbero potuto opporre che 44,000 uomini nel quadrilatero, e 14 o 15,000 nel Friuli.
In queste condizioni come non vincere?
Ma poich all'unit d'Italia volevasi giungere per vie diverse e per diversi fini politici, cos noi vediamo gli eserciti di uno stesso paese agire semplicemente come alleati momentanei, e non scevri di mutui sospetti; vediamo, sotto uno scopo reso dalla sua stessa grandiosit quasi romantico, agitarsi la politica minuscola degli staterelli, de' potentati, in diffidenza fra di loro.
Mentre le milizie regolari sembrano la rappresentanza del passato, o per lo meno del principio conservatore, le milizie volontarie, abbandonate al proprio impulso, si credono l'unica emanazione armata del popolo e mirano all'avvenire, che per loro suona repubblica!
Ed a guisa di cuneo, fra questi due organismi, si sviluppa la Civica, controaltare al primo, freno al secondo.
Cos tre forze, che dovrebbero essere concomitanti diventano divergenti, ed agli immani sacrifici d'energia e di sangue, non corrispondono i risultati guerreschi.
Tempo  per che le forze in parola sieno rapidamente passate in rassegna.



 3.
 FORZE DEL PIEMONTE.
 
L'esercito piemontese avrebbe dovuto avere in pace 53,000 soldati, con 6000 cavalli, ed in guerra 170,000 soldati con 12,000 cavalli; ma  noto come in ogni tempo la logismografia cartacea sia una cosa e la realt dei fatti un'altra.
Il suo reclutamento era regionale, le ferme sotto le armi brevissime, e da queste due istituzioni era uscita una truppa ottima, e quale io mi augurerei di dover comandare in guerra.
Le uniformi, e starei per dire, il pensiero de' soldati piemontesi traluce mirabilmente da quelle quattro statue, che attorniano il monumento di Carlo Alberto in Torino.
Erano uomini a forti tratti, di ferrea disciplina, devoti al re, schiavi del dovere: un Napoleone li avrebbe condotti in colonne serrate alla conquista d'Europa. Emergevano per la precisione de' movimenti: gi popolari erano i bersaglieri, famosa l'artiglieria, buona la cavalleria, ed audace, ma  non sempre adatta alle ricognizioni ed al combattere nelle rotte campagne del Veronese.
La scienza concentravasi nelle armi dotte, la carriera degli ufficiali era costretta nelle rigide parallele dell'anzianit, lo che distoglieva i giovani dagli stud militari.
Era vanto ed orgoglio delle famiglie aristocratiche dedicare i figli all'esercito, che era l'idolo del paese.
I capi esigevano, imponevano, quell'assoluta obbedienza che si piega e non discute: quasi tutti avevano idee ultraconservatrici, e miravano con sospetto i tempi nuovi.
La guerra li trov impreparati alle grandi concezioni, ad avvalersi di molte truppe e dei Corpi di volontari.
Faceva difetto il servizio logistico, l'arte cio di far muovere tutto l'esercito, di mantenerlo in buon assetto, di nutrirlo, di condurlo in favorevoli condizioni fisiche e morali sul campo della lotta. I grossi appalti coi fornitori fecero pessima prova: alla vigilia del combattimento di Goito una divisione non mangi, ai primi rovesci gli impiegati delle sussistenze disertarono.
I piani di guerra non potevano, per quanto abbiam detto, erompere dalla mente dei generali, e  maturavano con lentezza, pi per imposizione degli eventi, che per volont del comando. - Ci spiega perch nel Quadrilatero si ebbero tante battaglie sanguinose e nessuna decisiva, essendo solo attributo de' grandi capitani riconoscere il nemico con numerose scaramuccie ed annientarlo in pochi urti risolutivi.
In complesso, nel magnifico esercito piemontese del 1848-49, si riscontrano quelle virt guerresche che rendono i battaglioni caparbi nel volere, resistenti alla sventura, tetragoni sotto le raffiche della mitraglia: ma in esso non iscocca quella scintilla del genio avida di iniziativa, di responsabilit personale, che attraverso alle tempeste di sangue crea non solo gli eroi, ma altres i vincitori.
Comunque, esso fu il pi possente argomento dell'indipendenza italiana, e noi alla sua memoria ci inchiniamo riverenti; se ebbe difetti, questi pi che essere intrinseci furono attribuibili ai tempi, all'indirizzo educativo, alla secolare politica piemontese, per cui fu credenza che in qualsiasi evento l'esercito avrebbe combattuto al fianco di un altro pi numeroso e pi forte, ed al quale sarebbe naturalmente spettata la condotta strategica della guerra.



 4.
 FORZE DEL REGNO DELLE DUE SICILIE.
 
Quanto faceva difetto nelle sfere del comando delle truppe piemontesi non sarebbe forse stato impossibile ritrovarlo nell'esercito napoletano, se, pari all'ingegno, alla spigliatezza naturale, fossero state in esso tutte le altre virt militari.
La parte migliore dell'esercito napoletano (che per numero avrebbe dovuto essere il pi ragguardevole della Penisola) era costituita dagli ufficiali uscenti dalla Scuola dell'Annunziatella. Ivi in un col sapere vi avevano assorbite le idee liberali, in contrasto colle idee egoistiche e ristrette del Principe.
La truppa usciva in gran parte da famiglie facenti un sol tutto coll'esercito, abituate ai favori, ai sussidi governativi: vivevano tali famiglie appartate dalla nazione, e solitamente in locali prossimi alle caserme.
I soldati erano adunque come accampati in mezzo ad una popolazione buona, ma facilmente infiammabile, erano ligi al padrone, ed insolenti coi liberali. Il Principe se ne serviva, ma tenevali in poca considerazione, e prediligeva i quattro reggimenti svizzeri, assoldati a guisa di pretoriani.
Malgrado tutto ci,  fuor di dubbio che le forze stanziali del napoletano avrebbero potuto esercitare un'influenza decisiva sui campi del Lombardo-Veneto: nella marcia attraverso l'Italia si comportarono bene, ed i capi, valorosi ed intelligenti, le avrebbero ben presto agguerrite ove gli eventi si fossero svolti a seconda.
Le reclute del mezzogiorno assorbono con facilit l'ambiente che le circonda, son facili all'entusiasmo, e noi dobbiamo certamente concludere che pi funesto dell'enciclica papale fu, per la causa italiana, il richiamo nel Regno di Napoli delle truppe del generale Pepe, sebbene una cosa sia stata conseguenza dell'altra.
La nobile condotta del Pepe e di moltissimi ufficiali suoi, la bella difesa di Venezia, rafforzano a tal riguardo i nostri convincimenti.



 5.
 FORZE DELLO STATO ROMANO.
 
Gli Stati della Chiesa avevano una forza militare di 17,000 uomini, di cui 3/4 indigeni (cos almeno si chiamavano) ed il resto svizzeri.
Era una truppa screditata pi che non lo meritasse: buoni i reggimenti svizzeri, privilegiati di paga e di vestimenta, buoni alcuni ufficiali provenienti da eserciti forestieri.
Il contrasto fra preti e guerrieri faceva s che dir soldato del papa suonasse ingiuria, e che alcune circostanze tipiche contribuissero a menomare il prestigio dell'esercito pontificio.
Qual concetto potevasi, ad esempio, avere di certe batterie di cannoni entranti in Bologna ricche pi di trombettieri che di artiglieri, quasich non le mura di Verona, ma quelle di Gerico, si fosser dovute espugnare?
Come aver fiducia in colonnelli che preferivano e vollero il fucile a pietra focaia, anzich quello a percussione, con tante difficolt fatto arrivare dalla Francia?

Le forze romane furono ripartite in due schiere divisioni. Il generale Durando avoca le truppe regolari, il Ferrari le volontarie: cos perpetuavasi l'errore di non fondere insieme elementi dei quali l'uno avrebbe servito di correttivo all'altro.
Il Durando ed il Ferrari avevano buone qualit come soldati, ma questi, sottoposto a quello, mal ne soffriva la dipendenza; e la politica, che gi impediva un razionale ordinamento disciplinare, non tard a perturbare ogni concetto di tattica e di strategia.


 6.
 FORZE DELLA TOSCANA E DEGLI STATI MINORI.
 
Usa a blando governo, la Toscana sino dal 1790 scioglieva il proprio esercito.
Parve in Firenze che il sapere, le lettere, l'opulenza, i commerci, bastassero alla sicurezza dello Stato, e che, avuta una gendarmeria, ogni altra forza armata fosse superflua.
S; fu l'Austria (oh degli eventi antiveder bugiardo!) che impose alla Casa di Lorena di tenere 6000 ausiliari, perch non fosse turbato l'equilibrio italico.
L'Austria mirava con ci a costituirsi una specie di avanguardia nella Penisola, avanguardia che la Toscana seppe ridurre a 4000 nomini, tratti da clementi spuri e dal discolato.
Avevansi armi a pietra focaia ed a percussione. Eppure, da cos misera matrice, il soffio d'una potente idealit trasse parte di quei soldati, che dovevano nobilmente morire per la patria.
Ai primi sintomi della guerra, mentre il Granduca vi scorgeva una buona occasione per arrotondare i suoi domini a spese del Parmigiano e del Modenese, ed adunava a tale intento le sue truppe, nella giovent toscana facevasi manifesta la necessit di ricorrere alle armi, per uno scopo ben pi vasto e pi degno.
Da ci la costituzione di quei battaglioni volontari che immortalarono i campi di Curtatone e Montanara, malgrado tutte le moine fatte dal Governo per indurre i giovani a pi miti consigli, e a non abbandonare gli studi e le comodit della vita cittadina.
Il primo duce delle schiere toscane fu il generale D'Arco Ferrari, opportunamente sostituito in seguito dal De Laugier.  Sul principio del '48 l'esercito Estense, era in ragione dei tempi e dell'ampiezza del modenese, molto forte: componevasi di 2400 uomini, soldati di professione, privilegiati e sostegno principale del Duca.
Cambiato governo, sciolto l'esercito, il modenese invi un battaglione di volontari sul Po, sotto il comando del maggior Ludovico Fontana, che si diport assai bene a Governolo.
Da Parma e Piacenza part un battaglione di circa 1000 uomini, comandato da Francesco Pettinati, che in unione all'esercito piemontese combatt con molta lode verso Verona.


 7.
 LA GUARDIA CIVICA.
 
La guardia civica, portato dell'epoca, rispondeva all'eco lontana della rivoluzione francese: parea in essa rivivesse l'antico comune italiano uso a sorgere in armi, coronando di guerrieri gli spalti cittadini, al primo apparire dell'oste nemica.
Cosicch gli statuti la reclamarono come il palladio delle libert cittadine, come un contrapposto delle truppe stanziali che, devote al principe, poco affidavano in caso di meditati conflitti.
Ma il medio evo era passato, l'assetto abituale dei popoli non era pi la guerra, n l'odio perenne pel vicino. Le battaglie non erano pi lotte fra citt e citt, ma fra nazione e nazione, ed una milizia legata al patrio focolare, usa alle lusinghe cittadine, non poteva essere truppa da grossa guerra.
Ne di ci fu tardo ad avvedersi il popolo, che nelle satire lepide e pungenti, nelle umoristiche illustrazioni dell'epoca, lasci traccia del suo pensiero e della sua limitata fiducia nella guardia civica: gli stessi poeti ne trassero argomento di facezie rimate.
Vi furono episodi onorevolissimi e pugne nelle quali la Civica lasci bella fama, ma nel complesso manc la proporzione tra l'enorme suo sviluppo ed 1 risultati che se ne ottennero, e sarebbe stato ottimo provvedimento concentrare le armi ed il denaro, per essa prodigato, nelle schiere realmente combattenti e di prima linea.


 8.
 I VOLONTARI.
 
Il volontariato personifica il movimento civico-guerresco del 48-49.
In esso si rispecchiano tutte le idee dell'epoca, tutta la poesia popolare: in esso si concentrano ed armonizzano le pi disparate esigenze. Si giunge cos ad una istituzione militare, che risponde perfettamente al novo ambiente politico, ma che  manchevole di quelle doti che formano il soldato delle battaglie formali e di pianura. Se si fossero fuse le schiere volontarie colle regolari, sarebbesi ottenuto quanto occorreva nel '48.
Il volontario di quel tempo ha una fiducia illimitata nella bont della propria causa, nella potenza de' suoi mezzi, ne' suoi principi infallibili, ed ai quali non intende minimamente di rinunziare.
E poich le masse uniformemente pensanti si fanno colle oneste transazioni e non col puntiglio; poich la desiderata fusione non potevasi ottenere, invece di una sola schiera compatta si hanno le legioni, i corpi franchi, le guerriglie, le crociate, le compagnie, le colonne mobili, distinte per nomi, per tendenze politiche e religiose, per regioni, per studi, per armi. Si vuole persino che la foggia del vestire appalesi il movente di chi l'adotta: i repubblicani, i federali, hanno cappelli a larghe falde, e pellegrine a pieghe esuberanti; i pi temperati imitano le uniformi delle truppe regolari, i neo-guelfi hanno per segno esteriore la croce.
Vedete, - a riprova del nostro asserto primitivo - divisioni e suddivisioni politiche che s'infiltrano e corrompono, anche nei pi minuti particolari, l'unit semplice e precisa del concetto militare?
Caratteristica dei Corpi volontari, di questa improvvisazione di guerra,  la sproporzione fra la grandezza del fine e la povert del mezzo.
Ritornavamo ai tempi di Pier l'Eremita e di Giovanna d'Arco! Non solo i giovani lasciavan la casa nativa, ma quanti uomini, avessero o no famiglia, e sentissero nel cuore la patria. Si accorreva al campo uscendo dal teatro, dopo un festino, in seguito ad un convegno galante, e senza previdenza alcuna; uno stocco, un ferro arrugginito sembrava arma pi che bastevole per la guerra santa, voluta da Dio.... E d'altronde dov' lo straniero? Esso fugge.... deve fuggire ovunque! Ogni scontro  naturalmente una vittoria italiana, tuoni il cannone di Mantova e noi risponderemo: "viva Pio nono!" Questo era il '48.
I sacerdoti si addestrano all'armi sugli spianati, gli studenti formano i battaglioni, i maestri si fan condottieri, le gentildonne arruolano armati.
Ovunque  fanatismo e delirio, rullo di tamburo e squillo di campane; ovunque  una massa proteiforme di colori, di forze, d'intenti, di voleri; ma se dal tutto erompe il carme della indipendenza, manca il preciso concetto dell'unit manca il genio pensoso, che impugni una bandiera, che, piuma al vento, trascini la moltitudine serrata, estasiata, volente, sui campi della morte e della vittoria.... No, - erriamo - quel genio poteva essere Carlo Alberto: gli eventi non lo consentirono.
Per la maggior parte de' volontari battersi voleva dire appostarsi ad un albero e far fuoco contro i croati, necessariamente obbligati a porsi in salvo: essi accorrendo alla guerra si eran votati pi all'immediato sacrificio della vita, che ai disagi di una lunga campagna: volevano esser soldati, ma disconoscevano la disciplina, le afe della pianura veneta, le inerzie forzate del campo li sfibravano  e ne inasprivano il carattere. Ognuno di essi ha un piano proprio, infallibile, per debellare Verona, per salvare Treviso e Vicenza, per sorprendere Radetzky, e gridano contro il proprio generale che nulla sa, nulla comprende di cos semplici concetti.
Le truppe volontarie riescono quindi truppe di slancio, non di resistenza; una mente superiore avrebbe a loro assegnato i pi colti ed arditi ufficiali, i migliori sergenti e caporali, invece furono abbandonati a loro stessi miseramente od a capi molte volte strambi, inetti, millantatori, e fu ancora ventura emergessero, fra tante ragioni di sfacimento, splendide individualit, quali un Calvi ed un Manara.


 9.
 IL NEMICO.
 
Verso i 15 di marzo '48, erano in Italia 70,000 soldati dell'impero divisi in due corpi d'armata, il primo col comando a Milano, il secondo a Padova.
Duce di questo esercito solido, ma disseminato nelle varie citt del Lombardo-Veneto, oltre il Po e sulla frontiera del Ticino, era il Radetzky, maresciallo  energico, buon comandante di truppe, feroce repressore di rivolte popolari. Aveva 81 anni.
Un terzo de' soldati imperiali erano italiani, e 20,000 di questi, cio quasi tutti, si allontanarono a tempo opportuno dalle insegne imperiali in un con 200 ufficiali de' nostri.
Era questa una massa organica di veri soldati, che avrebbe potuto inquadrare le nuove reclute nazionali; necessitava perci rapidit e mano di ferro, invece le continue incertezze, sia de' governi locali, sia della repubblica veneta, mutarono quella forza in elemento di disordine, che fu mestieri sopprimere, sciogliendo d'ogni obbligo militare gli Italiani, gi soldati dell'Austria.
I generali austriaci non avevano una esatta idea della tempesta che sorda ruggiva. Il moto popolare era gi iniziato in tutte le citt italiane, ed essi credevano d'essere ai giorni in cui Silvio Pellico passeggiava per le vie di Milano, credevano cio che non fossero se non pochi congiurati delle classi alte, che tramassero a' danni di Casa d'Austria. Le forche, e le mude dello Spielberg, avevano invece compiuta la loro silente propaganda nell'intelletto delle moltitudini.



 10.
 LE CINQUE GIORNATE DI MILANO.
 
Nei primi mesi del '48 l'urto fra Milanesi ed Austriaci era latente.
La guerra al lotto, ai sigari, le zuffe che da ci trassero pretesto, dettero vampa agli spiriti, e separarono sempre pi i cittadini dall'elemento militare.
La rivoluzione di Vienna - 15 marzo - precipit gli eventi, ed il 18 marzo fu il primo delle cinque gloriose giornate.
Il comando militare, pessimamente servito dalla polizia, immaginavasi che la ribellione fosse appena concepita quando era gi in armi; teneva d'occhio certi presunti capi, e non si accorgeva che l'intesa fra ribelli e ribelli era originata, senza bisogno di intermediari, dalla comunanza degli intenti, e dall'odio verso lo straniero. La debolezza del Governatore, il suo disaccordo col Maresciallo, l'eroismo del popolo, fecero il resto.
L'insorgere di una grande citt ha questo di  speciale: per esser terribile non ha bisogno di una complicata direzione centrale, basta sia contemporaneo. Quando in un dato momento tutte le strade si sbarrano, tutte le case si chiudono e dalle finestre, dai terrazzi, dai tetti, precipita ogni oggetto che capita sotto le mani, una truppa o vi rimane inerte e come prigioniera, od  costretta a ritirarsi.
Milano prestatasi egregiamente alla ribellione nelle circostanze del '48, e colle armi da fuoco allora in uso. Fra un fucile da soldato ed un fucile da caccia la differenza, in quanto a micidialit, era in quel tempo infinitamente minore di quanto oggi non sia.
Le vie anguste e tortuose annullavano il vantaggio delle lunghe gittate, ed una grandine di sassi e di tegole aveva lo stesso effetto d'una salva di fucileria. Le artiglierie da campo erano pressoch impotenti contro i muri delle case: la mitraglia non aveva campo per istendersi a ventaglio.
I "bastioni" erti una diecina di metri sul piano della citt si riunivano al Castello, vasta e potente costruzione militare.
Interposto, fra i bastioni e la parte centrale della citt, correva il Naviglio, di guisa che per giungere dalla cinta al Duomo, al Broletto, a Monte  Napoleone ecc., occorreva attraversare i ponti, oltre i quali le vie anguste e tortuose eran proprie ad energiche difese locali.
Radetzky, stabilito al Castello e padrone de' bastioni, era nella situazione d'un assediante alla sua volta assediato dalle insorte campagne. Per tenere in rispetto la citt aveva 13,000 fanti, 1000 cavalieri, 30 cannoni, ed a mala pena Milano vi poteva opporre un migliaio di fucili, la maggior parte da caccia. Basta l'accennare a queste cifre, per capire come la lotta sarebbe stata impossibile senza le sopra accennate circostanze.
In pochi giorni il popolo eresse 1651 barricate; cos il centro della citt fu tosto separato dai bastioni, le caserme e gli edifizi pubblici circuiti dagl'insorti.
Radetzky suppone che nel Broletto si annidi il Comitato dirigente de' rivoltosi, e fa bersaglio ai cannoni il Broletto: opera vana, i congiurati non sono in un punto, sono ovunque, e la rivolta agisce di proprio impulso, senza direzione.
Le truppe come avanzare? Le barricate otturano tutte le vie, pi se ne atterrano e pi ne risorgono; tutto un popolo furente fa arma d'ogni oggetto, fa proiettili d'ogni materia. I rivoltosi cominciano ad avvedersi che gli austriaci sono paralizzati,  la loro fiducia cresce a mille doppi, e dopo la bella resistenza ai Voltoni di Porta Nuova, dovuta principalmente al gentile e valoroso Manara, tutti confidano nella vittoria.
Parte degli austriaci era rimasta bloccata nelle caserme: il maresciallo la chiam al Castello colle relative famiglie e cogli impiegati. Ci ebbe l'aspetto di una ritirata, e rilev le sorti della rivoluzione, le cui forze cominciavano ad avere forme organiche e capi effettivi, mentre un embrione di governo formavasi nel palazzo Borromeo.
Una delle ragioni del richiamo delle truppe austriache dal centro della citt alla periferia si era il disegno di bombardarla, disegno sbollito poi per molte considerazioni, e specie per l'esiguit dei mezzi.
Ormai il popolo di Milano, al quale il Conte Martini di Crema aveva riportato le parole di Carlo Alberto, passa all'offensiva, attacca la caserma del Genio, apre le porte ai soccorsi della provincia.
Cos il maresciallo, malgrado i tenui soccorsi pervenutigli, si decide alla ritirata oltre l'Adda. Tal ritirata, che somigli ad una fuga, sarebbe forse stata consigliata egualmente da altri eventi esteriori, quali il sollevamento del Veneto ed i  fatti di Vienna, ma essa fu resa improrogabile, fu imposta dall'invitto popolo di Milano.
Le perdite de' milanesi salirono a 1000 uomini tra morti e feriti; 600 soldati perdettero gli imperiali, che nel frettoloso abbandono del Castello dovettero rinunziare al trasporto d'armi, di munizioni, e a parte del tesoro di guerra.


 11.
 IL PRIMO ERRORE.
 
Ed ora dobbiam registrare gli errori nostri. Una citt poteva per lo passato, come Firenze ai tempi di Pier Capponi, come Palermo ai tempi dei Vespri, come Genova ai tempi del Balilla, e pu forse ancora al presente, in particolarissimi casi, cacciare una truppa fuori delle proprie mura, ma non pu improvvisare gli arti necessari per compiere coll'inseguimento la rotta del nemico.
A chi spettava questo cmpito? All'esercito piemontese! Perch non lo esegu? Perch si erano create diffidenze funeste, perch oltre il Ticino non si intu la situazione, e non si poteva intuire:  perch la politica interna, le elezioni, il cambiamento del ministero assorbivano le menti.
Il 23 marzo Radetzky versava in critica situazione, fuggito da Milano procedeva taciturno verso il Veneto in mezzo a soldati, ad impiegati civili, a feriti stanchi ed esausti; nella sua ira impotente aveva incendiato Melegnano. - Bergamo, Como, Brescia, Cremona insorgono.
Il 22 marzo Venezia proclamavasi indipendente; Udine, Treviso, tutto il Veneto orientale comprese le fortezze di Osoppo e Palmanova ne seguono l'esempio.
Per poco che s'attenda, anche Verona, anche Mantova si scuote, e la rivoluzione avvolge nel suo turbino il debole corpo austriaco. E Carlo Alberto, che ci prevedeva sino dal 20 marzo, voleva "volare" in soccorso de' milanesi, proprio quando il nuovo ministro della guerra chiedeva dieci giorni di tempo per completare gli armamenti.
Era effettuabile il desiderio del Re? S! Gi dal 3 febbraio stavano sotto le armi tutti i nati del 1825, 1826 e 1827 ed in parte quelli del 1823 e del 1824: 40,000 soldati erano cos ai reggimenti e la forza di una Divisione di guerra trovavasi in gran parte sul Ticino.
Un ardito capitano avrebbe subito compreso che per assicurare e compiere la vittoria dei milanesi non bisognava rafforzare l'esercito, ma muoverlo immediatamente: pochi battaglioni piemontesi congiunti ai ribelli della Lombardia, ai soldati che avevano abbandonate le insegne austriache potevano raggiungere e distruggere l'esercito di Radetzky, il cui nucleo principale sino ai primi di aprile, condusse al di qua del Mincio vita randagia e perigliosa.


 12.
 SITUAZIONE DEGLI ESERCITI NELLA SECONDA QUINDICINA DI APRILE.
 
Fallita la possibilit di schiacciare l'esercito austriaco scarso di combattenti ed in piena fuga, innanzi alle popolazioni italiane, noi troviamo al 20 aprile le forze belligeranti cos situate:
Nel quadrilatero sta Radetzky con 44,000 soldati: lungo il Mincio ed il Po si stendono 68,000 italiani ai quali si possono immediatamente aggiungere circa 12,000 volontari, ed avere con ci in linea 80,000 uomini.
Gli austriaci sono nella situazione morale di un  esercito battuto, sono uniti all'Impero per la sola via dei monti, hanno viveri limitati, a loro d'intorno stanno popolazioni ostili: gli italiani, forti per numero e per buoni successi, vivono tuttora nel periodo dell'entusiasmo e della fiducia.
Le forze alleate sono cos disposte: 53,000 piemontesi, con pochi volontari parmensi e napoletani e con 88 cannoni, fra Goito e Peschiera: 7000 regolari e volontari toscani, con pochi napoletani, tra Castellucchio, Curtatone e Montanara; 1100 modenesi a Governolo; 6500 pontifici regolari con 12 cannoni ad Ostiglia (generale Durando), 9000 a Bologna.
Dietro questa prima linea stanno 2 o 3000 volontari a Bergamo e a Brescia, in tutte le citt italiane si costituisce la Civica.
In Piemonte si completa l'esercito di prima linea, i quarti ed i quinti battaglioni: verso Ancona 15,000 napoletani sono in marcia, ma su di loro si pu fare assegnamento soltanto dopo il 20 maggio. Tutte le citt del Veneto, dal bacino del Brenta a quello del Tagliamento, sono ingombre di crociati, di bande armate, di comitati di difesa, non aventi fra loro nesso veruno, ma che nel loro complesso non possono non preoccupare il Nugent, generale austriaco, che dall'Isonzo mira a  congiungersi col Radetzky. Se quindi fosse bastata la forza del numero, la sorte doveva sorridere all'Italia; sventuratamente mancavano ai nostri ben altri fattori di vittoria.
Da ogni parte sorgeva chi voleva comandare: dai vecchi avanzi napoleonici agli imberbi universitari tutti avevano il recipe per vincere.
I primi successi, aventi del miracoloso, esaltavano le menti, nessuno credeva possibile una riscossa del nemico, ferito nei suoi stessi domini dalla rivoluzione, e quindi provvedevasi alla guerra, scontando tra feste patriottiche le future vittorie.
I servizi amministrativi erano manchevoli e difettosi, le armi scarse e di vario modello, pessima la impresa dei viveri, nulle le previdenze in fatto d'ospedali, di rifornimenti ecc., ecc.
Bisognava scegliere fra battere il Radetzky nel quadrilatero ed il Nugent, che dall'Isonzo muoveva verso l'Adige. Nel primo caso tutti gli eserciti confederati nostri dovevano concentrarsi fra Goito e Peschiera e poi puntare sopra Verona; nel secondo tutte le forze italiane radunate fra Governolo e Ferrara avrebbero "girato il quadrilatero" e fatto massa verso il Brenta.
In quest'ultima ipotesi Venezia e le marine confederate del Piemonte e di Napoli avrebbero rifornito l'esercito nazionale, le fortezze venivan cos prese di rovescio, e Radetzky disgiunto dall'esercito di soccorso.
Come spiegare l'essere le forze italiane disseminate su tanta vastit di territorio e la loro azione slegata, se non collo spettro d'una politica obliqua che inquinava le operazioni militari? Re Carlo Alberto era duce di nome e non di fatto, a Milano ed a Venezia si temeva l'annessione al Piemonte e volevasi la Repubblica; ogni staterello comprendeva la cacciata dell'Austria, come ora si comprende la cacciata del Turco, e cio all'intento di arrotondare i propri domini: ogni esercito faceva quindi casa a se, non voleva abbandonare il legame politico ed amministrativo colla propria regione, dalla quale riceveva ordini diretti. Per far massa bisognava amalgamare i volontari coi soldati di ferma, i capi rivoluzionari coi generali e questo assolutamente non volevasi da nessuna parte.
Sono, come vedete, sempre le stesse cause, sempre le stesse ragioni, che producono le stesse conseguenze che permettono a Radetzky di raggiungere il quadrilatero, di soggiornarvi, e di risortirne poi terribile castigatore delle colpe nostre.



 13.
 AZIONE OFFENSIVA DEL PIEMONTE.
 
Il Piemonte comprese ben presto che per attrarre a se le forze degli alleati gli occorreva il prestigio di rapide vittorie, ma tutta la sua azione militare, splendida nella parte esecutiva,  manchevole nel concetto. L'avanguardia composta della brigata Bes doveva avere una sola missione: riunire le forze sparse della Lombardia, raggiungere il nemico in rotta, completarne la disfatta, ed in ogni evento informare il grosso dell'esercito sulla situazione del nemico. Non si trattava che di "volare." secondo il felice intuito del magnanimo Carlo Alberto, attraverso un paese amico: eppure al 1 aprile il Bes  ancora a Brescia!
La prima idea strategica attribuita al generale Bava  questa: Prendere Mantova e poi Verona, (4 aprile. Consiglio di guerra tenuto a Cremona), ma passato il Mincio vien deciso di sorprendere anzitutto Peschiera, ritenuta opportuna per far cadere Verona: se non che l'impresa di Peschiera andando per le lunghe si ritorna al concetto d'impossessarsi di Mantova, e, tal disegno sfumato, vien decisa una grande azione contro Verona.
 pur troppo vero che a questi rapidi cambiamenti di scena contribuiscono i clamori delle popolazioni, la politica estera, le pretese de' vari stati, ma che ne nasce da questo? battaglie senza scopi, sacrifizi senza ragione.
Gli scontri sotto Mantova (19 aprile), gloriosi per le truppe, non hanno alcun risultato.
Il brillante assedio di Peschiera rest un episodio isolato, senza importanza sulla condotta della guerra.
Pastrengo segn una vittoria splendidissima, nella quale rifulse il valore personale del Re, ma non fu completata e nulla decise.
La giornata di Santa Lucia (6 maggio) mise in mostra tutto il valore soldatesco dell'esercito, i battaglioni furon visti marciare allineati sotto il fuoco nutrito de' nemici militi, colonnelli, generali vi versarono sangue a fiotti e perch? Per uno scopo di ricognizione, con un piano mutato e rimutato, di cui nessuno ebbe la paternit esclusiva, e per riedere poi ai primitivi accampamenti, per rifocillarsi. Gli impresari avevan l'obbligo di portare i viveri soltanto sino al Mincio!



 14.
 LA SCONFITTA DEL VENETO.
 
Se non che, mentre il martello piemontese batteva qua e l l'incudine del quadrilatero, il Nugent attraversava il Veneto.
Questa regione, che mezzo secolo prima era stata il teatro delle gesta fulminee di Napoleone, parve ripiombata nel medio evo! Venezia aveva rialzato il vessillo di San Marco: ogni citt, ogni comune pretese farsi centro della difesa italica, sembr ritornata in onore la guerra di campanile. I crociati giuravano di morire sul recinto dell'avito comune, il popolo chiamava i vescovi a benedire le barricate.
Fra errori, colpe e deliri rifulge isolata e magnifica la difesa del Cadore, affidata dal Manin al capitano Calvi, e dove i montanari nostri, imperterriti, con ogni possa si opposero all'invasione. Al trinceamento di Chiapuzza colle forche, cogli spiedi, coi tridenti, quei prodi combattono; le donne seguono in battaglia i mariti, i figli, e vincono. Ad Ospitale la difesa  tenace, al Passo della morte si ruzzolan gi pei dirupi massi di pietre, che pongono in fuga i nemici, a Rucorvo, a Rivalgo (28 maggio) le resistenze son decisive e fortunate. Dalle miniere di Auronzo si traeva il piombo, dalle cantine il salnitro, da ogni ferro un'arma, da ogni essere un combattente.
Fa bene all'anima il ricordare questi fatti, che potrebbero nell'avvenire ripetersi, e che ci danno un'idea di quanto possiamo sperare dalle Alpi organizzate a difesa.
Ma il precipitar della valanga era nel '48 fatale. Le discordie e la gelosia fra i generali Durando e Ferrari dell'esercito pontificio, la nessuna unit di concetti fra questi, la legione francese del generale Antonino, la brigata del Guidotti, che disperato corse incontro a certa morte, le forze del generale Alberto La Marmora (il quale ultimo agiva in nome del governo Veneto) fecero s che la difesa del Brenta, affidata a 18,000 uomini, (corpi franchi, guardie civiche e volontari) non fosse, malgrado alcuni fatti isolati e di positivo valore, che una serie di errori militari. Cos l'esercito di soccorso austriaco sotto il nuovo comandante Thurn (stante una malattia sopravvenuta al Nugent) passato con facilit l'Isonzo, il Tagliamento, la Piave, e sollecitato dal Radetzky, seguiva la sua marcia verso Verona, ed il 22 maggio, a San Bonifazio, riunivasi alle forze del Maresciallo.


 15.
 LE SUCCESSIVE OFFESE AUSTRIACHE.
 
Ottenuta la congiunzione delle proprie forze, il Radetzky eseguisce, a sua volta, quella manovra per linee interne che avrebbero dovuta eseguire ai suoi danni gl'italiani, se la loro condotta fosse stata guidata da una mente unica e militare.
Egli  ora nella possibilit di appoggiar sempre le spalle alle mura della turrita Verona, e con colpi vigorosi battere separatamente le tre masse che lo contornano, e cio i piemontesi, tra Peschiera e Goito; i toscani sotto Mantova; i pontifici a Vicenza.  la lotta del cignale che sbuca dalla tana contro i veltri che l'hanno scovato.
Il generale Thurn ha la missione di battere i romani riguardati come la massa pi debole: donde la prima battaglia di Vicenza (24 maggio) nella quale il generale Durando obbliga alla ritirata 20,000 austriaci.

Fu questa una vittoria insperata, che le solite diffidenze politiche resero sterile. Il Durando aveva il dovere di inseguire il nemico, e di penetrare nel quadrilatero, per congiungersi o coi toscani, o coi piemontesi, oppure, prendere il maresciallo Radetzky fra due fuochi. Cedette invece alle pressioni municipali, anzich al volere di Carlo Alberto, e con ci malamente provvide a se ed alla citt che voleva difendere.
Ed ora vien la volta dei Toscani. Il 27 maggio Radetzky delude la vigilanza della cavalleria piemontese, e con 30,000 uomini, e 154 cannoni si dirige sopra Mantova, ove giunge il 28.
Seimila uomini, la maggior parte toscani, con uno squadrone di cavalleria e 8 pezzi, difendono la linea dell'Osone fra Curtatone e Montanara, localit distanti fra di loro di circa mezz'ora di cammino.
Bastano queste cifre, e queste premesse, per comprendere che il disastro da parte nostra era inevitabile. La ritirata imponevasi, l'ordine per essa venne tardivo, quando venne non si volle eseguire, ed a noi non resta che rendere omaggio a quei forti campioni, che caddero sul campo di battaglia vinti dal numero, e dopo disperate difese. Di essi, i pi non avevano dell'armi fatta una professione,  eransi dati alla scienza ed all'arti geniali; moltissimi erano studenti, sorti appena alla vita, e son morti per lasciare a noi una patria libera e forte. Onoriamo l'altissimo valore! Se il loro sacrificio, nel momento in cui fu consumato, apparve una fallanza militare, immenso risult il suo effetto morale: esso si ripercosse nel cuore della Toscana, e cement pi che mai il concetto unitario.
Sbranata la facile preda, una sosta inopportuna del Radetzky a Mantova permette ai piemontesi di riunire a Goito 19,000 uomini e 44 cannoni. 11 maresciallo austriaco muove all'assalto della linea piemontese, ed  respinto con gravissime perdite! Era il momento dalla parte italiana di completare colle riserve, ancora in buono stato, la vittoria, ma la sorte che ci perseguitava non lo permise; permise invece al Radetzky di attaccare per la seconda volta il Durando a Vicenza, di obbligarlo a capitolare, e di aprire al saccheggio le porte della citt.


 16.
 RITIRATA DE' PIEMONTESI.
 
Cos, frantumate e disperse le truppe degli stati minori, sparpagliati ai quattro venti i crociati, il maresciallo austriaco riesce a limitare la lotta fra lui e Carlo Alberto, fra l'Impero Austriaco, ricco d'ogni sorta di rifornimenti, ed il Piemonte stremato d'uomini e di pecunia.
Questo impari duello si risolve nell'infausta giornata di Custoza, ove 20,000 piemontesi sono sopraffatti da 54,000 austriaci, col sanguinoso combattimento di Volta, colla disordinata ritirata dei nostri verso l'Oglio, durante la quale soldati italiani nel paese pi ricco ed ubertoso d'Europa sono privi di rifornimenti e di viveri. Oh, i meravigliosi contratti con le imprese!
Il Re, credendosi impegnato dall'onore, volle difendere Milano: fu questo un errore militare, ma le considerazioni per l'avvenire e la politica glielo imponevano. Militarmente era per certo indicato di prendere la via del Po e quindi una posizione di fianco rispetto al nemico invadente. Il Radetzky non era ancora cos forte da avventurarsi nel Piemonte, lasciandosi alle spalle la rivoluzione, non ancora fiaccata. E poi la Francia avrebbe permesso che l'Austria diventasse sua confinante?
Ma che poteva aspettare il cavalleresco Re di Sardegna dagli Stati penisolani? Chi, dopo essere stato impassibile innanzi alle sue primitive vittorie, lo avrebbe sorretto nella sventura?
Per pi di tre mesi tra l'Arno e le Alpi erano rimasti in armi ben 150,000 italiani e tra l'Isonzo ed il Mincio non pi di 70,000 austriaci! Questo sia affermato innanzi alla storia, che terribile giustiziera tolse poi la corona a tutti quei principi che le sventure dell'impareggiabile Re di Sardegna, segretamente prepararono, e ne risero.
Non era la ragione del numero che nel '48 avversava l'Italia, ma una politica bieca, la quale impedendo agl'italiani di far massa contro Radetzky permetteva a Radetzky di allontanare i napoletani da Bologna, di battere i veneti tra l'Isonzo ed il Piave, i toscani a Curtatone, i romani a Vicenza, i piemontesi a Custoza, e di indurre Carlo Alberto all'armistizio di Salasco.
Soffermiamoci: a che seguire il Re magnanimo sul mesto cammino di Novara? La grande idea  italiana emigrava con lui nel doloroso esiglio di Oporto, ma composto il suo primo Eroe nell'avello, risorgeva, armata ed invitta nel pensiero del figlio per attraversar vincitrice i campi di San Martino.


 17.
 CONCLUSIONE.
 
Ed ora, dopo tanti anni trascorsi dalle vicende del '48, possiamo tranquillamente ripensare all'artefice che ribad le catene del nostro servaggio, e dire che sulla tomba del maresciallo Radetzky non cresce l'albero del nostro rancore.
Il maresciallo eccedette, ma serv il suo imperatore, e poich i fati d'Italia dovevano compiersi, egli stesso vi cooper coi suoi rigori, colle sue sudate vittorie. Se egli avesse perduto, il trionfo non ci avrebbe ammaestrati come ci ammaestr la sventura.
I tempi d'allora non eran maturi: occorreva che dai rivi di sangue versato in comune sorgesse un comune pensiero, una idea capace di farne tacere tante altre, cosicch trascorso appena un decennio, dal caos delle primitive illusioni, sortissero gli eventi del '59.

Non v' pregio grande, ove non v' grande sacrificio. Garibaldi che abbandona le navi regie; ecco lo spirito sorvivente ancora nel '48, Garibaldi che esclama: "Obbedisco" ecco il frutto d'una forte esperienza, e la ragione del vincere.
Se il Veneto fosse stato riunito al nuovo Regno di Casa Savoia qualche lustro pi tardi di quando ci avvenne, se in Roma fossimo entrati in seguito ad una grande guerra nazionale ed in epoca pi prossima alla presente, l'Italia sarebbe in oggi pi forte e pi compatta di quanto effettivamente non sia.
 questa induzione sicura: la storia dell'umanit  la storia del dolore, ed un popolo senza vittorie, senza ideali che gli sollevino la mente e l'anima, che lo distraggano dalla miseria cupa del vivere, contempla inerte le sue piaghe e le inasprisce.
Questo spiega non poca parte de' nostri attuali disagi, e addita una mta novella alle giovani generazioni. Quale? Io l'ho nel cuore.... voi la dovete intuire: gli eventi forse la preparano.




LA DMOCRATIE SPIRITUALISTE SELON MAZZINI ET SELON LAMARTINE.
 
CONFRENCE DE M. PAUL DESJARDINS.


Mesdames, Messieurs.

En 1847, le journal Le Peuple fit paratre un crit doctrinal de votre fameux compatriote Joseph Mazzini: Rflexions sur les Systmes et la Dmocratie. Ce manifeste avait t mdit par Mazzini dans son long exil d'Angleterre. Or nous savons par sa correspondance quelles taient en ce temps-l ses dispositions de cur. Un climat gris et froid, qui prolongeait ses tristesses jusqu'au ciel, un dpaysement absolu, une pauvret qui le contraignit  mettre en gages ses reliques de famille, ses bottes, et son habit, une sant mine, une sensibilit  de femme tendre, qui lui faisait recueillir dans une arrire-boutique les petits Italiens, marchands de pltres ou joueurs d'orgue, perdus dans la brume de Londres; des crises de spleen, de remords, de doute sur lui-mme, bref, une impression d'universel abandon: voil le fond sombre d'vnements et de songes sur lequel sa pense se dessina. Jamais pourtant cette pense ne fut plus nette, plus ferme, plus acheve.
Il avait t, dans son adolescence pris de la thorie de Condorcet et du XVIIIe sicle franais sur l'affranchissement des esprits par la science et la civilisation; plus tard il tait devenu Robespierriste, sec et tranchant inquisiteur de la vertu dmocratique; enfin il arrivait  manifester ce qu'il tait par nature: un bon et grave aptre du Christ. L'loignement des hommes lui tait sans doute salutaire; car, avec le beau manuel des Devoirs de l'Homme, crit en 1844, pendant ce mme sjour dsol en Angleterre, les Rflexions sur la Dmocratie sont le symbole de la doctrine de Mazzini, ce qui restera de lui. Si l'on me demandait quel est le Credo des rpublicains modernes, je renverrais d'abord  ces deux-cents pages o votre concitoyen a exprim, avec sa foi, la ntre aussi.
Le 18 juillet de cette mme anne 1847,  Mcon en France, Alphonse de Lamartine exposa son rve politique  lui, deux heures durant, en plein air, devant treize-cents convives attabls et trois mille auditeurs debout. Comme il parlait, un orage clata, une bourrasque enleva la tente immense qui abritait le banquet, et parmi les clairs et la foudre, sous un dluge de pluie, le pote continua de parler, la foule trempe continua d'couter, ne rpondant aux coups du vent et du tonnerre que par une immense clameur: Vive Lamartine!. L'objet de cette harangue extraordinaire tait, comme Lamartine lui-mme l'explique  Madame d'Agoult, "l'unit  fonder dans la dmocratie. Si elle se divise, elle est perdue; si elle s'unit et s'ouvre chrtiennement  tout le monde, elle vaincra."
Cette orageuse et belle journe nous apparat triomphale. Et pourtant, si acclam que ft alors l'auteur des Girondins, sa conception de la rpublique n'tait pas moins isole, singulire, inintelligible au public d'alors, que celle qu'laborait Mazzini dans son galetas de Londres. Par intervalles, quand l'ivresse de son verbe tait tombe, Lamartine s'apercevait bien qu'en somme il monologuait au milieu d'un dsert: "J'ai pourtant parl politiquement, dit-il un jour; il n'y a eu que moi qui s'en soit aperu. Ils sont convaincus que je rvais et dbitais des sornettes.... Eh! je marcherai seul, et vive la Providence!...". A Mcon comme  Londres, c'est un prophte qui songe tout haut, sans pouvoir se faire couter. Et les deux songes raconts  la mme heure, par le Franais, par l'Italien, par le tribun idoltr, par le rfugi mlancolique, se ressemblent au point qu'on en est surpris. Ils en essent t, je crois, surpris les premiers.
Cependant quelques mois plus tard une aventure pareille leur chut  tous deux. Paris vit s'improviser une rpublique; une autre essaya de s'installer dans Rome; Lamartine fut l'inspirateur de la premire, Mazzini le chef de la seconde. Leurs ides subirent donc l'preuve du fait.
Epreuve malheureuse: tous deux tombrent. Dus  par le peuple dont ils avaient trop espr, n'ayant pas su garder  leur action, dans un cercle largi, la magique puret qui en faisait toute la force, ils furent vite prcipits  bas du pouvoir. Ils ne firent qu'y passer, laissant aprs eux le souvenir d'un chec, un nom discut, et, dans des papiers posthumes longtemps mconnus, des semences parses de vrit, pour plus tard. Leur chute a discrdit pendant un demi-sicle la politique spiritualiste, qui s'appuie sur une thorie de la destination de l'homme. On a trait de vieux enfants ces thoriciens romantiques, jusqu'au temps que voici, o la politique d'exprience et d'expdients, celle des hommes mrs, s'est montre, par ses effets, encore plus inefficace et purile que la leur. En sorte que, trente ans aprs leur mort, il se pourrait qu'on se mt enfin  les couter.

Essayons donc de fixer l'ide que Lamartine et Mazzini se sont faite de cette dmocratie modle qu'ils ont chou  faire vivre il y a cinquante ans. Pour cela, esquissons d'abord la physionomie de ces deux esprits, afin de marquer la diversit de leur nature: l'un nous apparatra comme un dieu du jour, l'autre comme un gnie de la nuit. En second lieu, rapprochons les tmoignages de ces deux  hommes antithtiques sur le sujet qui nous occupe, pour en faire voir l'accord surprenant. Et enfin, comme conclusion, dgageons, s'il se peut, d'aprs l'exprience acquise depuis, ce qu'il y a d'utilisable encore, de rel peut-tre, dans leurs rves.


 1.
 
Alphonse de Lamartine n'est pas un tranger pour vous. Il s'est promen souvent "sous les pins harmonieux des Cascine." Il a chant Florence, Pise, Lucques et Vallombreuse. Il a vcu, crit, aim chez vous, et votre Ptrarque avait model sa sensibilit avant mme que vos horizons de cyprs et de collines eussent charm ses yeux. Toutefois, comme c'est un pote vritable, je doute que le timbre de sa voix soit exactement perceptible  d'autres que ses nationaux; je vous demande donc de croire qu'il y eut en lui plus de divinit que je ne saurais vous en montrer.
D'abord, remarquez qu'il resta jeune jusqu' la fin; jeune, c'est--dire capable de se renouveler. Trois passions l'occuprent l'une aprs l'autre, se succdant sans intervalle, sans confusion, de sorte qu'il parat avoir eu ses phases rgulires, comme un astre. Dans l'adolescence: un amour exalt, cach, douloureux; - et de l naquirent des lgies que tous les amoureux ont redites; - puis, dans la premire maturit, une angoisse pieuse et virile des destines de l'me et de sa relation  son Dieu; - ce fut l'origine de belles mditations platoniciennes, troubles parfois de cris de dsespoir; - enfin, vers quarante ans: un prophtique souci de la justice dans la socit, - d'o procdent ses uvres politiques, discours, articles de journaux, avec quelques pomes de vieillesse.
La premire phase est la plus clbre. Le nom seul de Lamartine veille l'ide d'un chanteur lgiaque.
On sait qu'il n'a rien invent dans l'instrument lyrique: ses pomes ne sont originaux et neufs que parcequ'ils rvlent une me. On a retrouv, de sa vingtime anne, de petits vers galants et vieillots, qui ne lui ressemblent pas encore. "Je n'tais alors que vanit," avouait-il lui-mme. Il lui fallut l'initiation de l'amour et de la douleur. Ds lors le gnie lui vint; de son cur bris montrent, avec une trange puret, quelques cris moduls, aussi ternels, dsormais, que la mlodie du vent dans les pins solitaires.

Lamartine pote philosophe est moins connu et plus grand. Ce ne fut pas un philosophe,  proprement parler; il ne rechercha pas la vrit par dessus tout, - mais le bonheur. Seulement, comme il tait bien n, il mettait  son bonheur des conditions rares et leves. Il lui fallait, pour tre heureux, obtenir l'harmonie de sa pense avec elle-mme; il avait le besoin imprieux de l'unit; toute diversit irrductible lui tait une souffrance. Or les rsultats des sciences de faits sont fragmentaires, ou mme contradictoires. Lamartine s'en dsespre: les solutions qui ne rendent pas raison de tout l'univers ne le satisfont point, et, faute qu'on lui donne le dernier mot des choses, il s'crie, impatiemment:

Vrit, tu n'es pas! Tu n'es que dans nos songes!

Blasphme touchant et beau, signe d'une profonde sensibilit philosophique.
Cependant comment surmonter cette disproportion de notre esprit et de la ralit? Le pote n'a pas la force de le faire comme un Kant, en l'analysant: il n'est secouru que des intuitions de son  cur. Le voil donc aspirant en vain; devant lui s'ouvre l'abme de l'inconnaissable: il en sent l'effroi:

Je meurs de ne pouvoir nommer ce que j'adore!

Mais cette reconnaissance de notre impuissance implique en nous l'ide de la Puissance, cet aveu de nos limites, l'ide de l'infini. Plus encore que l'ide: l'amour et le besoin. Et c'est par o l'homme se sauve du dsespoir. Il comprend que se plaindre de ne pouvoir embrasser la vrit totale et une, c'est se plaindre de n'tre pas Dieu. Du point de vue divin seul, l'harmonie, qui ne saurait entrer dans nos esprits troits, se dgage et apparat. Pour Dieu le mal n'est pas; la mort, non plus que la vie, n'a point de sens pour Dieu; de ce point de vue, o il faut se mettre par un essor de la volont, les contradictions les plus scandalisantes se rvlent comme des illusions de notre pense infirme, et boiteuse encore de quelque chute peut-tre.
Cet acte par lequel l'esprit se situe extra humanitatem est tantt la prire, tantt l'acceptation de la douleur purifiante, qui est prire encore. A cette acceptation,  cette prire, Dieu rpond par l'apaisement ineffable, passager, fragile de sa grce. Et la posie justement a pour objet de fixer, autant qu'il se peut, ces illuminations soudaines de la grce. Ici est son rle rvlateur, son caractre sacr. Le pote est encore  peu prs ce que fut le nabi en Isral.
Au reste il n'est pas d'autre religion vraie, selon Lamartine, que cette exprience immdiate de l'action de Dieu en nous. La raison, que le pote, tout mystique qu'il paraisse, ne rcuse point, - qu'au contraire il voudrait porter  son maximum de clart, car

Plus il fait clair, mieux on voit Dieu,

la raison des philosophes se trouve d'accord avec cette exprience de l'adorateur le plus humble; oui, la raison mme donne raison  la foi. Et la tradition immmoriale de l'humanit ne conclut pas dans un autre sens. Lamartine ne s'agenouille pas devant les livres sacrs; il a quelque rpugnance pour les glises, qui fragmentent l'unit; mais il croit en ce qu'il appelle navement "la philosophie antdiluvienne), rvlation primitive dont le Livre de Job nous a transmis l'essentiel, et dont les prophtes, et Jsus-Christ lui-mme ne sont que les porte-parole.
Cependant tout le sens de cette rvlation n'est pas exprim encore; nous en sommes un dchiffrement de l'A B C; c'est en avant qu'il faut regarder avec espoir. Le rgne de l'Esprit est  venir; l'homme, "en qui Dieu travaille", progresse lentement, mais srement; nous balbutions l'Evangile, dont nos descendants feront leur rgle. Ayons donc bon courage et patientons. Chaque Rvolution nous avance vers la Religion vraie. C'est pcher contre l'esprit que de douter de la destination sublime de l'homme:

Enfants de six mille ans qu'un peu de bruit tonne,
Ne vous troublez donc pas d'un mot nouveau qui tonne,
D'un empire boul, d'un sicle qui s'en va;
Que vous font les dbris qui jonche la carrire?
Regardez en avant, et non pas en arrire:
Le courant roule  Jhovah!.


Toutes les ides de Lamartine sur la chose publique dcoulent de cette sagesse religieuse dont je viens de parler.
Il entra dans la politique  plus de quarante ans. Il fut lu dput en 1833, par la petite circonscription de Bergues, dans le Nord, alors qu'il se promenait en Syrie.
Il avait donc mdit dj sur l'orientation de son poque, sur le sens des rvolutions, sur les tapes ncessaires de la "caravane humaine" qui chemine guide par Dieu. Il apporta dans le tumulte des assembles une ferme assise d'esprit, gain de la solitude. C'est l une prparation intrieure que les dputs ne possdent pas fort souvent. Lamartine amusa la Chambre par l'imprvu de ses principes; cela tranchait sur les ordinaires disputes d'avocats; ses discours taient des intermdes lyriques. D'ailleurs il se sentait lui-mme tomb de quelque plante lointaine au milieu du marais parlementaire. "Je n'y resterai donc, si Dieu le permet, dit-il, que le temps strictement ncessaire pour ouvrir le premier sillon, formuler  un symbole de bonne foi, d'indpendance des partis et de progrs moral; aprs quoi je rentrerai dans mon nuage". Vous savez que, s'il tait prt  quitter la politique, la politique ne le voulut pas quitter.
Il y fut trs original. Indpendant de tout, parcequ'il l'tait de sa propre ambition, il signifia d'abord  ses lecteurs qu'il entendait n'obir qu' sa conscience: un mandat lui ajoutait trop peu pour qu'il et peur, en le perdant, de retomber dans le nant; les grandes places le tentaient encore moins: "Faire le serviteur pendant quinze ans pour obtenir de le faire le reste de sa vie en habit un peu plus brod, cela me semble vraie folie". Il ne se souciait pas davantage de capter la popularit. "Pour parvenir  me faire comprendre, il me faut un an d'efforts pnibles et d'impopularit systmatique. Je dois, pour chercher mon point d'appui hors des partis existants, dans la conscience du pays, commencer par blesser tous les partis en leur chappant". Ce n'est pas assez d'avoir l'amour de son indpendance, il en a l'orgueil. "Je  prends en haine les partis aprs les avoir eus en mpris, et je veux dsormais vivre, penser et mourir seul". Nul doute, Messieurs, qu'un dtachement si vident ne soit la vraie faon d'imposer aux hommes et de les amener  soi. Citons cet exemple. En juin 1837, quarante-deux fabricants de sucre, gros lecteurs de la circonscription flamande que Lamartine reprsente, l'invitent  conjurer l'impt dont on menace leur industrie. Que va-t-il faire? "Je leur ai remis mon mandat de dput en leur disant: ma conviction et ma conscience sont contre l'immunit et le privilge dont vous jouissez aux dpens du Trsor, des malheureux contribuables cultivateurs et des colonies. On vous doit un impt.... - Aprs deux heures de discussion, ils en sont convenus et m'ont  l'unanimit sign le mandat formel de voter et de parler pour un impt". Voil un trait assez rare dans l'histoire du rgime reprsentatif: cette fois ce ne fut pas le gouvernement des suprieurs par les infrieurs. Lamartine se rend bien compte que son abngation est sa force mme. "Je n'aurais qu' dire oui pour tre chef de deux-cents voix; mais je suis en secret chef de leur conscience". Et il s'merveille de cet ascendant: "Tous les partis viennent  moi comme  une ide qui se lve".
Il y avait une autre raison encore pour que l'on vnt  lui, c'est que sa politique tait toute positive. Ecoutez-le: il affirme toujours, il ne rfute presque jamais: cela par principe autant que par temprament. "J'adore l'indpendance; je dteste l'opposition. Faire est l'uvre du gnie; empcher est l'uvre de l'impuissance". tranges discours que les siens; il nglige de rpondre et de discuter; il passe au travers de la contradiction sans la voir. C'est qu'il ne l'a pas coute, tant occup ailleurs,  dchiffrer la volont actuelle de Dieu sur son peuple. Cela fait penser  cette inscription qu'on lit sur les navires: Dfense d'adresser la parole au pilote. Comment les simples passagers oseraient-ils troubler de leurs avis celui qui domine et qui sait? N'a-t-il point une boussole? L'avenir prophtis  dans sa conscience le guide. Qu'il travaille avec les autres, c'est bien; mais les consulter sur ce qu'il faut vouloir est folie. C'est  lui de le leur apprendre.

Ainsi quand le navire aux paisses murailles
Qui porte un peuple entier berc dans ses entrailles
Sillonne au point du jour l'ocan sans chemin.
L'astronome charg d'orienter la voile
Monte au sommet des mts o palpite la toile,
Et, promenant ses yeux de la vague  l'toile,
Se dit: "Nous serons l demain."

Puis, quand il a trac sa route sur la dune
Et de ses compagnons prsag la fortune,
Voyant dans sa pense un rivage surgir,
Il descend sur le pont o l'quipage roule,
Met la main au cordage et lutte avec la houle.
Il faut se sparer, pour penser, de la foule
Et s'y confondre pour agir.

Il continue donc, imperturbable, se rglant sur son itinraire secret, entranant ses compagnons de traverse. Et ceux-ci lui obissent. Quelque chose en lui les subjugue. Quoi donc? La force de sa certitude intrieure. Une personne unifie au dedans  peut tout sur les autres. Dans les combats politiques, comme nagure dans la recherche de la vrit, comme jadis dans les dchirements de l'amour, Lamartine a su s'lever jusqu' l'harmonie. Il a triomph des contradictions internes qui font que les autres hommes sont faibles. J'ai compar les priodes de sa vie aux phases d'un astre: chaque phase est complte; il ne se voue  la philosophie que quand il est quitte de la passion. Il n'aborde la politique qu'une fois dlivr du doute philosophique, et sr de ce qu'il croit. Sa conscience rconcilie, o Dieu rgne, est invulnrable aux coups de la place publique, aux cris, aux mesquineries; il les traverse en souriant. Il s'avance au milieu des monstres rampants comme un Apollon librateur, baign d'une lumire dont le foyer est en lui.

Joseph Mazzini, en comparaison, semble une divinit sombre et souterraine.
Il n'est pas, dans Santa Croce, de monument plus austre, plus funbre, que la plaque de bronze noir qui le commmore, prs du fastueux cnotaphe de Dante; et c'est bien ainsi. Mazzini fait donc un parfait contraste avec la nature heureuse de Lamartine.

Au reste, j'ai observ que presque tous les rvolutionnaires, en Italie, ont deux caractres singuliers; ils sont hants du pass, et ils sont tristes.
Votre pays, ouvrage des hommes autant que de la nature, est comme baign de regrets. Vos paysages sobres et presque intellectuels semblent se souvenir d'autrefois. Vos arbres mmes ont une dignit de monuments. Toute l'Italie est un vaste camposanto; la roue des voiturins y roule dans l'ornire antique. L'ide mme de l'Italie une est une vieillerie, un legs que vos potes se transmettent, de Virgile  Dante, de Ptrarque  Vittorio Alfieri, jusqu' ce qu'elle devienne une actualit. Si Mazzini s'meut jusqu' dfaillir en passant la Porta del Popolo, c'est qu'il entre au sanctuaire mme de l'unit italienne, dans Rome, la capitale promise  l'avenir, qui est aussi le trsor de tout le pass. L des fantmes inspirateurs se dressent de toutes parts: ce sont les tribuns de jadis, en particulier ce Cola di Rienzo, dont il est le successeur, et qui lui mme avait prtendu relever la rpublique de Brutus. Unit, libert, voil le double mot d'ordre que ces vieux irrdentistes ont impos  leurs descendants; aprs des sicles, l'avocat gnois se reconnat pour leur excuteur testamentaire. Pieux envers les anctres, il rve de dresser sur le Monte  Mario une image colossale de Dante, vers laquelle les Romains lveront les yeux chaque matin pour faire leurs dvotions filiales. Ainsi de tout rvolutionnaire italien: en mme temps que novateur, il est restaurateur. Et cela nous surprend un peu, nous autres Franais, qui marchons droit  l'avenir sans nous demander de qui nous sommes fils.
J'ajoute que les rvolts de votre nation paraissent tristes. Comparez, s'il vous plat,  la gaillardise de Martin Luther l'pret douloureuse de Savonarole. Vos hrsiarques ont un air promthen, tendu et tourment. Mazzini les continue, avec son loquence chauffe au rouge sombre, et son visage tel que vous le voyez sur les lithographies, crisp par l'effort. C'est, je crois, que votre nation tant la plus sociable de toutes, l'italien isol se sent arrach  sa nature vraie. Les visages souriants lui manquent cruellement: il ne se passe pas volontiers de serrements de mains et d'embrassades.
Les contemporains de Mazzini ont eu de lui l'impression que je viens de dire. Ils le trouvrent morose, et avec raison. Mais o ils se tromprent, ce fut en le croyant tnbreux par got, haineux et dmoniaque. Massimo d'Azeglio et Montanelli lui font un autre reproche encore: ils le regardent comme un dclamateur, un conspirateur d'opera seria, qui se complat aux intrigues masques.
Ces deux vues ne sont pas justes. Aprs sa mort (survenue le 10 mars 1872) on put enfin recueillir sur lui le tmoignage dcisif, celui de sa propre correspondance. Cinq recueils en ont t publis dj; les lettres  sa mre, prcieuses entre toutes, seront connues bientt, j'espre. Eh bien, ces documents sincres dvoilent un autre Mazzini, aussi grand que celui de la lgende, mais draidi, dont la frocit recouvre une tendresse franciscaine: un ami des femmes et des enfants, presque un enfant lui-mme, incompris et timide; un bon frate mlancolique sous une cape de brigand.
Il avait authentiquement l'me grande et pure. Thomas Carlyle, matre-expert en hrosme, qui le vit de prs  Londres, crivait dans le Times du 15 juin 1844: "J'ai eu l'honneur d'tre en relations avec M. Mazzini pendant maintes annes, et, quoi qu'il y ait peut-tre  dire  son bon sens pratique et  son jugement dans les choses banales et de tous les jours, je peux toutefois reconnatre publiquement qu'il est le seul homme gnial et vertueux que j'aie connu, homme vraiment sincre, noble, humain, comme par malheur il ne s'en trouve gure, digne enfin d'tre appel me de  martyr." Ceci est une apprciation exacte. Mazzini fut un martyr, un hros qui n'a pas donn sa mesure, et dont la destine fut constamment trangle.
Comptez un peu les contradictions qu'il y eut entre sa nature vraie et le rle auquel il se condamna, ou fut condamn. J'ai essay de le faire, et je me suis senti pris, pour lui, d'une trs grande piti.
D'abord, voici un cur doux, tendre et enfantin, qui voudrait sympathiser mme avec les passants dans la rue: c'est un excellent correspondant pour les petites jeunes filles, qui lui brodent des bourses et  qui il envoie des vergiss-mein-nicht; dans ses cadeaux et ses surprises il met la grce ingnieuse des Italiens; - et il s'est dress comme un dogue de combat; il a l'air de har: il prononce du moins des paroles de haine, et il trempe dans des crimes, par amour.
Deuxime contradiction: il a la fivre d'agir, il dclare qu'il donnerait Machiavel, Tacite et tous les livres "pour une ligne d'action," que l'action seule rend  l'homme son quilibre; il se donne pour "enseigner le culte dsert de la Sainte  Action;" - et avec cela, il est parfaitement incapable d'agir. (Rappelez-vous la piteuse expdition Ramorino). Il est en effet dou,  un degr minent, du courage de subir, assez commun chez les rveurs; mais trs-peu du courage d'entreprendre, lequel en est fort diffrent, au point qu'il se compose pour une bonne part de l'impuissance de subir. Ds qu'il a mis la main  quelque entreprise, il se prpare  payer cette audace en souffrance; on dirait qu'il ne soulve cette croix, de l'action, que pour rendre son propre calvaire plus mritoire; il n'a ni la confiance, ni peut-tre le trs vif dsir de russir,
Autre contradiction: il voudrait conduire les hommes en les aimant et s'en faisant aimer; or, loin de savoir leur faire pouser sa pense, il est dans l'impossibilit de se faire entendre d'eux. Il en gmit: "Come poco indovinano gli uomini le condizioni dell'anima altrui!" Il faut qu'il renonce  communiquer sa conviction, c'est--dire, ou qu'il doute de lui-mme, ou qu'il mprise les autres. Il aime mieux ne pas voir son isolement; il feint d'tre entour d'un cercle nombreux de partisans dvous. Montanelli dit joliment: "Mazzini crit, au pluriel, nous pensons, nous croyons. Qui pense? Qui croit? Mazzini tout seul." C'tait vrai, et parfois l'aptre au cur chaud en tait  tout transi. "Mon toile, dit-il amrement, c'est Sirius, le grand Chien: mtier d'aboyeur, sans tre gnralement cout."
Vous dirai-je les autres discordances de cette destine malheureuse? Il eut, comme nous l'avons not, l'amour et la dvotion du pass, - et il dut s'associer avec des rvolutionnaires positifs et grossiers, dracins de toute tradition; - c'tait une me profondment religieuse, et il fut conduit  tre l'organe d'un parti de complte ngation; il fut accol mme quelque temps avec le grand destructeur russe Bakounine, dont il avait horreur et qui le raillait comme un bigot timor. Enfin il eut le cuisant mcompte que ce dfaut de concidence entre l'homme qu'il s'efforait d'tre, et l'homme qu'il tait naturellement, dfaut de concidence dont il prouvait un vrai chagrin, ait t aperu de ses contemporains, en sorte qu'ils le souponnrent de jouer un rle et de viser  l'effet..... Au fond, il y eut bien quelque chose de cela, vers la fin de sa carrire. Il se sentait noble et pur, il se voyait mconnu. Il se renferma donc dans son isolement hautain, ne s'entourant plus que des morts, ou bien d'enfants qui ne le questionnaient pas. Il renona sincrement  tout bonheur, et, comme il professait d'ailleurs que la vie est  une mission  nous confie par Dieu, il eut l'orgueil de se rpter qu'il s'en tait acquitt sans salaire, et qu'il le prfrait.
me candide, me dolente, dont la trs haute vie fut un Purgatoire. Nous comprenons maintenant combien vridique tait son cri: "La dsharmonie entre mon me et tout ce qui est en dehors m'crase". La dsharmonie; voil le mot sur lequel il faut rester.
Aucun autre ne marquerait mieux le contraste avec l'esprit de Lamartine, qui justement, ne pouvant vivre que dans l'harmonie, se haussa toujours jusqu' la sphre o elle rside. Cet exemple de Mazzini montre clairement o en arrive l'homme qui consulte seulement ce qu'il veut, seulement les ordres de Dieu, et non ce qu'il peut, selon sa faible et humaine nature.



 2.
 
Cependant nous allons trouver que ces deux esprits opposs se sont fait une conception identique des devoirs et des vrais intrts du peuple.
N'essayons pas de prsenter cette pense dans l'ordre o, historiquement, ils la formrent, par le double travail de leur rflexion et de leur exprience. Tchons plutt de la construire logiquement; et d'abord cherchons-en la vraie base.
Cette base n'est point politique. Elle se trouve au fond de la conscience de tout homme qui s'examine seul dans sa chambre. Ainsi l'ordre politique repose sur quelque chose qui le dpasse, et qui est intrieur. Les vrits politiques ne sont que drives; ruineuses si on les prend pour absolues, elles deviennent solides aussitt qu'on les appuie  une philosophie de la vie et de l'histoire, tablie d'autre part. L-dessus Lamartine et Mazzini sont unanimes. "Je pars d'abord d'un principe religieux, dit le premier; il faut que vous me le permettiez; car sans cela je ne puis pas et je ne sais pas  raisonner". - "Mon but dans ce livre, dit  son tour le second, a t de vous prsenter les principes qui doivent vous guider et vous aider  rsoudre vous-mmes toutes les difficults politiques.... Je vous ai conduits  Dieu, comme  la source du devoir et  l'instituteur de l'galit entre les hommes;  la loi morale, comme  la source de toutes les lois civiles....". Enfin le mot apostolique de Lamartine  Pelletan: "Venez diriger la rpublique dans le sens de Dieu et du Peuple" rpte exactement la devise de Mazzini: Dio e Popolo.
Quelle est donc cette vrit d'un ordre diffrent et suprieur d'o toute la politique dpend? C'est celle-ci: que Dieu continue sa cration dans l'homme; nous appelons Providence cette force,  la fois latente et manifeste pour qui regarde bien, par laquelle il agit dans chaque homme et dans chaque peuple, en les poussant  l'affranchissement. La tyrannie vient de la brutalit ancestrale qui reste encore en nous et qui lentement s'limine. L'origine de l'ingalit et de l'iniquit est l, dans notre nature infrieure, qu'il faut laborieusement dpouiller  et nullement dans la civilisation, quoique Rousseau en ait pens. La passion de dominer, d'usurper, de contraindre, est un legs de l'animalit en nous; - et ici la doctrine de nos grands romantiques s'encadre fort bien dans la thorie gnrale de l'volution, que la biologie de notre temps a popularise. - Or la volont positive de Dieu, sur nous est que nous devenions saints, comme le dit Saint Paul, c'est--dire, moralement et politiquement parlant, que nous devenions libres. Dieu travaille en nous  la faon d'un ferment, et toujours dans ce mme sens. Les rvolutions, dont les gens  courte vue s'effarent, ne sont que les pousses de cette fermentation dans les peuples. C'est toujours Dieu qui nous veut obliger  nous rendre libres.
Parmi ces rvolutions, il en est de brusques, qui se prcipitent coup sur coup, comme on l'a vu au Ier sicle, au XVe,  la fin du XVIIIe; c'est ce que Lamartine appelle superbement des "sommations de Dieu." Deux des plus frappantes sont la rvolution chrtienne, qui annona l'Evangile, et la Rvolution franaise, qui dcida que les hommes n'auraient plus d'autre matre que la loi. Ces rvolutions successives, loin de se contrarier, poussent l'humanit dans une direction constante: toujours vers la libert. Ainsi le mouvement  qui produisit l'abolition de l'esclavage, puis du servage, poursuit ses applications sous nos yeux, en sorte que rejeter, par exemple, l'apport de la Rvolution franaise, c'est, du mme coup, protester dans le pass contre la libration des esclaves.
Toute raction est donc impie, puisque Dieu est l'ternel rvolutionnaire et veut sans trve faire toutes choses nouvelles. "Je deviens de jour en jour plus intimement et plus consciencieusement rvolutionnaire, crit Lamartine  son ami Virieu; je mdite sans cesse  genoux et devant Dieu, et je crois qu'il faut que nous et ce temps-ci, nous servions courageusement la loi de rnovation." Mais, en mme temps qu'irrligieuses, les ractions sont vaines. L'erreur se dnonce d'elle-mme: la socit o elle est introduite devient invivable, et elle prit violemment. La volont de Dieu, si on s'obstine contre elle, se fait orage et torrent. Ainsi jamais on ne peut remonter le cours des temps; il est mme niais de l'essayer. L'histoire est justement ce qui n'arrive pas deux fois. Elle s'avance pas  pas, constamment nouvelle.
Mais la plus pernicieuse erreur des idoltres du pass est de prtendre retourner en arrire au-del du Christ. Le Christ est le matre et le dpart des modernes. Ce qui ne veut pas dire que son action se soit tablie dj, ou qu'elle s'tablisse aisment dans la socit, ni dans l'me. Le paganisme, si mort qu'il semble, doit encore tre tu en nous. Les matrialistes, les nouveaux picuriens, les utilitaires, dont Bentham, odieux  Mazzini, est le reprsentant, ramnent le paganisme encore; ils prchent le bien-tre individuel et font tourner tout le reste autour de cette recherche, ce qui fut l'illusion de l'antiquit. Ils sont les plus aveugles des ractionnaires. Or les partis prtendus rvolutionnaires de notre ge, dirigs par Saint-Simon ou Fourier, Blanqui ou Louis Blanc, se sont galement fourvoys dans cette impasse. D'o il suit que leurs revendications n'aboutiront pas; ils n'obtiendront qu'un dplacement de la tyrannie et du malaise, un despotisme retourn, comme le Comit de Salut Public pratiqua exactement, en sens inverse, le mme arbitraire que Louis XIV. "On est sur terre pour jouir le plus possible," voil l'erreur fondamentale, le pitinement dans le paganisme, condamn, non par la conscience seulement, mais par l'exprience de l'histoire. Jsus a donn  la vie humaine une autre fin, sa fin vraie, par la parole inoubliable "Que ton rgne arrive!" - Oui, que le rgne de Dieu arrive, ou, en d'autres termes, que la justice et la fraternit deviennent relles; c'est  quoi toute la vie doit servir, la vie des peuples comme celle des individus; l est son sens et sa valeur, l est son bonheur mme. "Nous devons tous et chacun, dclare Mazzini, diriger nos efforts afin que tout ce qu'il nous est donn de comprendre du royaume des cieux puisse se traduire en ralit sur la terre". Aussi ne veut-il point qu'on abandonne le culte de la croix. "La Croix, ajoute-t-il, comme symbole de la seule vraie, immortelle vertu, - le sacrifice de soi-mme pour le bien d'autrui, - pourra sans contradiction s'lever mme sur le tombeau de tous les croyants de la nouvelle foi". Entendez bien: comme symbole du dvouement  tous, et non pas au sens goste encore o l'entend le dvot qui subordonne tout le reste  son salut personnel, se souciant peu que le monde soit injuste et malheureux, pourvu que lui chappe  la damnation. L'gosme, sous ses formes grosses et sous ses formes subtiles, est en effet l'ennemi  jur de la dmocratie, le seul qui la puisse perdre. Et la seule rvolution effective sera la rvolution profonde, encore  faire, celle qui l'aura dracin.
Prcisment pour cela, la rpublique dmocratique, ou gouvernement mutuel, fraternel, qui ne subsiste point par la contrainte extrieure, mais par la matrise que chacun exerce librement sur soi au bnfice des autres, est chrie et voulue de Dieu. Le christianisme traduit en institutions, cela est la rpublique. Comme celle-ci est le rgne de l'esprit, l'homme religieux est naturellement rpublicain. Si la Providence mne en ralit l'histoire, ainsi que Lamartine et Mazzini le croient, cette rpublique dmocratique sera l'aboutissant de toutes les autres formes de gouvernement.
Comment se fera ce passage? Nul homme ne peut le dire. Et c'est parceque la voie en est mystrieuse qu'il ne faut jamais,  aucun prix, sacrifier la libert, qui est la remise  Dieu du choix de ses moyens. Restreindre les nergies de celui-ci ou de celui-l, supprimer des possibles, alors que l'esprit souffle o il veut, c'est usurper sur Dieu. Lamartine a trs bien formul cette conception profonde de la libert politique: "Je veux la libert et l'galit intellectuelles absolues pour et contre moi. Je ne veux pas mettre mon poids peut-tre faux ou rogn dans la balance. Je ne veux pas mettre une pierre sur la route libre et sans terme de l'avenir. Et voil pourquoi tout privilge doit tre cart, voil pourquoi il ne faut nulle entrave sur la pense ou sur la parole. Mazzini est d'accord avec Lamartine, puisqu'il fait consister la rvolution essentielle, la rvolution qui est  faire, en la dchance dfinitive de la raison d'Etat, la raison d'Etat de Louvois et de Bismarck, mais aussi la raison d'Etat des Jacobins.
Au reste, il faut se garder que le libralisme lui-mme s'rige en idole, comme si la libert politique tait une fin; alors elle tournerait bien vite  l'miettement,  l'anarchie,  l'crasement des faibles. "La libert est conquise, crit Lamartine, elle est assure, elle est inviolable, quels que soient le nom et la forme du pouvoir; mais la libert n'est pas un but, c'est un moyen. Le but, c'est la restauration de la dignit et de la moralit humaines dans toutes les classes dont la socit se compose; c'est la raison, la justice et la charit appliques progressivement dans toutes les institutions politiques et civiles".

Pour en venir  la pratique, il est deux moyens d'action compatibles avec la libert: l'ducation et l'association. Mazzini vieux, comme Lamartine, se contente dcidment de ceux-l.
Elever les enfants, autrement dit, les dlivrer de leur amour propre pour y substituer l'amour des autres et de la communaut, voil l'uvre par excellence qui fondera la rpublique. Aussi les instituteurs sont-ils les ouvriers ncessaires de cette rvolution que Lamartine attend; et il rve une "association libre, pour la direction religieuse, morale et politique de l'esprit des instituteurs dans la Rpublique". Mazzini  son tour s'est fait matre d'cole; et j'ai visit, dans le Transtevere, un tablissement populaire d'ducation o l'on enseigne  des enfants d'ouvriers un catchisme spiritualiste tir de ses livres. L'association, pour les adultes, est un moyen merveilleux: ils s'apprennent par elle  cooprer,  dpasser les fins individuelles, et  jouir de se sentir peu de chose, au service de quelque chose de grand.
Je dois le dire; Lamartine tait trop improvisateur, il avait l'imagination trop paradisiaque pour  apercevoir les difficults extraordinaires de cette tche; il se contente de la voir en perspective, comme une alle un peu montante, mais agrable.
En somme il ne s'agit de rien de moins que de faire l'homme  nouveau. Mazzini, moins heureux et qui a lutt davantage, connat mieux les rsistances froces de l'gosme. C'est lui qu'il faut couter ici. Il sait, et il ne dissimule pas, qu'il faudra dchirer et fouiller la nature, en son fond; qu'il faudra aller jusqu' l'asctisme. A cette profondeur seulement les germes vivaces de l'gosme seront atteints, la vie pour les autres apparatra comme le salut, et la premire substruction de la rpublique sera bien assise.
"Je crois, dit-il, que nous ne pourrons jamais rendre l'homme plus digne, plus aimant, plus noble et plus divin - ce qui est notre fin et notre but sur la terre - en nous contentant d'entasser autour de lui des moyens de jouissance, et en lui proposant pour but de la vie cette ironie qu'on appelle le bonheur.... Ouvriers mes frres, comprenez-moi bien: les amliorations matrielles  sont indispensables et nous lutterons pour les obtenir, non pas parceque la seule chose ncessaire  l'homme est d'tre bien log et bien nourri, mais parceque vous ne pouvez pas avoir conscience de votre propre dignit ni vous dvelopper intellectuellement tant que vous tes absorbs, comme aujourd'hui, par la lutte incessante contre le besoin et la pauvret. - Vous travaillez dix ou douze heures par jour, comment trouverez-vous le temps de vous instruire? Le plus grand nombre d'entre vous gagne  peine de quoi subvenir  ses besoins et  ceux de sa famille, comment vous procurer les moyens de faire votre ducation?... La pauvret vous empche souvent d'obtenir justice comme les hommes des classes plus leves, comment apprendrez-vous  aimer et  respecter la justice? - Il est donc ncessaire que votre condition matrielle s'amliore pour que vous puissiez progresser moralement. Il faut que vous receviez un salaire qui vous permette de faire des conomies, de manire  vous rassurer sur l'avenir et, par dessus tout, il faut purifier vos mes de tout sentiment de rvolte et de vengeance, de toute pense injuste  l'gard de ceux-l mme qui ont t injustes envers vous. Vous devez lutter pour obtenir toutes ces amliorations dans votre situation, et vous les obtiendrez, mais recherchez-les comme des moyens et non comme le but; recherchez-les par sentiment du devoir et non pas seulement du droit.... Si vous n'agissez pas ainsi, quelle diffrence y aura-t-il entre vous et ceux qui vous ont opprims? Ils vous ont opprims justement parcequ'ils ne recherchaient que le bonheur, la jouissance et la puissance.... Un changement d'organisation sociale aura peu d'effet tant que vous conserverez vos passions et votre gosme...."
Jamais, je crois, aucune doctrine politique ne fut empreinte d'une telle grandeur morale. Celle-ci est vraiment une application de l'Evangile. La vertu se prsente comme la seule chance de russite dans les faits, comme la ncessit premire dont rien ne dispense. Il faut que l'humanit s'apprenne  passer par la porte troite. La rpublique sera religieuse, ou elle succombera.
De ces principes gnraux drivent des programmes d'institutions ou de rformes. Je n'entre pas dans le dtail, o nos guides quelquefois se sont fourvoys. Il me suffit d'avoir expos leur thse en ce qui demeure, et je crois l'avoir fait fidlement.


 3.
 
Cette politique est radicale, au sens tymologique du mot, c'est--dire qu'elle pousse ses racines jusqu'au fond de la pense, et s'attache  la ralit suprme. Les personnes qui n'ont absolument point de besoins religieux ne la comprendront gure. Et, chez nos politiques d' prsent, en particulier chez nos politiques radicaux, les besoins religieux semblent faibles. Aussi cette conception des deux fiers romantiques a-t-elle recul loin dans le pass.
Je n'ai pas d'autorit pour la juger, ni mme pour la louer. J'observe seulement qu'on ne lui oppose point qu'elle est fausse, mais qu'elle est chimrique. Lamartine, George Sand, Michelet, Barbs, Mazzini attendaient trop de l'homme, lui demandaient trop. Ils l'ont cru capable de se conduire; l'exprience fait voir qu'il en faut rabattre. Leur morale dmocratique est trop escarpe dcidment, et bonne pour des saints vivant en chartreuse.
L'optimisme de ces "vieilles barbes de 48" a donc paru d'une prsomption extrme. Les thoriciens  plus rcents, qui ont regard l'homme du point de vue de la zoologie, les ddaignent. Taine et Sumner Maine ont trait rudement ces rves de gouvernement populaire; ils ont estim que les principes de la Rvolution franaise ne furent rien qu'une bravade purile contre l'irrsistible nature, laquelle asservit l'animal humain  son estomac,  son apptit de pouvoir et de lucre.
Des partis se sont forms et entrechoqus, divers en apparence, identiques dans le principe (qui est toujours, ici et l, le matrialisme politique) d'une part le collectivisme marxiste; d'autre part le jacobinisme  la faon de Robespierre; puis le clricalisme qui, psychologiquement, suppose la mme structure d'esprit; enfin le bismarckisme, ou politique des rsultats, avec l'opportunisme ou politique des expdients, entre lesquels, au fond, il n'est point d'autre diffrence que celle du temprament des hommes, poignet de fer ou bras de coton. La raison d'Etat, odieuse  nos idalistes de 1848, n'a pas fini de rgner. Il n'est point de gouvernement ni de secte qui n'ait apport son encens  ce Baal-Moloch.
Nous voyons de nos yeux o cette orientation nouvelle nous a mens. Les luttes des classes se sont exaspres, les ouvriers ont d arracher leur pain du jour par la menace ou la violence; l'envie  de dpossder les heureux a ramass le vieux masque des proscriptions religieuses du XIVe sicle contre le Juif; les catastrophes financires se sont multiplies; les Etats se sont entre-regards en serrant les poings; un militarisme extnuant, jusqu' l'impossibilit matrielle de subsister, a fond, dans chaque nation, la prminence de la caste guerrire sur la peur mme de la guerre; la possession peu sre du pouvoir est devenue une sorte de ferme  exploiter htivement, et les Parlements se sont ouverts, comme des foires permanentes, au trafic des faveurs et des votes;  frquents intervalles, des scandales irrpressibles laissent entrevoir une corruption profonde sous la crote mince des hypocrisies officielles....
Apparemment, il s'est commis une erreur quelque part, et, comme chaque parti politique,  tour de rle, s'est montr infirme autant que les autres, il faut croire que cette erreur a vici notre commune ducation. Je dirais qu' droite comme  gauche nos politiques ont tous une mme philosophie empirique - oppose  celle de Mazzini et de Lamartine, - s'il n'tait manifeste qu'ils se vantent de n'en avoir aucune. Ce sont des spcialistes. L'administration des Etats est devenu un commerce, avec ses risques professionnels et ses bnfices. Le gouvernement ne s'inspire d'aucune philosophie. Il ne vise plus  orienter les hommes dans le sens o Dieu les appelle. Et les hommes ne lui demandent que de leur garantir leur pain du jour. Voil, peut-tre, o gt l'erreur.
Peut-tre devions-nous, en effet, demander plus, demander trop  notre infirme nature, pour en obtenir assez. Peut-tre faut-il  prsent retourner vers les sommets de la discipline spirituelle. Ces sommets sont pres sans doute, aria peragro loca: mais c'est l-haut seulement que l'action a sa source.

J'ai achev, Mesdames et Messieurs, du mieux que j'ai pu, la tche que je m'tais trace. Tche un peu lourde pour vous, que ce sujet austre n'a pas dlasss; mais aimable pour moi, car c'est un profit de ressaisir les conceptions leves de ces deux politiques dmods; et ce m'est une douceur de rapprocher fraternellement devant vous la pense d'un Italien et celle d'un Franais.
Un mot encore. Le 27 mars 1848, Alphonse de Lamartine, qui se trouvait alors Ministre des Affaires trangres dans le gouvernement provisoire de la Rpublique franaise, reut  l'Htel-de-ville de Paris une dputation de volontaires italiens, conduite par Joseph Mazzini. Dans cette rencontre mmorable, le grandhomme de chez nous dit au grand homme de chez vous: "Et moi aussi, je suis un enfant, un enfant d'adoption de votre chre Italie.... Votre soleil a chauff ma jeunesse et presque mon enfance. Votre gnie a color ma ple imagination; votre libert, votre indpendance, ce jour que je vois enfin surgir aujourd'hui, a t le plus beau rve de mon ge mr... Allez dire  l'Italie qu'elle a des enfants aussi de ce ct des Alpes! Allez lui dire que si elle tait attaque dans son sol ou dans son me, dans ses limites ou dans ses liberts, que si vos bras ne suffisaient pas  la dfendre, ce ne sont plus des vux seulement, c'est l'pe de la France que nous lui offririons pour la prserver de tout envahissement! Et ne vous inquitez pas, ne vous humiliez pas de ce mot, citoyens de l'Italie libre!... Nous ne voulons plus de conqute qu'avec vous et pour vous: les conqutes pacifiques de l'esprit humain. Nous n'avons plus d'ambitions que pour les ides. Nous sommes assez raisonnables et assez gnreux sous la rpublique d'aujourd'hui, pour nous corriger mme d'un vain amour de gloire."
Ce discours n'tait pas frivole: l'vnement l'a fait voir. Cinquante-et-un ans aprs, j'ai voulu le rpter ici, en symbole de ma reconnaissance pour votre accueil, et de ma foi en la coopration fraternelle des peuples.





PARTE TERZA..
STORIA.

Pio nono e Pellegrino Rossi. ERNESTO MASI.

I moti di Napoli nel 1848. FRANCESCO NITTI.

La Sicilia e la Rivoluzione. FRANCESCO CRISPI.

I moti toscani del 1847 e 1848: loro cause ed effetti. NICCOL NOBILI.


PIO NONO E PELLEGRINO ROSSI.
 
CONFERENZA DI ERNESTO MASI.

Continuo il tema che mi fu assegnato l'anno scorso.
Mi fermai al 16 luglio 1846, e, riepilogando l'effetto immenso, profondo, fulmineo del grand'atto compiuto da Pio nono, col perdonare a tutti i condannati politici, precorsi alquanto il tempo seguente. Mi conviene ora ridare alla cronologia tutti i suoi diritti: imprescrittibili sempre, pi che mai lo sono a proposito di Pio nono. La sua gloria di primo promotore, nell'ordine dei fatti (s'intende), del risorgimento politico italiano ha non solo gli anni, ma i mesi, i giorni, le ore contate.... E a passar oltre sbadatamente si rischia di non comprender pi nulla n della storia, n dell'uomo.
La storia diviene una diatriba politica tutta pro o tutta contro, a seconda della fazione che la inspira; l'uomo un cos confuso mistero di luce e di buio, di bene e di male, che la sua stessa personalit si oscura e si dilegua quasi del tutto, n  pi possibile distinguere e determinare la responsabilit sua e quella degli altri personaggi, portati via via accanto a lui o sbalzati lontano dalla bufera rivoluzionaria, che, non volendo, egli ha sollevata.
Chi guardasse soltanto ai primi effetti e cos straordinari dell'opera di Pio nono, ci sarebbe quasi per un momento da scambiarlo per uno degli Eroi del Carlyle, la potenza creatrice dei quali  la sola realt naturale, che, secondo il filosofo inglese, domini la storia. Questo, che  un po' il concetto medesimo del Machiavelli, per cui pure la volont, l'energia, l'intelligenza individuale dei grandi uomini sono la causa unica di tutti i maggiori avvenimenti, non s'attaglia per che come un'apparenza fuggevole a Pio nono.  giusto soggiungere bens, che, nelle complicazioni via via crescenti sempre pi della storia moderna e contemporanea, tale concetto s'attaglia a tutti i grandi uomini sempre meno.
Al Carlyle derivava da quella metafisica tedesca, per la quale la storia non era che l'incarnazione visibile d'un'Idea: e al posto dell'Idea il  Carlyle mise l'Eroe. Ma se quest'attenuazione o trascrizione inglese d'uno schema storico puramente metafisico  resa pi pratica, pi positiva, pi francese, direi, dal Taine, che al posto dell'Idea e dell'Eroe ha messo un Fatto, da cui tutti gli altri provengono, e lo ha suddistinto nelle tre categorie: razza, ambiente, momento, che all'osservazione psicologica dovrebbero far scoprire il documento umano nella storia, Pio nono, il nostro eroe, non se ne vantaggerebbe molto di pi, perocch in lui  tale sproporzione coll'ambiente e il momento, che prima ancora che il momento passi e l'ambiente si muti, l'eroe  gi quasi scomparso. Ne ebbe la chiara visione egli stesso, e l'ebbe (sia detto a lode della sua sincerit) e l'ebbe prima d'ogni altro, quando nella piena luce della sua apoteosi: "mi vogliono un Napoleone, diceva, mentre io non sono che un povero curato di campagna!"
Non per questo diviene vera e giusta l'affermazione del repubblicano federalista, Carlo Cattaneo: "Pio nono fu fatto da altri e si disfece da s"; non per questo diviene vera e giusta l'affermazione del mazziniano Aurelio Saffi: "il papa delle speranze e dei desiderii degli Italiani non esistette mai nella storia." No, Pio nono non si disfece tutto da s. Molti altri aiutarono: lo stesso Cattaneo e i suoi correligionari fra i tanti. No. Il Pio nono dal 16 luglio 1846 fino all'Enciclica del 29 aprile 1848, con cui disert la causa italiana, fu una vera e grande realt della storia, e a cui Aurelio Saffi credette allora non meno di tutti gli altri.
Pi giusto, pi vero, se mai, lo stornello contemporaneo del Dall'Ongaro:

Chi grida per le vie: viva Pio nono,
Vuol dir: viva la patria ed il perdono!
La patria ed il pardon vogliono dire
Che per l'Italia si deve morire...;

espressione schietta d'un sottinteso, che sfugg allora a Pio nono al pari che a tutti gli altri, siccome sfugg allora a tutti, per esempio, che mentre il 16 luglio 1846 era concessa l'amnistia ai condannati politici, il 18 del mese stesso si concedevano premi e decorazioni ai benemeriti, i quali avevano represso il moto liberale di Rimini del 1845.
Pio nono non s'accorse, che l'amnistia volea dire guerra all'Austria e indipendenza italiana, e niun altro s'accorse del pari, che fra quei premi, quelle decorazioni e l'amnistia era un'antitesi cos balorda, da escludere persino il sospetto che fosse stata voluta. Un solo storico, e fra i meno noti, registr  questo fatterello, Benedetto Grandoni, un moderato e fanatico di Pio nono, ma fratello a quel Luigi Grandoni, ardente repubblicano e suicidatosi in carcere, perch sospettato correo nell'assassinio di Pellegrino Rossi; contrasto intimo di famiglia codesto, da poter esso pure sembrare fortuito e insignificante, se non rappresentasse in piccolo quel ben pi largo, vario ed universale contrasto, in cui moderati, repubblicani, riforme, costituzioni, costituenti, popoli, principi, insurrezioni, guerre, monarchie, repubbliche, tutto il gran moto nazionale, iniziato da Pio nono, fu travolto e precipitato in una sola, identica ed immensa ruina.
Parecchi mesi erano passati dall'amnistia, e le buone intenzioni del nuovo Papa erano rimaste intenzioni: Segretario di Stato il cardinal Gizzi, perch Massimo d'Azeglio l'avea pubblicamente giudicato uno dei meno peggio fra i cardinali, qualche circolare, qualche Commissione (i soliti armeggii di chi non sa che pesci pigliare), ma di vere riforme neppure un principio.
Nonostante il popolo non si saziava di adorare Pio nono e d'incitarlo con le continue manifestazioni del suo entusiasmo e delle sue speranze, fra le quali, oltre alle solite d'ogni sera, sono rimaste celebri quella dell'8 settembre col grand'arco di  trionfo a piazza del Popolo e il delirio di grida e di applausi, che accompagn il trionfatore, e quella del 4 novembre, in cui gli applausi e le grida furono invece tanto minori, appunto per ammonire il Papa, che era finalmente tempo di muoversi.
Si mosse di fatto: accrebbe il numero dei laici nella Commissione per la riforma dei codici; fra gli altri il Silvani, un rivoluzionario del 31; pens a frenare il vagabondaggio; promise le ferrovie: bazzecole, se si vuole, ma il popolo e il suo tribuno, Ciceruacchio, non dovevano stentar molto a concluderne, che il loro schiamazzo o il loro silenzio entravano dunque per molto nelle risoluzioni del Papa, le cui esitanze avevano, si diceva, due cause segrete: gli ammonimenti dell'Austria e l'opposizione della Corte e della Curia Romana.
Altri pretende che egli stesso repugnasse ad andar oltre. Non credo! L'idillio  vero e schietto ancora da ambe le parti: nel popolo, che chiede, nel principe, che concede. Ma il popolo  ombroso, geloso del suo idolo, e l'11 novembre al banchetto del teatro Alibert, Ciceruacchio, fra gli osanna a Pio nono, fa gi vedere nel suo rude linguaggio qualche baleno di minaccia:

Se alcun, corpo di Dio, de' rei nemici
Fa un passo avanti.... noi gi semo intesi!


E l'anno 1846 finisce con due fatti, che mirano essi pure a schiarire la mistica nebbia, in cui l'idillio papale  ancora tutto ravvolto: la celebrazione del primo centenario della cacciata degli Austriaci da Genova e l'eco dolorosa della morte di Federico Confalonieri, il martire dello Spielberg, accaduta mentre tornava in Italia, attratto appunto da questo miracoloso chiarore di alba, che era spuntato sulla cupola di San Pietro.
A capo d'anno del 1847 nuovi e sviscerati applausi ed augurii a Pio nono, di cui gli ottimisti presagivano sempre mirabilia, senza che mai l'effetto rispondesse, onde un acuto osservatore, Pellegrino Rossi, che, quantunque Ministro di Francia a Roma da quasi due anni, considerava nondimeno quanto accadeva sotto i suoi occhi con vero cuore d'italiano, se in sulle prime s'era sentito vinto e rapito esso pure da tutto quel nuovo spettacolo e descrivendo al Guizot le dimostrazioni popolari per l'amnistia diceva: "immagini una magnifica piazza, una notte d'estate, il cielo di Roma, una folla immensa, lagrimante, commossa, che riceve con amore e rispetto la benedizione del suo pastore e del suo principe, ed Ella non sar stupita se aggiungo d'aver partecipato all'emozione generale," Pellegrino Rossi, dinanzi alla lunga inazione di  Pio nono, scriveva ora invece allo stesso Guizot: "questo non  un ideale di governo, bens un governo allo stato d'idea."
E intanto la marea popolare pian piano saliva e salendo si ordinava: uscivano giornali; si aprivano circoli; le provincie fraternizzavano colla capitale; mentre da parte del Papa il 19 aprile si concedeva a mala pena una Consulta di Stato, estremo limite di riforme per lui in quel momento, principio invece di ben pi larghe riforme per tutti gli altri; principio insomma d'un equivoco ancora latente, ma che al Rossi pareva non dover tardar molto a chiarirsi, sicch osservando quelle continue dimostrazioni popolari, dal genio tribunizio di Ciceruacchio improntate gi quasi di un carattere di disciplina e di simmetria militare, a chi si compiaceva di quel bell'ordine: "fin troppo bello, rispondeva, perch rassomiglia gi ad un'organizzazione!" E per un dottrinario alla Guizot, come molti lo giudicano, vedea abbastanza bene, mi sembra, la realt sotto le apparenze!
La debolezza del governo si palesava poi ogni giorno di pi colla mancanza ovunque di sicurezza pubblica e con brutti torbidi in Roma fra una classe e l'altra d'operai o fra plebe ed ebrei, con forte sospetto, che fossero sobillati da austriacanti  e gregoriani. Ed ecco domandarsi a difesa la Guardia Civica, istituzione, che noi abbiamo vista divenir ridicola e poi a poco a poco svanire, ma che allora era importantissima, uno anzi degli articoli di fede del Credo liberale.
Non volle saperne il cardinal Gizzi e si dimise. Tutt'al pi avrebbe consentito a rifare i Centurioni alla Bernetti. Che cime d'intelligenze anche allora fra certe aquile del Sacro Collegio!! Ma quella del Gizzi era essa una dimissione od una fuga?
Siamo alla vigilia del primo anniversario dell'amnistia, ed il popolo, si pu credere, s'apparecchiava a festeggiarlo pi che mai. Ad un tratto, che ? che non ?... voci paurose si diffondono che l'Austria, d'accordo coi cardinali pi avversi a Pio nono, coi Gesuiti e coi retrivi, trama di suscitare gravi disordini nell'Italia centrale per pescarvi un pretesto d'intervento e farla finita subito con tutto questo tramesto riformista, che le puzza forte di rivoluzionario; i peggiori arnesi della vecchia polizia pontificia sbucano dal guscio delle loro paure e si mostrano di nuovo per Roma baldanzosi, insolenti; essere accorsi, dicevasi, briganti e borghigiani di Faenza, avanzi di sanfedismo, pronti al sangue e al saccheggio; monsignor Grassellini,  governatore di Roma, di balla con essi; non altro aspettarsi che l'opportunit di agire.
Ciceruacchio ne  informato; fa sospendere e rimandare tutte le feste gi preparate; raduna i suoi seguaci pi fidi; rincorre i sanfedisti; alcuni arresta, altri sbanda, altri costringe alla fuga; mette insomma il campo a rumore; ottiene un armamento provvisorio della Guardia Civica; fa destituire ed esiliare il Grassellini; s'incomincia un processo, la trama  sventata, ed il Gioberti pu senz'altro paragonare Ciceruacchio a Cicerone, quando salv Roma dalla congiura di Catilina.
Tuttoci era avvenuto a vista ed a saputa di tutti; un proclama del nuovo Governatore di Roma l'aveva ufficialmente confermato. Eppure, lo credereste? Questa, che si chiam allora la gran congiura di Roma  da moltissimi scrittori negata; da altri tenuta in conto d'una fantasmagoria insignificante, che solo l'immaginazione popolare ingross, da altri infine  mutata addirittura in una cospirazione dei liberali contro i retrogradi.
Due circostanze per, messe ora in piena luce, chiariscono il mistero: l'una  la contemporaneit d'un simile tentativo in altre dieci citt italiane, l'altra  l'occupazione improvvisa di Ferrara per parte degli Austriaci il 17 luglio 1847.

A questa avea preceduto l'offerta d'intervento armato nelle quattro Legazioni fatta dal Metternich a monsignor Viale Prel, nunzio a Vienna, avversissimo a Pio nono, e confermata in Roma al cardinal Gizzi dal conte Lutzow, ambasciatore austriaco. La quale offerta  provata dalla corrispondenza diplomatica dei due residenti inglesi di Vienna e di Firenze con Lord Palmerston e da quella del Conte di Revel, ambasciatore di Sardegna a Londra, col suo Ministro degli esteri.
Non accettata l'offerta, fu tentato provocar l'intervento, eccitando tumulti nell'Italia centrale, con che quella vecchia volpe del Metternich si proponeva due fini, come apparisce dalle sue lettere e dalle sue Memorie, l'uno che se il tentativo riusciva si percorreva al solito in sembiante di restauratori dell'ordine mezza Italia e tutto era finito; l'altro, che se il tentativo non riusciva, la brutale violenza dell'occupazione di Ferrara avrebbe provocato in modo il sentimento degli Italiani, che il riformismo, messo in voga da Pio nono, avrebbe per forza dovuto strapparsi la maschera e lasciar prorompere la rivoluzione e la guerra, e allora bazza a chi tocca, ma almeno s'avrebbe avuto di fronte un corpo, una cosa salda, e non un'ombra inafferrabile, e in ogni modo gli si sarebbe piombato addosso,  mentre era ancor debole, scompaginato e, nell'opinione del Metternich, assai pi impotente di quello che si mostr in realt.
La cosiddetta congiura di Roma  dunque veramente esistita, e grande o piccola che sia stata, un'ignobile bricconata fu di certo e tutta opera del Metternich, degli austriacanti e dei nemici di Pio nono.
Se  parsa dubbia a taluno, se gli storici clericali si sono valsi di questa incertezza per negarla, se rest un abbozzo, anzich un quadro finito, ci non toglie nulla al merito del politico senza scrupoli, che la invent e la promosse, tanto pi che se il primo de' suoi calcoli and fallito, il secondo riesc appuntino, e l'occupazione di Ferrara acceler a precipizio tutto il moto italiano, chiuse il periodo delle riforme e inizi quello delle costituzioni, delle insurrezioni e della guerra d'indipendenza, la vera cio, la grande rivoluzione del 1848.
Ma un altro dubbio sorge qui. V'ha chi pretende nient'altro che Pio nono fosse gi complice dell'Austria in questo momento e gi pensasse a fuggire da Roma e gi avesse chiesto egli stesso l'intervento dell'Austria. Se non che alla gratuita affermazione di pochi manca persino ogni apparenza di prova, mentre invece basta riflettere che se il Papa  l'avesse voluto, nessuno l'avrebbe allora impedito e che niente avrebbe giovato meglio al Metternich, per tagliar corto alle proteste del Papa sull'occupazione di Ferrara, e screditarlo per sempre nell'opinione liberale, del rivelare il segreto della sua complicit. No. Non si esclude che tra il Metternich ed il Viale Prel a Vienna, tra il Lutzow ed il Gizzi a Roma qualche trattativa fosse corsa, e forse  in ci il motivo della dimissione del Gizzi e la spiegazione dello strano motto del suo successore, Gabriele Ferretti, alla Guardia Civica di Roma, convocata per la tutela dell'ordine: "mostriamo all'Europa che noi bastiamo a noi stessi;" ma pel Metternich, come si rileva da una sua lettera al Ficquelmont del dicembre 1847, Pio nono  ancora un capo di Carbonari, riescito, non si sa come, a cingersi la tiara di San Pietro, n il principe Cancelliere avrebbe giuocata coll'occupazione di Ferrara l'ultima carta, se avesse avuto tanto in mano da potersi sbarazzare di colpo e senza rischio d'un tale avversario.
Alla popolarit di Pio nono la congiura di Roma e l'occupazione di Ferrara giovarono; ma tre conseguenze si manifestarono subito: l'odio alla Corte e alla Curia, che espresso da pochi per le vie fin dal marzo nel grido: Viva Pio nono solo, divenne  ora il grido di tutti; l'allargarsi del moto riformista, il quale, se in Roma aveva gi quasi compiuta tutta la sua parabola ascendente, agit ora nello stesso modo Napoli, Palermo, Milano, Torino, Firenze, e infine l'aspirazione nazionale a cacciar l'Austria dall'Italia, che, dissimulata finora sotto il velo delle riforme, proromper fra breve con un entusiasmo irresistibile e dar, ripeto, tutto il suo genuino carattere alla rivoluzione iniziata coll'amnistia di Pio nono.
E comincia pure (se non sarebbe meglio dire: continua) l'equivoco fatale, per cui ogni atto, ogni parola del Papa si traggono ad un senso maggiore, pi largo e in sostanza diverso, che non abbiano in realt, e solo uno schiarimento ch'egli voglia dare del suo pensiero, de' suoi scrupoli o delle sue ripugnanze s'interpreta prima per un artificio e una vittoria dei gesuiti o degli austriacanti, poi per una sua defezione e finalmente per un vero e proprio tradimento alla causa italiana.
La Consulta di Stato, che per lui era il non plus ultra delle sue concessioni, si tira subito ad un principio di governo rappresentativo, e non sono i soli democratici e gli esaltati ad interpretarla cos, ma gli stessi moderati, che della Consulta fanno parte. L'aver restituita a Roma una rappresentanza  municipale pare al Papa un gran che e da doversene contentare i pi esigenti. In quella vece la rappresentanza municipale chiede subito, come complemento necessario d'ogni riforma, la Costituzione, mentre d'altro lato cardinali, diplomatici, Gesuiti assediano Pio nono, perch non si lasci andare alla corrente e profetizzano scismi, eresie, il finimondo, ad ogni nuova sua concessione.
Delle ambiguit, delle incertezze, dell'innanzi e indietro di questa bizzarra situazione, il satirico popolare romanesco d torto agli altri e non al Papa:

Ch tra Erode e Pilato, Anna e Caifasso
Io, er Papa dir, me chiamo gesso;
Cor una mano scrivo e l'antra scasso.

Ed anche il grande satirico toscano lo scusa:

Col parapiglia di questi anni addietro,
Oh remerebbe adagio anche San Pietro!

Se non che il Radetzky a Milano s'incarica esso d'accentuare le provocazioni del Metternich, fors'anco al di l delle intenzioni del principale; al Viva Pio nono la soldatesca austriaca risponde a fucilate; si massacrano vecchi, donne, fanciulli; sono quelli, che Massimo d'Azeglio chiam i lutti di  Lombardia; ed in Roma nella stessa protesta vedete uniti i nomi di Ciceruacchio e di Marco Minghetti e nella stessa chiesa a pregar pace alle anime delle vittime, democratici e consultori di Stato, la bizzarra principessa Belgioioso e la saggia contessa Antonietta Pasolini.
D'ora in poi gli eventi non si seguono pi, ma s'accumulano, s'accavallano, come le onde d'un mare in tempesta, n bastano neppur pi le date a distinguerli, perch esse pure si rincorrono, e si confondono le une sulle altre. Palermo insorge il 12 gennaio 1848; il 29 il Borbone di Napoli d la costituzione; l'8 febbraio l'annuncia Carlo Alberto; il 17 il Granduca di Toscana; il 22 Parigi caccia gli Orlans e proclama la repubblica; il 13 marzo la stessa fedelissima Vienna insorge e manda a rotoli quell'onniveggente Principe di Metternich, che era persuaso d'aver imbrigliato il mondo per sempre; il 18 marzo Milano, e dopo una lotta eroica caccia gli Austriaci; il 22 Venezia, e l'Austriaco Zichy si perde d'animo dinanzi a un filologo e a un avvocato, a Tommaso ed a Manin; il 29 marzo Carlo Alberto passa il Ticino.
Mi fermo, signore, ch non abbiate a dire che io sto compilandovi un calendario. Ma appunto questa ressa incalzante di date, questa rapidit vertiginosa  di eventi sono la caratteristica principale di questo tempo e spiegano meglio di molte parole il delirio, la febbre, il tumulto, che investono, sconvolgono e trascinano tutto e tutti. In men di tre mesi l'Italia  costituzionale, la lotta per l'indipendenza  cominciata, l'Europa  in fiamme.
Pensate ora quello che doveva passare nell'animo di Pio nono, nell'animo di quel povero curato di campagna, quando, contemplando dall'alto del Quirinale l'universale pandemonio, che gli turbinava dinanzi, e rientrando in s stesso, doveva dirsi: "e sono io, proprio io, che ha dato le mosse a tutto questo! tutti questi popoli si rovesciano l'uno contro l'altro, acclamando il mio nome! sono io la prima favilla, che ha fatto divampare questo incendio!"
Se non si tien conto di questo smarrimento angoscioso dell'animo di Pio nono; se non si tien conto del dubbio terribile, che lo travaglia, d'avere per un fine politico messa in pericolo la religione; se la sua defezione seguente, la quale fu certo una delle cagioni principali della rovina di tutto il moto italiano ed europeo del 1848, si vuole arrecare o tutta all'insita e insuperabile contraddizione, che  fra il dogma e la libert, fra il Papato e l'Italia, o tutta alla malafede e alla dappocaggine di  Pio nono, che tratto dalla vanit delle lodi e degli applausi non chiede di meglio che farsi strumento ad una tregenda d'inganni per meglio dominare le coscienze e ribadire la servit dell'Italia, non si comprende Pio nono, n si  equanimi e giusti verso gli uomini politici, che da prima gli si accostarono, n si valutano i fatti come sono. Appunto perch quella contraddizione esisteva (non assoluta, perch nulla v' d'assoluto nei fatti umani) appunto perch quella contraddizione esisteva ed esiste, era ed  naturale ancora, che vi fosse allora e che vi sia ora, chi credeva e chi crede alla possibilit di toglierla di mezzo o di conciliarla. Appunto perch Pio nono non  un Napoleone, come diceva egli stesso, bens un povero curato di campagna, tanto pi sono palesi cos la sua imparit alla mole di eventi, che gli si rovesci addosso, e la sua imprevidenza, come la sua buona fede e la sua innocente meraviglia, il suo accusar tutti di ingratitudine, le sue esitanze, i suoi inutili tentativi di fermarsi e di retrocedere e finalmente la sua defezione.
A questo tragico momento della sua vita, in cui miseramente affondarono la sua gloria, il suo nome, ogni sua benemerenza patriottica, quello stesso ideale forse, sia pure irraggiungibile, ch'egli avea creduto di rappresentare (e che altro sono, del resto, la vita e la storia se non una continua corsa verso ideali irraggiungibili?) a questo tragico momento della sua vita la reazione era l pronta a spalancargli le braccia ed egli, da quel debole uomo che era, vi si gett, vinto, disilluso, sottomesso, pentito.
Sbaglier, ma questo, secondo me,  il Pio nono della storia, non quel machiavellico tiranno a nativitate, che radicaleggianti e mazziniani ci dipingono; non quella vittima sacra all'eccidio e perci appunto inebriata d'applausi e coronata di fiori dai liberali d'ogni tinta, che ci  rappresentata dal Padre Bresciani nell'Ebreo di Verona e da tutta la massoneria gesuitica e gesuitante; non quell'ombra vana, fatta di nulla, mai esistita nella realt e nella storia, ma soltanto in una aberrazione momentanea della fantasia popolare, che il Cattaneo ed il Saffi pretendono, e i cui errori e le cui colpe i radicali e i repubblicani attribuiscono tutte, per odio di partito, ai riformisti ed ai moderati, e questi alla lor volta attribuiscono tutte ai radicali e ai repubblicani, come se buona parte di quegli errori e di quelle colpe non spettasse rispettivamente agli uni ed agli altri, e come se i retrogradi, gli austriacanti, la Corte, la Curia Romana ed i Gesuiti non avessero approfittato egualmente degli errori e delle colpe di tutti, per riconquistare il terreno, che le prime mosse di Pio nono aveano fatto perdere loro e, a quel che pareva, per sempre.
Se non che tali polemiche partigiane, surrogate ormai da tante altre peggiori, sono oggi fuori di moda. L'odierno positivismo storico, alquanto volgaruccio e che spesso si scambia, non so perch, per libert di pensiero, le scarta tutte, riferendo la grande illusione destata da Pio nono e i successivi disinganni e la catastrofe finale all'assoluta contraddizione storica e dottrinale, che  fra dogma e libert, Papato ed Italia, e concludendo: " accaduto cos, perch doveva accadere cos e non poteva accadere altrimenti." Ma che razza di positivismo  mai questo, che introduce una simile e cos inesorabile fatalit nella storia? che per amore d'un preconcetto, sia vero o no, toglie ogni significato e ogni ragion d'essere ai fatti come accaddero e persino ai principali attori della storia ogni responsabilit? Perocch se quella contraddizione  cos assoluta e le conseguenze di essa sono cos fatali, in tal caso, mi pare, il primo a dover uscire assolto da ogni torto avrebbe a essere Pio nono. Mettete pure un Napoleone al posto del povero curato di campagna, e il risultamento potrebbe forse essere diverso? E che vogliono significare allora tutti quei popoli, che insorgono, e tutte quelle franchigie e libert rivendicate, e tutte quelle battaglie combattute al grido di viva Pio nono in Italia e fuori d'Italia?
 tale e cos grande spettacolo e cos nuovo nella storia, che lo stesso Pio nono, quantunque angosciato gi di mille scrupoli e di mille dubbiezze, ne  estasiato per primo, e dopo avere nell'allocuzione del 10 febbraio 1848, scritte le parole famose: "benedite, gran Dio, l'Italia", ripete a viva voce il giorno seguente a tutto il popolo quelle parole medesime, che avranno un'eco cos potente, e quando Milano e Venezia e Parigi e Vienna sono insorte al grido di viva Pio nono, egli nell'allocuzione del 30 marzo non potr a meno di dirsi commosso che i conforti della religione abbiano preceduto col i pericoli dei cimenti e inspirati quegli eroismi patriottici, quei sentimenti di generosit verso i vinti, tutti segni esteriori di quell'accordo pieno, e sia pur momentaneo, di tutte le facolt della coscienza umana, che form allora la poesia nuova, l'universalit vera e mai pi rinnovatasi di tutto il moto del 1848 e che sia pure dinanzi alla critica filosofica una grande illusione, non  meno un fatto per questo, i cui ricordi Cesare Correnti (un progressista impenitente) chiamava tanti anni dopo, con una delle sue frasi sentimentali, le reliquie d'un amore tradito, e su cui ben meschino  il positivismo storico, che pu passare senza rispetto, senza risentirne le profonde emozioni di quei giorni, e peggio ancora che pu sfatarlo del tutto per orgogli razionalisti, che in sostanza valgono quanto la fede delle beghine, o per passioni politiche, che valgono ancora di meno.
Fino a questo momento  il sogno del Primato di Vincenzo Gioberti, che sembra divenuto realt; fino a questo momento Pio nono  quel Papa e l'Italiano  quel popolo, che il Gioberti ha sognato. La situazione  dominata ancora da questa potente idealit, e per qual via si giunge a vederla poi dominata invece da un'idealit affatto opposta, e surrogato insomma, per dir tutto in una parola, al Gioberti il Mazzini? Per via dell'equivoco, che passa fra Pio nono ed il popolo, al quale equivoco ho gi accennato, e che ingrossando via via compir il vero e irrimediabile distacco. Quest'equivoco s'insinua come un cuneo tra popolo e principe, e a profondarlo sempre pi e ad affrettare il distacco raddoppiano i colpi i retrogradi da un lato e i demagoghi dall'altro. La malafede  qui, non  in quel popolo e in quel principe, sbalestrati entrambi, se si vuole, da una reciproca illusione, ma per parecchio tempo ancora entrambi, agitati gi forse da dubbi, scrupoli e dolorosi ricordi, ma schietti, sinceri, in buona fede nei loro intenti e nelle loro speranze. Quando questa buonafede verr meno nel popolo e nel principe, sar segno che retrogradi e demagoghi, gesuiti e mazziniani hanno compita l'opera loro.
O io m'inganno a partito, o questa (a volerla fare)  la psicologia, positivista davvero, che in quell'ambiente e in quel momento ci fa scoprire i documenti umani di questa storia.
In forza di quell'equivoco niuno porr mente alle riserve, che il Papa ha fatte, agli ammonimenti quasi severi e corrucciati, che si contengono nelle sue due allocuzioni del 10 febbraio e del 30 marzo. E le parole stesse, ch'egli, parlando al popolo dal balcone del Quirinale, ha immediatamente soggiunte al suo famoso: "benedite, gran Dio l'Italia" niuno le ha sentite o le ha volute sentire. Eppure egli avea detto chiaro e tondo: "non mi si facciano domande, che non posso, non debbo, non voglio ammettere," e Pellegrino Rossi, che sent quelle parole, disse, volgendosi a Marco Minghetti, ch'era con lui: "il Papa ha ricorso a un rimedio eroico; per questa volta sar esaudito, ma guai, se si avvisasse di riparlare al popolo; ogni suo prestigio sar perduto." E cos fu in realt!
D'ora innanzi si procede pi in fretta, ma la fiducia reciproca va scemando nel Papa e nel popolo, appunto perch il primo non concede, n resiste a tempo, e la concessione  sempre pi larga o slargata al di l delle sue intenzioni, ed al secondo pare sempre di non aver nulla ottenuto, se non ottiene di pi.
Cos in poco d'ora, dal 12 febbraio al 10 marzo, si passa da un Ministero misto di laici e di prelati ad un Ministero quasi laico del tutto ed in cui entra col Pasolini e col Minghetti Giuseppe Galletti, i primi due le pi spiccate figure del partito riformista e moderato nello Stato Pontificio, l'altro lo specimen precoce di quei radicali ed ex cospiratori, che a cuor leggero trapasseranno dal Ministero Papale alla rivolta del 16 novembre, da questa alla Costituente, dalla Costituente alla Repubblica.
Il 14 marzo anche Pio nono concesse la Costituzione, ed il Ministero che doveva attuarla, non solo non l'avea pensata e compilata lui, ma neppure la conosceva, perch manipolata in segreto da una Commissione di prelati e di cardinali. Pellegrino Rossi, appena vide quell'informe intreccio di poteri, di giurisdizioni e di diffidenti cautele, annientantisi l'una coll'altra, la giudic cos: " una guerra legalizzata fra sudditi e sovrano;" giudizio profondo, degno dell'uomo, ma giudizio solitario allora, e a cui nessuno partecip.
C'era ben altro! Ben altra guerra premeva: la guerra d'indipendenza, il porro unum necessarium del Balbo, ed ecco il Papa in conflitto prima di tutto con s stesso e coll'ufficio suo di pastore di tutti i Cattolici; ecco che il Ministero, il quale nella sua maggioranza non chiede di meglio che far la guerra e assecondare l'impeto d'entusiasmo, da cui  spinto tutto il paese, ecco che il Ministero si trova tosto alle mani il pi intricato dei problemi: far dichiarare al Papa la guerra contro una nazione cattolica, o come principe metterlo in aperto contrasto con gli stessi suoi Ministri e coi sudditi, tutti d'un animo in tale questione.
L'unica soluzione del problema pare una dieta federativa di stati italiani, a cui partecipi il Papa e che dichiari essa la guerra e stabilisca essa il contributo d'uomini e danaro spettante a ognuno dei confederati. Cos la responsabilit diretta del Papa sarebbe eliminata, ed i suoi scrupoli, legittimi o no, sarebbero quietati.

Chi n'avesse il tempo, signore, bisognerebbe seguire questo negoziato in tutte le sue fasi, vederlo trattato sotto tutte le forme, travagliarvisi intorno gli animi pi elevati e i pi eletti ingegni del tempo, indagare perch non riesca mai e quanto per colpa delle intrinseche sue impossibilit, quanto per colpa degli eventi e quanto infine per colpa degli uomini. Certo la sua non riescita  la cagione pi larga della rovina del gran moto del 1848, ma Pio nono, si noti bene, ci ha forse meno colpa di tutti gli altri, meno di certo degli statisti Piemontesi, i quali temono sempre di compromettere le aspirazioni dinastiche di Casa Savoia, meno di certo del Borbone di Napoli, il quale in piena malafede non pesca mai in questo negoziato se non un mezzo indiretto per domare la ribellione di Sicilia.
Ci  dimostrato dalle strane vicende della delegazione napoletana venuta in Roma a trattare e in cui fa la sua prima apparizione politica Ruggero Bonghi, e da quelle non meno strane dei negoziatori Piemontesi fino al Rosmini, il pi illustre, il pi sincero, il pi convinto di tutti, e che perci appunto si trov alla fine sconfessato da' suoi stessi mandanti.
Se non che mentre le pratiche diplomatiche per  la Lega e la Dieta si trascinavano senza conclusione in difficolt bizantine, i fatti s'incaricavano essi di concludere da s soli.
Carlo Alberto  gi in campo contro l'Austria. Volente o no Pio nono, partono da Roma e da tutto lo Stato Pontificio i volontari e le truppe sotto la guida del Durando e del Ferrari, ed il Durando, con un proclama fornitogli dalla penna romantica e neoguelfa, che ha scritto l'Ettore Fieramosca e il Niccol de' Lapi, bandisce la guerra santa al grido di: Dio lo vuole; evoca i ricordi delle Crociate, di Alessandro terzo, dei liberi Comuni vittoriosi a Legnano; e passa il Po.
Quando e dove mai s'era data una situazione politica simile a questa? Pio nono  gi in guerra contro l'Austria ed ha ancora ai suoi fianchi l'ambasciatore Austriaco come in piena pace; i Ministri vogliono in cuor loro la guerra, e per calmare la collera del Papa sconfessano il Durando e il suo proclama (povero espediente in verit, e poco degno dei valentuomini che l'adoprarono) l'Austria ed i Gesuiti agitano dinanzi al Papa lo spettro d'un immaginario scisma germanico; la contraddizione tra il pontefice e il principe costituzionale sta per scoppiare; niuno sa pi quale responsabilit prevalga, se la cattolica del Pontefice o la costituzionale del Ministero, ed ecco l'Enciclica del 29 aprile 1818, che come uno schianto di fulmine illumina per un istante la tenebra in cui tutti camminiamo a tastoni, poi la riaddensa subito pi fitta e pi minacciosa di prima.
Con essa Pio nono separava nettamente la causa sua e del papato dalla causa italiana, e quell'Enciclica  rimasta nella storia come l'affermazione pi solenne della defezione di Pio nono.  giusto; n vi ha quindi vitupero che sia stato risparmiato a quell'atto: Roma e l'Italia ne inorridirono; l'Austria e i Gesuiti ne gongolarono come d'una grande vittoria.
Ma questi effetti cos potenti e cos disastrosi furono essi veramente previsti e voluti da Pio nono? Il popolo Romano non cap alla prima il latino dell'Enciclica, ma forse neppure Pio nono si rese ben conto di tutta la portata di quel documento. Il Gioberti lo crede, e pensa che per troppe cose egli, nella sua scarsa coltura, dovea rimettersene al giudizio degli altri.
Ad ogni modo, le proteste di Pio nono, le sue meraviglie coi Ministri, ed in ispecie con l'amico pi fido, qual era per lui il conte Giuseppe Pasolini, l'aver pure ventilato ora il progetto di recarsi in persona a Milano, le sue promesse di riparare al mal  fatto, l'averlo in pi modi tentato, cogli uffici ai Ministri dimissionari, affinch rimanessero, con una chiara allocuzione in italiano per essere ben inteso alla prima, colla missione Farini al campo di Carlo Alberto per assicurare la qualit di belligeranti in piena regola alle sue truppe e ai volontari, colla lettera, tanto celebre, quanto inefficace, all'imperatore d'Austria, tuttoci, se dimostra la sua inesperienza politica, dimostra altres, mi sembra, ch'egli era forse il solo a credere incoscientemente di non aver fatto tutto il male che gli imputavano, nello stesso modo che non avea creduto coll'amnistia d'aver fatto tutto il bene, onde gli era venuta cos gran gloria.
Comunque, questa in realt  la fine dell'idillio italico-papale!
Da un lato lo sdegno popolare, arroventato dalle vecchie stte, che rompono la tregua, si muter ben presto in rivolta; dall'altro la reazione far forza di remi per ripescar questo Papa, che, Dio sa come, gli era scappato di mano. Tant' che monsignor Pentini, il quale avea scritta esso l'allocuzione papale in lingua italiana, con cui si volea medicare il cattivo effetto dell'Enciclica del 29 aprile, confid al Pasolini (e questi n'ebbe poi la prova) che di nascosto del Papa quella buona  lana del cardinale Antonelli l'avea sulle bozze di stampa sostanzialmente mutata, facendo il 1 di maggio affiggere sulle muraglie di Roma un documento, che non solo ribadiva, ma peggiorava, se mai, il latino dell'Enciclica.
Siamo in piena commedia dell'arte: Pantalone vittima delle astuzie del suo servo Brighella; ma l'ilarit dura poco, che in un subito tutta Roma  in tumulto; la Guardia Civica frena a stento gli eccessi; Ciceruacchio, mentre i Ministri moderati, bravissime persone al solito, ma che non trovano nulla di pi ardito e di pi ingegnoso da fare che andarsene, Ciceruacchio  ancora il solo protettore di Pio nono; sorge il Ministero Mamiani, in cui balen allora, precorritrice di trent'anni dopo, la mezzatinta soave del governo progressista; il Papa  gi costretto di commettersi ad uomini, dei quali diffida; Pellegrino Rossi sinceramente si duole che Pio nono "abbia inutilmente sciupato un tesoro di popolarit;" l'Ambasciatore d'Austria invece se ne va finalmente da Roma, fregandosi le mani e dicendo: "ho messo il Papa in tale impiccio, che non ne lever i piedi mai pi!"
La parte pi nobile del Ministero Mamiani fu la ripresa delle trattative per la Lega; la pi originale il tentativo d'attuare in pratica la Costituzione del 14 marzo.
Nella mente del Mamiani (mente speculativa e letteraria per eccellenza) quell'informe aborto piglia le fattezze estetiche e le dialettiche simmetrie d'un sistema filosofico. Un po' alla volta il Mamiani si persuade che non pu darsi anzi pi bel modello d'irresponsabilit costituzionale di quella d'un Sovrano, che ha i piedi in terra e la testa in cielo, che collocato in tal regione intermedia fra il mondo di l e il mondo di qua, lass prega, benedice e perdona, e quaggi lascia a Ministri, umanamente fallibili e peccatori, la cura delle faccende terrene. Questa posizione a mezz'aria non piacque per a Pio nono, il quale si mostr sempre ostile e diffidente al Mamiani, fino a sospettarlo ingiustamente di tradimento, e il Ministero Mamiani trascin la vita in una crisi perpetua, resa ognora pi grave dalle condizioni generali d'Italia, per la quale, colla giornata del 15 maggio a Napoli ed il richiamo delle truppe borboniche, colle successive vittorie degli Austriaci, contro i Pontifici a Vicenza, contro i Toscani a Curtatone, contro i Piemontesi a Custoza e a Milano, si chiudeva ormai tutto un periodo della sua rivoluzione e se n'apriva un'altro; si chiudeva cio il periodo dell'esperimento Giobertiano e si apriva quello dell'esperimento Mazziniano. Il 2 agosto il Ministero Mamiani si dimise; successe fino a mezzo settembre l'interregno d'un Ministero del conte Eduardo Fabbri, durante il quale la dissoluzione organica dello Stato s'and accelerando sempre pi, e il 16 settembre era Ministro Pellegrino Rossi, destinato a rappresentare ed a pagare colla sua nobile vita il supremo sforzo, forse l'ultimo per sempre, di tener uniti ancora Pio nono e il suo popolo, il Papato cattolico e la causa della libert e dell'indipendenza italiana.
Chi era quest'uomo, che osava tanto e in un'ora cos disperata?
Compromesso nell'impresa Murattiana del 1815, avea esulato in Isvizzera; col avea tenuto alto il nome italiano e, facendosi largo coll'ingegno e gli studi, era salito ai primi onori della repubblica. La sua fama, come scienziato, pubblicista e uomo di Stato era gi europea, quando nel 1833 era andato a Parigi, chiamatovi dal Guizot, che gli affid la cattedra di economia politica nel Collegio di Francia. V'era rimasto fra molto favore e non poche contrariet, ma le aveva vinte tutte, e nel 1839 era Pari di Francia, nel '44 Ministro di Francia a Roma. Come tale, avea assistito alla morte di Gregorio sedicesimo, ai primordi di Pio nono, e vi avea assistito, fedele interprete della politica francese, ma in pari tempo con quel cuore di patriotta e d'italiano, per cui, rivalicando le Alpi dopo quasi trent'anni d'esilio e rivedendo l'Italia: "ho pianto, diceva egli stesso, come un fanciullo," e nel 1848 avea benedetto suo figlio, che andava volontario in Lombardia a combattere contro gli Austriaci. Di tuttoci sono documento splendidissimo la sua corrispondenza diplomatica e privata col Guizot e le sue lettere a Teresa Guiccioli, scritte quand'egli, dopo la Rivoluzione francese del febbraio, era rimasto in Roma da privato, nell'una e nell'altre delle quali appariscono tutta la profondit, la sapienza, la finezza, l'eleganza d'ingegno di Pellegrino Rossi, e insieme la grandezza d'animo, con cui considera uomini e cose del suo tempo; qualit tutte, rivelate persino dai vari motti del Rossi, cos veri e scultorii, suggeritigli dagli avvenimenti, che gli passano sott'occhi e che ho citati via via per concludere che se si ricongiungono quelle qualit di animo e d'ingegno colla probit laboriosa della sua vita pubblica e privata e collo straordinario ardimento di opporsi solo, e mentre tutti gli uomini pi eminenti del partito moderato si ritraggono timidi e sfiduciati, di opporsi solo, dico, alla fiumana reazionaria e repubblicana, che irrompe da ogni lato e salvar Roma e forse con essa l'Italia dalla rovina, Pellegrino Rossi  indubitabilmente il solo grand'uomo di Stato, degno di questo nome, che l'Italia abbia avuto prima e dopo il Conte di Cavour.
V'ha chi oppone ch'egli tent l'impossibile, e lo tent, perch imbevuto di quel dottrinarismo, che aveva appreso alla scuola del Guizot. Senza negare gli errori del Guizot e dello stesso Rossi, confesso che non partecipo punto al disprezzo dei cosiddetti uomini pratici per la dottrina e alle loro ammirazioni per certi estemporanei della politica, che la corruzione del parlamentarismo fa spuntare (purtroppo per noi, che siamo l'anima vilis dei loro esperimenti) sempre pi fitti e pi solleciti che mai. Che se il Rossi tent l'impossibile, dir che l'impossibile tenta appunto, come una fata morgana, ingegni ed animi pari al suo. Gli altri (oh non ne dubito!) preferiscono serbarsi ad occasioni pi facili.
Comunque, ch'egli tentasse l'impossibile non dovette allora essere in tutto l'opinione de' suoi avversari, se per fermarlo ai primi passi non trovarono altro mezzo che ucciderlo e ucciderlo prima (fu una delle grandi preoccupazioni degli assassini  e dei loro mandanti) e ucciderlo prima che egli aprisse bocca nel parlamento, da lui riconvocato pel 15 novembre 1848.
V'ha chi oppone ancora: "e s'egli fosse riuscito? Chi sa quando e come si sarebbero potute raggiungere l'unit d'Italia e la fine del poter temporale dei Papi?" Ah! si crede proprio che i primi e veri autori di questi trionfi nazionali siano i dissennati, che spinsero Carlo Alberto a Novara, o gli scellerati, che trucidarono Pellegrino Rossi il 15 novembre 1848? In verit che, a ragionar cos, la storia diviene un bel coefficiente di moralit pubblica e privata! Pel Rossi per c' una considerazione, che dovrebbe, se non altro, ammansare questi terribili conseguenziarii della storia ed  che i Monsignori Romani (lo dice il Cant, autorit non sospetta) esecravano il Rossi non meno dei demagoghi e che nascosero cos poco la loro gioia per quell'eccidio (lo dice il Padre Curci, allora Gesuita) che molti credettero in quel tempo e credono anche oggi alla loro complicit.
La lucidit, la precisione, la rapidit dei provvedimenti, che Pellegrino Rossi prese subito per frenare l'anarchia dilagante per tutto e infondere nuova vita a un cadavere furono meravigliose. Fra tanta dissoluzione d'ogni utensile di governo e tanta inerzia della parte migliore della cittadinanza, mentre in Roma il clericalume ribaldo lo odia, perch egli ne combatte gli abusi e i privilegi, e la demagogia, rinvigorita dei gregari peggiori, che vi colano da ogni parte, lo assale, lo insulta, lo minaccia, lo scredita ogni giorno, come un rinnegato italiano, che per ambizione e avidit di lucro s' fatto strumento di tirannia, egli affronta l'uno e l'altra all'aperto; dice chiaro il suo pensiero, non nasconde nulla de' suoi propositi, non indietreggia mai, tocca a tutto, accenna a rinnovar tutta la vita e l'organismo d'uno stato, che non ha pi n organi, n vita. Con questo minaccia egli forse la libert? No, certo! Non solo lascia a Roma infuriare una stampa, di cui nulla si pu immaginare di pi tristo e di pi forsennato, ma discute anzi pubblicamente con essa, ed eletto Ministro alla met di settembre convoca pel 15 novembre le Camere. Gli si rimprovera di aver voluto esser solo e far tutto. Ma chi dovea egli associarsi, se tutti lo lasciarono solo, e chi adoprare, se nessuno valea quanto lui? Un uomo, che si mette a tale sbaraglio,  naturale, che abbia grande coscienza delle proprie forze e se per indole il Rossi era fiero, sprezzante, sarcastico, ognuno ha i difetti delle proprie virt e i suoi avversari non potevano certo inspirargli atteggiamento migliore.
Resta la sua politica estera, che si riassume tutta nei negoziati per la lega fra gli Stati italiani.  singolare che il rimprovero di non averla conclusa gli venga principalmente dai Mazziniani, che a quest'ora a nient'altro pensavano, se non a proclamare la repubblica unitaria in Roma, e dai Piemontesi, che appunto ora avevano sconfessato il Rosmini, loro ambasciatore, il quale l'avea quasi conclusa, e null'altro volevano se non un contributo immediato d'uomini e di denaro per la ripresa della guerra. A che pro la lega dei Principi per chi voleva abbatterli tutti? A che pro il contributo d'uno Stato disfatto e perch, se il Rossi, al pari del Gioberti, del Rosmini, di tutti i maggiori uomini italiani, giudicava una folla disastrosa romper di nuovo la guerra all'Austria? Fatto  che il progetto sostituito dal Rossi a quello del Rosmini ha ben pi l'aria di una dilazione, che d'altro, siccome il Congresso federativo promosso dal Gioberti a Torino non fu in sostanza che un'accademia, e la Costituente bandita a Livorno dal Montanelli non fu che il preambolo della repubblica del Mazzini.
S'approssimava intanto il giorno della riconvocazione delle Camere, e per pi segni era chiaro al Rossi che i demagoghi volevano tentar in Roma per quel giorno un gran colpo. Si prov a indebolirli e scomporli; ma se mand in provincia la Legione Romana dei reduci di Vincenza, i peggiori rimasero e s'aggrupparono intorno a Luigi Grandoni; se confin qualche esule Napoletano dei pi torbidi, essi arrivarono a mala pena a Civitavecchia; se disperse uno o due caporioni di congiure occulte o palesi, essi non s'allontanarono quasi, o stettero col pi levato al ritorno; se chiam Carabinieri e ne fece mostra per le vie, poco c'era da contare sulla loro fedelt; se process qualche giornale, aizz vieppi le loro ire; se mand il generale Zucchi contro i facinorosi delle provincie, si tolse da vicino il solo uomo, che avrebbe opposto petto di soldato alla ribellione.
Che cosa rimaneva al Rossi? Il suo coraggio, che in questa inefficace sproporzione, e certamente erronea, dei mezzi col fine, tanto pi si palesa qual'era, quello d'un eroe.
Che si congiurasse intorno a lui, che una sommossa fosse prestabilita pel 15 novembre, egli lo sapeva di certo. Che si volesse uccider lui, quantunque dovesse prevederlo e temerlo, non pare che l'abbia saputo di certo, se non all'ultimo momento.

Cos almeno s'argomenta dal pi recente e autorevole studio su questi fatti (ma sfortunatamente ancora incompiuto), che  quello di Raffaello Giovagnoli. Da che fucine uscissero quelle congiure, l'ha detto il Rossi medesimo nell'articolo che os pubblicare proprio alla vigilia del 15 novembre. In esso accusa apertamente, senza riserve n attenuazioni, i clericali e i demagoghi, e dice loro: "badate! non vi dar quartiere!" Quanto a s stesso: "il mondo sa, concludeva, che vi ha lodi, che offendono e biasimi, che onorano."
Tali parole, gettate in quell'ultim'ora come una sfida, sulla faccia de' suoi nemici, sono sublimi, e mi  caro ripeterle qui, dinanzi a una udienza, che certo sente profondamente vibrarsi nel cuore quanto v' di grande, di nobile, di cavalleresco, di fieramente elegante persino, nella sprezzante audacia di quest'uomo.
Ma notate! Egli accusa senz'alcuna distinzione clericali e demagoghi. L'avrebbe fatto il Rossi, ministro del Papa, se non avesse avuto le prove in mano di ci che affermava? Aggiungete che le carte segrete del Rossi, raccolte la sera stessa del 15 novembre per ordine di Pio nono da monsignor Pentini e da lui consegnate al Papa, nessuno le ha viste mai pi.
Al mattino del 15 novembre sulla piazza della Cancelleria era schierato un battaglione di Guardia Civica, che avea fornito una diecina di militi, non pi, per le solite sentinelle all'entrata e nell'interno del palazzo. I Carabinieri, per ordine del Rossi, erano consegnati nelle caserme a piazza del Popolo e nel palazzo Borromeo. Nelle vicinanze della Cancelleria molta gente, non folla, varia di condizioni e, a quel che pareva, di opinioni e di sentimenti; curiosi in gran parte; scarsissime le donne. Nel cortile del palazzo, che ha all'intorno portici a due ordini, molti, che vanno e vengono, e a gruppi una sessantina di reduci Vicentini della Legione Romana, tutti colla sozza e logora uniforme di tela, che la plebe solea perci chiamare: la panuntella. Fra costoro, faccie torbide, agitate, e ora bisbigli all'orecchio, ora bestemmie, e voci di esecrazione e di minaccia al Rossi.
Di questo brutto apparecchio il Rossi fu informato. Stette un momento sopra di s, poi disse: "che si fa? bisogna andare!" Mand l'ordine ai Carabinieri di muoversi dalle caserme, ma pare non giungesse in tempo. Al tocco il Rossi sal in carrozza col suo segretario per le finanze, Pietro Righetti, al quale, montando, disse: "se non ha paura, salga pure!" Nessun altro, nessun ministro (si noti) l'accompagn, e cos si mosse dal Palazzo della Consulta.

Alla Cancelleria intanto l'irrequietezza e l'agitazione fra quella masnada di legionari andavano crescendo sempre pi. I Deputati arrivavano spicciolati ed entravano senza destare attenzione. Uno solo, suscit gli applausi dei gruppi di legionari, Pietro Sterbini, che pass salutandoli, e di cui Marco Minghetti dice ne' suoi Ricordi: "pochi uomini ho conosciuto pi rei d'intelletto e d'animo, e pi orrendi di faccia."
A un tratto due legionari, accorrendo dall'angolo di via de' Baullari, dicono ai compagni: "eccolo! eccolo!" Una carrozza s'avvicina, ma altre voci: "non  lui! non  lui!" Era la carrozza del Ministro di Spagna. Il furore nei gruppi di legionari aumenta a vista d'occhio; s'odono alcuni: "sta' a vedere che non viene questa carogna! Dovrebbe avere paura!" In quella giunge la carrozza del Rossi. "Eccolo, si grida,  lui! Dentro! Dentro!" I legionari rientrano tutti di botto e si dispongono di qua, di l, presso la scala; alcuni sui tre scalini, pei quali si monta ad un largo pianerottolo. La carrozza, rallentando, entra nell'atrio in mezzo a un grande silenzio, si ferma dinanzi alla scala e il Rossi si dispone a scendere. Allora prorompono urli e fischi: "Morte! Abbasso! Ammazzalo!" Egli guarda intorno fiero, imperterrito, s'avvia, e  sale il primo scalino. Le due file dei legionari, che l'hanno lasciato inoltrarsi, gli si rinchiudono dietro e lo separano dal Righetti. Nel tempo stesso mentre il Rossi sale gli altri due scalini, qualcuno l'urta a destra, egli si rivolta sdegnoso, e da sinistra un altro gli immerge un coltello nel collo. Trenta, quaranta braccia s'alzano nello stesso istante per nascondere ci che accade; sulle spalle del feritore alcuni gettano un cappotto da Guardia Civica e scompaiono con lui per una porticciuola di fianco; altri accorrono al portone del palazzo e trattenendo la folla, che si protende innanzi e interroga agitata, curiosa: "niente, niente, rispondono, fermi! Non  niente!" Il Rossi, raggiunto a gran pena dal Righetti, gli era caduto fra le braccia e trasportato nelle stanze del cardinale Gazzoli, pochi minuti dopo e senza profferir parola era spirato.
Al di fuori la folla si dirad quasi subito. Nella Camera dei Deputati, che erano scarsissimi, alla prima eco degli urli e dei fischi, al primo annunzio d'un attentato al Rossi parecchi, il Minghetti, il Fusconi, il Pantaleoni, uscirono per portar soccorso, altri non si mossero dai loro scanni, il Presidente Sturbinetti fece leggere il verbale: apparenza d'impassibilit da Senatori Romani contro i Galli di Brenno; vigliaccheria solenne in realt, che neppure os alzar la voce a maledire l'assassino.
Ma che dico maledirlo? Nessuno lo insegu, nessuno lo cerc, nessuno seppe chi era, nessuno si cur di saperlo e per parecchi anni nessuno lo seppe, o chi lo sapeva non lo disse.
La stessa sentenza del 17 maggio 1854 che per l'assassinio del Rossi condann a morte Luigi Grandoni e Sante Costantini, altri due alla galera a vita, altri tre a vent'anni, quantunque lo annoveri fra i sorteggiati per compiere il delitto, non lo nomina pi neppure fra i correi contumaci. Nello stesso famoso Sommario processuale del giudice Laurenti, che, prima dell'esame diretto delle sedicimila pagine del processo fatto dal valentissimo Giovagnoli, era la sola fonte a cui ricorrere, l'assassino vero del Rossi  una figura, su cui l'istruttoria trascorre sempre disattenta, e s i processanti, che i giudici sembrano ignorare che alla data della chiusura del processo e della sentenza l'assassino vero era gi morto da circa cinque anni. Esso fu Luigi Brunetti, il figlio maggiore di Ciceruacchio!
Quanto alla preparazione del misfatto, le conclusioni del Giovagnoli sono che i complotti furono due, l'uno di vecchi settari della Carboneria, in cui sarebbe stato deliberato; l'altro di non pi che sette sicari, scelti fra i reduci di Vicenza della Legione Romana.
Allo Sterbini, al Ciceruacchio e agli altri capi del moto rivoluzionario, che poi fin colla repubblica del Mazzini, non dovette parere che il moto fosse ancora maturo; erano incerti ancora del contegno della truppa e della Guardia Civica; erano una frazione audace, pronta a tutto, ma frazione pur sempre; temettero forse gli strascichi della grande popolarit di Pio nono, forse una reazione nella capitale stessa e nelle provincie; tant' vero che l'esperimento procedette per gradi, ed ucciso il Rossi, eliminato cio l'ostacolo maggiore, la sera stessa del 15 novembre atterrirono la citt, percorrendola al chiarore sinistro di faci in una specie d'orgia selvaggia, cantando a squarciagola l'orribile ritornello:

Benedetta quella mano,
Che il Rossi pugnal,

e levando in trionfo or l'uno or l'altro dei legionari (mai per il Brunetti!) fin sotto la casa, dov'erano raccolti in lagrime disperate la moglie e i figli del Rossi; tanto  vero che il giorno dopo imposero bens colla rivolta un Ministero democratico a Pio nono col Galletti e lo Sterbini; ma non osarono di pi; non osarono proclamar subito la Costituente e la Repubblica.
Vi ricordate ora, o signore, che, appena trafitto il Rossi, i complici del Brunetti gli avevano fatto siepe all'intorno delle braccia alzate, lo avevano imbaccuccato in un cappotto da Guardia Civica e trafugatolo in fretta per una porticciuola di fianco? Ebbene, da quel momento, si pu dire, l'assassino scompare per sempre; si dice il nome ora di questo, ora di quello, quasi mai il suo; il 25 novembre Pio nono fuggir da Roma; il 5 febbraio 1849 si riunir la Costituente; il 9 si proclamer la Repubblica; il 3 luglio i Francesi, dopo superata una resistenza eroica, entreranno in Roma, e in mezzo a quella rapida e sfolgorante epopea della difesa di Roma, in cui brillano di gloria immortale tanti nomi sacri alla memoria degli Italiani, il nome di quel miserabile va travolto e perduto. Ma Garibaldi non si  arreso ai Francesi. Da Roma vinta il gran guerrigliero esce seguto da molti compagni (Ciceruacchio e i suoi due figli fra questi) per raggiungere Venezia che resiste ancora; lo inseguono quattro eserciti; passa fra mezzo a tutti invincibile, inafferrabile; sublime odissea, in cui, affinch nulla manchi alla sua eroica poesia e alla sua grandezza morale, c' ancora la morte alle Mandriole,  presso Ravenna, di Anita, la donna amata da Garibaldi, e l'espiazione tremenda del delitto del 15 novembre 1848. Ciceruacchio e i suoi due figli, dopo che Garibaldi ha tentato imbarcarsi a Cesenatico per Venezia, dopo ch'egli ha dovuto retrocedere fino alle foci del Po e riparare nel porto di Magnavacca, Ciceruacchio, i suoi due figli e cinque altri, che li seguivano, si separarono da Garibaldi, cascano in mano agli Austriaci, e tutti, lo stesso Lorenzo, il figlio minore di Ciceruacchio, un bambino di tredici anni, trascinati sulla riva del Po a C Tiepolo, ora dei Papadopoli, sono fucilati, come belve rabbiose. Espiazione, s, del vile assassinio di Pellegrino Rossi, ma il sangue innocente di quel bambino, che si aggrappa al petto del padre, mentre le palle li trafiggono entrambi, se implora perdono al padre ed al fratello, grida vendetta al cospetto di Dio contro chi l'ha versato e chi l'ha fatto versare!!
Luigi Brunetti, l'assassino di Pellegrino Rossi,  finito cos, la notte del 10 agosto 1849. Tuttavia neppure allora apparisce il suo nome. Egli per nascondere s e il suo misfatto s' consegnato agli Austriaci sotto un falso nome, forse sotto quello di Luigi Bossi, e nella lapide che nella chiesetta di Sant'Antonio, presso al luogo del supplizio, ricorda  quegli infelici, vi sono bens otto nomi, ma manca il suo; v' il nome falso; postuma espiazione anche questa!
Ora, ignoravano essi tutto ci gli inquisitori e i giudici di Roma? Non direi! In quello stesso Sommario processuale del Laurenti, che il Giovagnoli chiama giustamente un romanzaccio da fare il paio con L'Ebreo di Verona del gesuita Bresciani, v'ha le traccie delle conclusioni stesse, alle quali  giunto il Giovagnoli, v'ha le traccie cio delle due riunioni, di quella del 13 novembre, in cui fu dai capi della demagogia romana deliberata la morte del Rossi, e di quella della notte del 14, in cui fra sei o sette figuri, che stanno bevendo in un'osteria a piazza del Popolo, comparisce lo Sterbini ed eccitato da lui Luigi Brunetti si profferisce pronto a scannare il Rossi il giorno dopo; ma l'inquisizione non si ferma su ci, preferisce cercare origini remote alla congiura nel Congresso di Torino, in quello di Firenze, in un pranzo, a cui assiste con lo Sterbini e il principe di Canino, nient'altri che Terenzio Mamiani, sempre nell'intento non tanto di gravar la mano sui demagoghi peggiori, quanto di coinvolgere nell'infame accusa tutto il partito liberale e allontanare ogni sospetto dai clericali, che pure il Rossi aveva pubblicamente accusati.

A tal fine il romanzaccio si slarga; v'ha una prima congiura di certi fratelli Facciotti alla salita di Marforio; una seconda nei fienili di Ciceruacchio, in cui i congiurati sono a centinaia; una terza di Legionari reduci da Vicenza nel teatro Capranica; e all'ultimo le tre congiure s'intendono e metton capo all'assassinio del Rossi e alla rivolta del 16 novembre, con lo scenario d'obbligo dei giuramenti sui pugnali (giura anche il conte Mamiani!), del sorteggio dei sicari, delle prove sui cadaveri, degli avvisi misteriosi alla vittima designata. In tuttoci  confusione di fatti, di tempi, di uomini, e mescolanza di vero e di falso, fatta ad arte per un fine politico e non per scoprire la verit, che forse i processanti conoscevano, ma premeva loro assai meno. Ci non vuol dire che fra i condannati del 1854 vi fossero innocenti. Non lo credo. Ma la verit  che la congiura diretta fu di pochi; l'indiretta di molti, e vi contribuirono ugualmente l'odio dei clericali, la timidit dei moderati, la perversit dei demagoghi, il fanatismo dei repubblicani, e per ultimo la stessa audacia del Rossi, la soverchia fiducia in s ed il soverchio disprezzo dei suoi avversari.
Fu lasciato solo, quando sal al ministero, come fu lasciato codardamente solo (salvo che da Pietro Righetti) il giorno, che dovette affrontare i pugnali degli assassini.
E appena egli  caduto, l'anarchia prorompe, il governo si dissolve, lo Stato, ch'egli reggeva nella potente sua mano, non esiste pi.
Nondimeno il Mazzini ed il Saffi negano che fra l'assassinio del Rossi, la rivolta del 16 novembre, la fuga del Papa, la proclamazione della Costituente e della Repubblica vi sia alcuna continuit.
V'era tanto invece e cos immediata, che nessuno pens pi neppure a scoprire e punire gli assassini del Rossi, ed i pi noti fra essi ebbero premi, onori e compensi.
 un'onta questa, cui non bastano a lavare gli eroismi della difesa di Roma, perch la Repubblica fu opera d'una fazione e la difesa di Roma fu invece un fatto ed una gloria nazionale, e in quella luce radiosa di battaglia contro lo straniero non campeggia la squallida figura di Mazzini, bens risplendono quelle omeriche ed ariostee di Garibaldi, di Bixio, di Medici, di Pietramellara, di Morosini, di Mameli, di Manara, e di cento e cento altri guerrieri italiani, che cadono "col nome d'Italia sulle labbra e la fede d'Italia nel cuore!"
E Pio nono, di cui non abbiamo quasi pi parlato?...  Egli ha rinnegata la patria e chiamati gli stranieri; il Vescovo d'Imola, l'ospite caro di Giuseppe e Antonietta Pasolini a Montericco, il Pio nono dell'amnistia e del Benedite, gran Dio, l'Italia sono scomparsi. In loro vece  il tristo ceffo brigantesco del cardinale Antonelli. Meglio, non parlarne pi!!


I MOTI DI NAPOLI DEL 1848.
 
CONFERENZA DI FRANCESCO SAVERIO NITTI.


[La conferenza di Nitti  sotto copyright fino al 2024, ed  stata rimossa da questo file]



LA SICILIA E LA RIVOLUZIONE.
 
CONFERENZA DI FRANCESCO CRISPI.

Spezzata, per un moto violento della natura, dal continente europeo - a pochi passi dall'Africa - siede, cinta dalle acque, la Sicilia nostra. La sua singolare struttura, i suoi confini eterni, la sua storia ne formano un corpo superbamente autonomo; ed essa avrebbe avuto gli elementi per reggersi indipendente e sicura, se la sua feracit e la sua bellezza non avessero risvegliato gli appetiti dello straniero. Da ci la credenza popolare che l l'orbe abbia principio e fine, sicch il poeta cant:

.......... sia baluardo suo
Il mar che ne circonda......

***

La Sicilia fu orgogliosa della sua autonomia, e la mantenne coi suoi Parlamenti anche quando costretta  ad obbedire ai re lontani. Bisogna, per, ricordare che, nei momenti pi faticosi della vita italiana, l'isola coraggiosa vi partecip con le opere sue, e, nel periodo della nostra epopea nazionale, fu il punto di partenza dell'azione popolare.

***

Il mondo greco nell'isola fu splendore di civilt. Con Siracusa ed Agrigento, la Sicilia nelle arti belle e nelle indagini severe della filosofia, nei fulgori dell'eloquenza e nell'impeto fascinante della poesia, vinse Atene e Roma. Ai Cartaginesi, come pena della sconfitta subta in Imera, fu inibito di sacrificare agli di vittime umane. Gelone, non per s, n per la patria sua, ma per l'umanit pattu il premio della vittoria.
Il mondo romano ci soggiog, e per la vita incerta fu spezzata l'opera del progresso. Con Cesare avemmo il diritto italico, con Antonio la cittadinanza romana, ma i due beneficii furono tosto annientati, e fummo annessi alle provincie abbandonate agli arbitrii del Senato. Seguirono i furti, le dilapidazioni dei pretori, le spoliazioni delle citt e delle campagne; tanto che, a riparare i danni,  Ottaviano Augusto dovette mandare coloni nei luoghi resi deserti dal mal governo.
Pi tardi, a compiere la cruenta ra dei martirii, quando, per le ingrandite conquiste l'impero fu bipartito, la Sicilia appartenne a Bisanzio, che non seppe governarla n difenderla - e per l'isola cadde in preda dei Saraceni.
Ma dall'epoca del dominio normanno, e, pi propriamente, dal regno di Ruggiero, trae origine la moderna vita politica siciliana, la quale forma un ciclo di otto secoli, che si chiuse con la dittatura di Garibaldi.

***

La monarchia normanna precedette tutte quelle che pi tardi si fondarono sul continente italiano. Essa estendeva il suo impero nella penisola - e mirava pi lungi; tanto vero, che Ruggiero, in parecchi diplomi suoi, s'intitolava re d'Italia.
Il nuovo principato fu costituito in tutta la pienezza della sua autorit. Il re, capo dello Stato, nessuno emulo suo, principe nazionale o straniero che fosse.
O di mala voglia, siccome talora parve indicare  la curia vaticana, o, com' pi logico, a premio della vittoria sul patriarcato bizantino, Urbano secondo cedette a Ruggiero, per s ed i suoi successori in perpetuo, la legazione apostolica. Quindi il re istituiva diocesi, nominava vescovi ed abati, esercitava con sovrana potest giurisdizione e polizia nella chiesa.
Questa unit nel potere, questa armonia nell'esercizio delle funzioni regie, corroborarono la forza del principato. Sino ai giorni nostri il clero nell'isola fu regio e non papalino. Nelle cospirazioni, e sulle barricate, al 1848 ed al 1860, avemmo compagni preti e frati. Il clero papalino cominci a fiorire dopo la legge del 13 maggio 1871. Questi ricordi possono essere un ammonimento ai moderni uomini di Stato.

***

La Santa Sede non concedette mai riposo ai re di Sicilia. Dai primi dubbii sulla interpretazione della bolla di Urbano, che condussero al trattato di Benevento del 1156, alle inimicizie palesi sotto Federigo lo Svevo, alle iniquit di Innocenzo tero,  tutta una odissea pi che secolare di triboli e di persecuzioni.

Per colmo di misura, salirono l'un dopo l'altro, sul trono di Pietro, pontefici francesi nei quali le ambizioni e le insidiose abitudini della Curia non erano temperate da sentimento di patria. Avevano le teorie di Ildebrando senza la grandezza del principe.
Dovr io ricordare che Urbano IV esib il regno di Sicilia al migliore offerente? Che lo concedette in feudo a Carlo d'Angi? Dovr ricordare la pietosa fine di Manfredi innanzi Benevento? E quella, dopo Tagliacozzo, di Corradino? E i sedici anni di infame, invereconda tirannide che ne seguirono? E l'epica, la fulminea ribellione del Vespro? O non  forse la guerra dei trent'anni sufficiente documento della fibra leonina del popolo siciliano, abbeverata nel proprio sangue, temprata ne' proprii dolori, inaccessibile a seduzioni, a corruzioni, a lusinghe?

***

Singolare a notarsi: dal 1078 al 1860 in Sicilia ebbero vita nove dinastie; molte di esse furono detestate, nessuna riusc a metter salda radice nell'isola.... eppure il popolo fu mai sempre monarchico.  Delle rare proclamazioni repubblicane fu causa l'assenza temporanea del principe: ma il governo del demo disparve, per mancanza di seguaci serii e convinti, senza rammarico - e manc sempre forza e coesione di partigiani per restaurarlo, in pi che quaranta rivoluzioni!
Esempio insuperato di virt - se virt  la pazienza dei popoli - i Siciliani insorsero spesso contro gli uomini, non mai contro il regime. Cos, indignati per la sfacciata corruzione dei pubblici funzionarii, feriti dalle nuove imposte cinicamente meditate dal Parlamento, ansiosi di un pi mite governo - i palermitani insorgevano. E davano inizio alla sommossa, portando in trionfo il ritratto del re.
Al 1547 il plebeo Alesi, superbo delle sue vittorie sui nobili e sui funzionarii dello Stato, respingeva i consigli di democrazia e voleva monarchicamente governare; ed il notaio Vairo, che, nel movimento dell'anno stesso non pot far valere le sue idee di repubblica, fu insieme ai suoi compagni, strozzato dal boia.
La stessa sorte tocc ad Ignazio Volturo nel 1704, e nel 1795 a Francesco Paolo de Blasi e ad altri suoi compagni.

***

La monarchia siciliana surse con forme parlamentari. La sua costituzione risent dei tempi e degli uomini che la formarono.
Nei primordii, il Parlamento si riuniva in unica assemblea, nella quale intervenivano i prelati, i baroni ed i sindaci delle citt libere. Sotto gli Spagnuoli l'assemblea fu ripartita in tre: il braccio militare, l'ecclesiastico ed il demaniale.
E fu male, imperocch bastava che i due bracci aristocratici si accordassero contro la parte popolare, per imporre la legge.
L'autorit del Parlamento diminu sempre sotto il dominio straniero. Si convocava soltanto quando il re avea bisogno di sussidii, e la rappresentanza nazionale si limitava a reclamare dal principe i provvedimenti pei pubblici servizii sotto l'umiliante titolo di grazie.
Scoppiata la grande rivoluzione francese, i Borboni furono espulsi da Napoli e trovarono asilo in Sicilia, sotto la tutela dell'armata britannica. La sventura non fu loro di lezione; anzi, abusando della loro autorit, relegarono in un'isola parecchi Pari del Regno, i quali avevano protestato contro il re violatore della costituzione.
La Corte, minacciata dal ministero inglese che voleva la pace nell'isola, venne a migliori consigli. Il re nomin a suo vicario il principe reale e si ritir in campagna, e la regina, che era considerata provocatrice precipua delle violenze, part per Vienna.
Con questi mutamenti parve rasserenarsi l'aere politico. Le Camere, riunitesi, modificarono lo Statuto del regno, restituendo in vigore alcune delle antiche disposizioni che erano state revocate dall'arbitrio regio.
Il buon regime fu di breve durata. Ferdinando, per le migliorate condizioni dell'Europa in suo vantaggio, riassunse il potere e sciolse la Camera. Quindi convoc i comizii e manipol una rappresentanza di impiegati e demagoghi, a renderla spregevole. Finalmente il 14 maggio 1815, dopo il trattato di Vienna, chiuse il Parlamento per non pi riaprirlo.
A trovar complici nel popolo tent con emissarii suoi di promuovere petizioni e spingere i consigli municipali a chiedere l'abolizione della costituzione. Ma consegu un effetto contrario, perocch l'azione perversa dei nemici del paese provoc una agitazione universale per la convocazione del Parlamento.

Ne seguirono arbitrii e violenze, tra cui la chiusura delle stamperie e l'arresto dei tipografi per impedire la pubblicazione dei giornali.

***

La vita di un popolo  la sintesi della sua storia. Esso non perisce, ma si perpetua, e per gli eventi che nel corso dei secoli si svolgono in lui e per lui, ne costituiscono la forza intellettiva, la quale lo spinge per determinati scopi all'azione.
Il colpo violento recato alle istituzioni politiche del regno fer gravemente il cuore dei Siciliani. L'isola non aveva che tradizioni di libert, ed i Borboni furono i primi fondatori del principato assoluto. Si comprende che le violenze del despotismo doveano figliare cospirazioni e rivolte.
Davano singolarit al carattere dei miei conterranei: la monarchia tradizionale, il tradizionale Parlamento. E non si smentirono. Quando al 1820 furono spinti dalla carboneria a fondersi in quella menzogna geografica del regno delle Due Sicilie, risposero gridando per le strade: Indipendenza o morte.
Si ricorda un fatto speciale di quei giorni che  definisce la personalit dei nostri uomini politici. Il 18 luglio 1820, il popolo si volge al principe di Castelnuovo perch voglia capitanarlo; il vecchio patrizio, al vedere il tricolore sul petto dei cittadini, grida:
- Quella non  la coccarda siciliana. -
E volge loro le spalle.
Ebbene, Carlo Cottone, principe di Castelnuovo, pari del regno di Sicilia, fu uno dei pi ardenti promotori delle riforme politiche al 1812. Fu tra i baroni che al 1811 avevano protestato contro Ferdinando terzo, per aver questi decretato l'imposta sulla rendita senza l'autorit del Parlamento. Ministro delle finanze nei giorni classici della monarchia costituzionale, provoc la legge per l'abolizione della feudalit e del fidecommesso. Fu sobrio, rigido, uomo di Stato all'inglese. Venuti i tempi tristi della servit, rifiut il pagamento delle imposte, perch non votate dalle Camere, e fu miracolo di cittadino sotto una tirannide che nulla perdonava. Morendo, ricco signore, distribu la sua cospicua fortuna ad opere di beneficenza e di educazione popolare.


***

Fedele alle sue tradizioni, il popolo siciliano si teneva nel campo chiuso della sua politica locale.
La Giovine Italia non ebbe fortuna nell'isola nostra. Mazzini ebbe amici, non seguaci. I suoi scritti, il suo giornale L'Apostolato si leggevano con ardore, come tutte le stampe proibite, ma non facevano proseliti.
Al 1837, quando queste cose seguivano, nella insurrezione di Catania e Siracusa, nei proclami popolari, si rivendicava la costituzione del 1812!
Per dare unit di scopo ai movimenti futuri, al 1844 fu costituito in Napoli un Comitato. Lo componevano cittadini napoletani e siciliani. Non si pens affatto alla repubblica. L'ideale dei cospiratori era l'istituzione di un re con due Parlamenti, sull'esempio della Svezia e della Norvegia.
Mentre l'azione segreta dei liberali si estendeva nel mezzogiorno della penisola, occorse un caso singolare a scuotere le nostre popolazioni: l'assunzione di papa Mastai. Pio nono si present alle accese fantasie del popolo italiano in veste di liberale riformatore. Ricordate gli entusiasmi, le frenesie! Ricordate gli entusiasmi, le frenesie!  E l'apostrofe del poeta che al nuovo pontefice gridava: - Nessun fu cos vicino a Dio, siccome tu in quel giorno! E, come vinti da un santo contagio, gli altri principi ne seguirono l'esempio - tutti, eccettuato il Borbone.
La Sicilia, non pertanto, continu la sua via, e non mut il suo disegno, cio il ritorno alla costituzione del 1812. Esempio nuovo nella storia, sui principii di gennaio 1848 apparve un proclama in Palermo dichiarante che se il giorno 12 di quel mese il re non avesse soddisfatto le giuste istanze del popolo, questo sarebbe insorto. Ed insorse; combatt ventiquattro giorni e vinse.
Il moto palermitano fu impulso alle maggiori citt d'Europa. Parve iniziativa alla rivoluzione universale. In Italia fu il segno d'una crociata contro lo straniero.
I principi, non escluso il Borbone, a calmare i popoli, diedero le costituzioni. La Sicilia ferma nei suoi propositi, non s'illuse, e convoc il suo Parlamento.
Uno dei primi decreti del potere legislativo fu la proclamazione della decadenza dei Borboni. L'isola fu quindi dotata di un nuovo Statuto, nel quale si sanciva la sua indipendenza e si proibiva al re di avere il dominio di altri Stati.


***

Se il contegno politico dei siciliani dimostrava la loro costanza, non pu dirsi che l'azione dei medesimi pregiudicasse il successo della causa nazionale. Allora la guerra contro l'Austria era un sentimento universale, ma in pochi era la visione della grande patria italiana. Giova ricordare che al 1849 in Roma fu proclamata la repubblica romana e non la repubblica italiana. E quando Mazzini, triumviro, mand suo legato a Firenze il dottor Pietro Maestri, Guerrazzi respinse le proposte di unione, invano offertegli dall'amico nostro.
La lunga storia del 1848 e del 1849  nella mente di tutti.
Le insurrezioni furono fortunate, e lasciarono memorie gloriose degli eroismi popolari. Le guerre furono infelici; pei tradimenti dei principi, per malaugurate discordie, siamo stati sconfitti laddove credevamo sicura la vittoria.
Carlo Alberto fu due volte vinto, e tutto parve perduto. Ma non manc agli sperati trionfi la volont, ed il coraggio della Sicilia. Essa ritorn sotto la tirannide dopo le arsioni di Messina e di Catania.  Della romana repubblica ho l'angoscia di ricordare che fu soffocata dalla repubblica francese sua sorella; di Venezia, che fu vinta dalle bombe e dal colra, dopo aver dato prova di un eroismo temprato nell'adamante delle sue fulgide memorie antiche.
Qui comincia l'esodo dei migliori cittadini; ma le sventure furono scuola di abnegazione e di costanza nei sacrifizii. Gli esuli, quando suon l'ora dei combattimenti, furono mente e braccio nell'azione suprema.

***

Ed or si apre un mondo nuovo innanzi a noi: la Sicilia italiana.
La Sicilia, superba della propria autonomia, che avrebbe dato la vita per la propria indipendenza, cospira contro le sue tradizioni, rinunzia al suo re, al suo Parlamento, alla sua legislazione, per fondersi nella grande nazione, che si estende dal mare africano alle Alpi estreme.
Il 30 dicembre 1849 il direttore generale della polizia, nella relazione sullo spirito pubblico, scriveva al suo ministro in Napoli, meravigliato ed indignato ad un tempo per quello che era avvenuto nell'isola.  incredibile, egli osservava, qual mutamento si  determinato nella opinione del paese. Questo popolo, fiero della sua autonomia, che si oppose con furore alla sua fusione con Napoli dopo il 1815, oggi parla di vita italiana.
Sono popolari i nomi di Garibaldi e di Mazzini, e si lusingano le plebi che costoro verranno alla testa di un corpo di emigrati.
Cos fu - ed il nuovo ideale ebbe anch'esso i suoi martiri. Ma le fucilazioni e gli arresti arbitrari, le sevizie e le torture non spegnevano, anzi - come sempre accade - alimentavano l'apostolato.
Il 27 gennaio 1850 il feroce Maniscalco, dando carattere ed importanza d'insurrezione ad una semplice dimostrazione popolare, fece fucilare il giovane avv. Garzilli con altri cinque compagni, i quali poscia, istruito il processo dalla ordinaria autorit giudiziaria, furono riconosciuti innocenti.
Il 16 marzo 1857 tocc la stessa sorte a Giuseppe Bentivegna ed a Salvatore Spinuzza, imputati soltanto di cospirazione.
La restaurazione fu dissennata quanto crudele.
Il re nulla fece per affezionarsi le citt, per amicarsi le campagne; tutto, invece, perch gli odii  rinascessero ed inacerbissero. Non eravamo un popolo da governare, ma schiavi da tenere in servit. Il paese era un campo trincerato, nel quale stavan di fronte esercito e cittadini, pronti a rompere ed a lacerarsi tra loro. Il governo, temendo sempre un ritorno delle giornate del 1848, considerava ribelle e puniva di morte il detentore di un'arme, arrestava e torturava chiunque ricevesse la lettera di un esule che osasse scrivere di politica.
E doveva avvenire quello che avvenne: lo scoppio irresistibile dell'ira popolare.

***

La insurrezione pi volte tentata e pi volte differita, ruppe il 4 aprile 1860 al convento della Gancia di Palermo.
Alle prime notizie, Garibaldi, sciogliendo la fatta promessa, s'imbarc coi Mille a Quarto e scese a Marsala. Pel duce fu una serie di vittorie, a Calatafimi, a Palermo, a Milazzo.
Nell'epistolario di Massimo D'Azeglio  una lettera ad un amico, nella quale si meraviglia dei trionfi di Garibaldi. Egli non sa comprendere come il gran capitano abbia potuto vincere con mille uomini un re, difeso da valido esercito e che aveva una flotta potente a guardia del suo territorio.
La spiegazione  facile: il Borbone aveva tutto il popolo contro di s; e gli era ostile l'opinione d'Europa.

***

La Sicilia, interessata alla redenzione di tutta la penisola, non fu ingrata, n imprevidente.
Quando nel luglio 1860 le citt dell'isola erano quasi tutte affrancate, il Borbone, scoraggiato dalle sconfitte, e volendo salvare una parte del regno, ebbe il pensiero di rinunziare alla Sicilia, consentendo che quel popolo decidesse a suo grado delle proprie sorti. Rifiutammo il dono insidioso.
La Sicilia non poteva ripetere l'errore del 1848. La sua libert non si sarebbe assicurata, finch la dinastia non fosse stata cacciata da Napoli. E poi ci saremmo allontanati dallo scopo dell'unit nazionale e saremmo stati ingrati con gli esuli delle provincie meridionali del continente che erano venuti con noi a battersi nell'isola.
Favoriva quel progetto Napoleone terzo, il quale si oppose al passaggio dello stretto, e vi sarebbe  riuscito se l'Inghilterra non avesse fatto prevalere il principio del non intervento.
Fu rapida la corsa di Garibaldi da Reggio a Napoli. In pochi giorni le schiere nemiche furono sbandate; e il 21 ottobre fu votato il plebiscito in tutte le provincie meridionali, plebiscito che proclamava l'unit della patria italiana.

***

Ma l'opera nostra non poteva arrestarsi qui: a maggiori altezze essa intendeva.
Certamente, coll'affrancazione delle provincie meridionali della penisola noi avevamo elevato la parte maggiore del grande edifizio. Un anno innanzi ci era stato dato l'esempio dalla Toscana, prima a rinunziare alla sua antica autonomia; quindi l'Emilia, che dal 1820 in poi aveva tentato pi volte di far sventolare nelle ubertose sue pianure la bandiera dell'unit nazionale.
Dopo ci il dominio dell'Austria non era pi duraturo; e cadde anch'esso per necessit di tempi. Lo segu nel precipizio il potere temporale dei papi, il quale, non pi reggendosi per forza propria, segu la sorte del suo protettore.


***

Cos fu sciolto il gran problema; ma non dobbiamo arrestarci nella missione che l'Italia ha assunto, elevando il suo trono in Campidoglio.
L'unit, per l'Italia,  garanzia d'indipendenza di fronte allo straniero. E perch essa sia, bisogna che tutto il territorio nazionale sia emancipato dallo straniero.  debole la nazione cui manca il possesso delle frontiere segnate dalla natura;  debole la nazione, lungo le coste della quale si ncorano flotte straniere, continua minaccia alla volont nazionale.
Ma l'unit non  tutto, e perch l'indipendenza sia vera e sostanziale,  necessaria la libert.
Un principe che non ha per s tutte le forze d'un paese,  forte a met. Uno Stato il cui popolo non sente la dignit dei proprii diritti,  debole ed esposto alle invasioni di chiunque voglia dominarlo.
Ai bizantini non mancavano le frontiere, bens la fede che scaturisce, come limpido zampillo, dalla libert. I francesi nel 1815 avevano al Reno i confini che oggi loro mancano, e furono vinti a Waterloo per sola stanchezza di schiavit.

L'unit sarebbe inutile, se non dovesse portarci forza e grandezza.

***

Malauguratamente, l'unit della patria  insidiata, cos dai micromani che vogliono rinchiudere l'Italia nel suo guscio, appartandola dalle grandi Nazioni, inibendole tutte quelle iniziative operose, dal cui sviluppo dipender un giorno il conseguimento dei destini suoi gloriosi, come dagli anarchici e dai clericali, sovversivi entrambi, entrambi negatori della patria.
Io mi domando, non senza un brivido di sconforto, se valeva la pena che di sette Stati ne avessimo fatto uno, per poi discutere se questo Stato cos laboriosamente formato, debba o non debba occupare il posto che moralmente e materialmente gli spetta!
I miei avversar - una ben nudrita coorte, in verit! - mi chiamano megalomane; e l'ingiuria mi giunge al cuore dolce come una lode.
Sol chi nulla fece per la patria negli ultimi sessant'anni del movimento nazionale, chi nulla mai per essa sofferse, chi nulla le sacrific, pu far getto  di nobili e sante ambizioni, che dovrebbero essere patrimonio comune ad ogni cuore italiano.
Vigiliamo, dunque: gli uomini di buona volont, i patrioti sinceri si uniscano e concordi attendano a prevenire i pericoli che minacciano l'unit della patria, mettendo in guardia le plebi contro le vane lusinghe e le grossolane seduzioni, ed avviando l'Italia nostra a quella grandezza senza la quale essa non ha ragione di essere, anzi non pu essere.
E noi vogliamo che l'Italia sia!



I MOTI TOSCANI DEL 1847 E 1848. LORO CAUSE ED EFFETTI.
 
CONFERENZA DI NICCOL NOBILI.


L'autore di questa conferenza non pot rivederne le stampe, perch la morte lo incolse prima che il suo scritto vedesse la luce.
Del Senatore Niccol Nobili, molti ricorderanno, oltre alle benemerenze civili e patriottiche, la gentilezza dell'animo e l'amore agli studi: di che la Societ nostra ebbe pi d'una prova, mentr'egli fu Presidente della Deputazione Provinciale, che concesse liberale ospitalit alle Letture nella Sala di Luca Giordano.

Correva l'autunno del 1845 quando in tutti i ritrovi delle citt di Toscana e specie di Firenze, che ospitava gran numero di emigrati pontifici, l'argomento delle discussioni cadeva generalmente sopra le esorbitanti condanne pronunziate da una Commissione straordinaria in Ravenna. A quei parlari pi liberi segu tutto ad un tratto un dir sottovoce, con frasi tronche e interrotte, come se per l'aria ci fosse qualche cosa di misterioso e di grosso. Si parlava di armi giunte in Livorno, portate nascostamente a traverso la Toscana e introdotte nella Romagna papale. Si diceva che accordi fossero intervenuti tra le citt delle Legazioni e delle Marche, che la fiera di Sinigaglia ne avea offerto il mezzo; che si voleva far pro del malumore suscitato dalle condanne ravennati e che tutto era fissato per una contemporanea rivolta. Ora se ne dava il giorno come sicuro, ora si diceva che nulla stava pi bene, perch da Rimini era venuto un contrordine e che, di ci offesa, una parte dei cospiratori era rientrata in Toscana.
Mentre queste notizie, con le solite frangie, con le solite assicurazioni sopra l'autenticit delle fonti, correvano di bocca in bocca, si sa che la sommossa  scoppiata in Rimini; che un tal Renzi, con pochi de' suoi, s' impadronito della caserma, ha arrestato i pochi ufficiali colti qua e l alla sprovvista ed ha proclamato il governo provvisorio sotto la sua presidenza.
Due giorni dopo, la sommossa era svanita. Le Marche, le Legazioni eran rimaste tranquille: il Renzi e una trentina de' suoi rifugiati in Toscana, avean consegnate le armi, colla promessa che tutti sarebbero imbarcati a Livorno e avviati verso la Francia.
Comunque abortito quel movimento, non il primo n il solo, preconizzava un'agitazione popolare. L'atmosfera politica era grave di nubi, pi o meno cariche di elettricit in ogni parte d'Italia, e neanche in Toscana il cielo potea dirsi tranquillo e sereno, bench il clima, generalmente temperato e mite, non facesse temere lo scroscio di meteore devastatrici. E per metter subito da parte le forme rettoriche, mi spiego sul significato di questo mite clima toscano, delineando in breve il carattere del popolo, la condizione in cui questo si trovava al cominciare dei moti politici del 1846 e come vi fosse arrivato.
Fermatevi per un momento con me dinanzi ad una di quelle tante urne cinerarie etrusche, di cui  ricco il nostro Museo. Guardate quella figura d'uomo, distesa come sopra un lungo guanciale, col torso a met sollevato perch l'avambraccio fa sostegno e puntello alla testa: quella figura ha gli occhi aperti e fissi, non volti n alla terra n al cielo:  quello un atteggiamento mistico non di molle riposo;  figura di uomo che pensa e par che vi dica: son pronto a levarmi su non appena sia d'uopo. Or bene: molti secoli son decorsi, molte generazioni son passate, ma quella figura pu rappresentare ancora il tipo della gente toscana. Questo popolo ha mente acuta e sottile, facile a discernere il lato pratico delle cose; mite d'animo, alla violenza riottoso, disposto a soffrire finch sia possibile, ma pronto a levarsi su se tutto si dolga. E per questa sua tendenza a pensare piuttosto che a fare, si spiega come il popolo toscano, non dimentico mai di quella libert di cui furono moderatori l'Alighieri, il Machiavelli, il Giannotti, e difensori il Capponi, il Ferrucci, il Buonarroti, siasi appagato del presente con le memorie del passato, abbia sopportato il giogo mediceo, soddisfatto dall'essersi saputo reggere anche da s medesimo e di non aver accettato il duca Alessandro come padrone, ma come capo della repubblica; si spiega come andasse lieto che il Rinuccini pel trattato di Utrecht avesse dichiarato, a nome di Cosimo terzo che il Granduca non pu disporre dello Stato, ma che spetta alla repubblica il deliberare; che Don Neri Corsini avesse ripetuto in nome del medesimo principe, al congresso di Cambray, che il Granduca non poteva permettere che si facesse offesa alla citt di Firenze e al suo dominio, e infine che lo stesso Giovan Gastone avesse trovata lena abbastanza per protestare contro il trattato di Vienna del 1731, perch ledeva i diritti dei popoli toscani e distruggeva la libert di Firenze.
In uno Stato libero e indipendente, il popolo, comunque non libero, sente quasi di riflesso dallo Stato il sentimento dell'indipendenza e della libert; e perci, ancorch il trattato del 1731 violasse davvero le ragioni del popolo, pure dichiarando la Toscana Stato sovrano, la riconosceva libera e indipendente, e il popolo se ne appagava tanto pi facilmente, dacch i Lorenesi mostravano della Sovranit saper far uso larghissimo.
Leopoldo I, infatti, aveva convertito in legge i concetti dei pi eminenti pensatori di quel secolo, proclamata la libert del commercio, gettato nella legislazione il seme di quelle franchigie, che doveva poi germogliare e portare i suoi frutti. Mutarono i tempi, e forse neanche quel Granduca, che si disse filosofo, pot dal limitato principio misurare l'ampiezza, cui l'avrebbe sospinto la forza irresistibile del progresso. Ma intanto il sentimento dell'indipendenza e della libert si era affermato nell'animo delle popolazioni toscane. Con la libert di commercio la Toscana era entrata nel gran movimento europeo; con la libert di commercio aveva ricevuta la solenne sanzione della libert del lavoro, che  ricognizione di propriet e garanzia di uguaglianza, e si trovava cos preparata ad accogliere senza urti, senza terrori, senza spargimento di sangue, la fiumana di quei grandi principii che, superando con l'89 i contini di Francia, avrebbero dilagata l'Europa.
L'impero napoleonico non dette alla Toscana la libert, ma ne spezz i ristretti confini chiamando a Parigi in Senato il principe Tommaso Corsini, il Fossombroni, il Venturi, il Giera; nel Consiglio di Stato Don Neri Corsini, il Giunti, il Serristori, il Capei, e al Corpo Legislativo i rappresentanti dei tre Dipartimenti dell'Arno, dell'Ombrone e del Mediterraneo. E comunque la Toscana non facesse parte di quelle regioni, con le quali costituiva il Regno d'Italia, pure l'idea che dall'Alighieri in poi aveva agitata la mente dei nostri pensatori, era divenuta realt: in quel nome di Regno d'Italia era racchiusa una grande promessa, il germe dell'unit nazionale era gettato nella mente e nel cuore del popolo.
Napoleone aveva offeso, e non impunemente, il principio di nazionalit, che alla lor volta invocavano le potenze alleate per dare alle loro armi quella forza che fino allora non avevano avuta; n temevano esse di acuirlo col concetto dell'unit, tanto avevano in animo, a tempo e luogo, di soffocarlo. Era infatti il principio dell'unit nazionale che il Nugent invocava nel proclama di Ravenna, quando sotto l'intestatura: Regno d'Italia indipendente, scriveva: "Italiani, non state pi in forse; siate italiani, e le nostre forze congiunte faran s che l'Italia divenga ci che ella fu gi nei tempi migliori."
Era il principio dell'unit nazionale, che pi tardi tornava a invocare l'arciduca Giovanni quando diceva agli italiani: "Non d'altro per voi v' bisogno che di volere: sarete novellamente italiani, e l'Italia tornando a nuova vita, torner ad avere il suo grado tra le nazioni."
Dopo breve volger di tempo, le Potenze alleate, manipolando i trattati del 15, cadevano, per la ebrezza della vittoria, nel medesimo errore del loro grande avversario, sconfessando quel principio che poco prima aveano invocato. Divisa in brani l'Italia, anche la Toscana fu dichiarata propriet di Ferdinando d'Austria.
La natura ha leggi somiglianti nel campo fisico e nel campo morale; e come il sonno d nuova vigoria alle forze esaurite degli animali, lo stato di quiete e di raccoglimento d alle idee, affinch si facciano strada nella coscienza dei popoli, quella potenzialit che non hanno quando dapprima si palesano alla mente del pensatore, o si lasciano intuire dalla ispirata fantasia del poeta. E il sentimento, in cui si rispecchiavano le idee dell'indipendenza, della libert, dell'unit nazionale, rest apparentemente sopito, e non di per lungo tempo altro sintomo di vita che quello di qualche raro movimento politico.
Il sentimento dell'unit nazionale restava peraltro sempre vivo nella coscienza del popolo toscano, e, come costantemente accade, si rivelava nella ispirazione dei suoi poeti. Il Giusti, il poeta popolare, faceva dire allo Stivale:

Fatemi con prudenza e con amore
Tutto d'un pezzo e tutto d'un colore.

E poco innanzi Giovanni Battista Niccolini, il poeta civile, aveva fatto dire al suo Procida:

Fui di Manfredi amico, e grande ed una
Far la sua patria ei volle;

come pi tardi, quando nella Cappella del Pretorio fu scoperto il ritratto di Dante, lo stesso Niccolini con felice ispirazione cantava:

Voi che la tenebrosa
Coltre del tempo, che all'Italia aggrava
La sua fronte immortal, levare osate,
Or colla mano ardita
Le molteplici bende lacerate
Onde gelida a lei corre la vita,
Perch di tanti non sia pi mancipio
Ritorni alla belt del suo principio;
Generoso disegno
Da s lungo servaggio alzarla a regno!

Era questo popolo toscano che sentiva nel suo idioma ardere il fuoco sacro dell'unit nazionale!

In quel periodo non breve dal 1815 al 1845, in Toscana e specie in Firenze si viveva come in una famiglia. Dell'aristocrazia feudale, spossata gi dalla repubblica democratica e dalla mollezza medicea, morta e seppellita con le riforme leopoldine, non si aveva neppur l'idea. Le famiglie pi illustri eran venute su dal commercio, e salite a potenza per dovizie e per fama, perch taluno dei suoi, in casa o fuori, aveva fatto fortuna nelle arti della seta, o della lana, o del cambio, e perch non era mancato mai chi o col consiglio, o con la dottrina, o con l'opera, ne tenesse il nome alto e venerato. E il popolo, che sapeva esser quelle famiglie uscite dal proprio seno, le amava e le rispettava, quasi ne traesse ammaestramento che il lavoro le aveva nobilitate, e che il lavoro apriva a tutti la via onde conseguire dovizie ed onori.
Il Governo lorenese, bench assoluto, era stato quasi sempre paterno, n quando avesse voluto infierire, avrebbe trovato in Toscana un Riccini o un Del Carretto. I Ministri del Granduca, mancati alla vita il Fossombroni e Don Neri Corsini, non avevano una gran levatura di mente, e, se ligii per paura all'Austria, eran di buona pasta e d'animo mite. L'epigramma era l'arma del popolo se offeso dalla prepotenza di qualche Commissario di polizia. Le stte in Toscana non attecchivano, se si eccettua, per le sue condizioni speciali, Livorno; i Gesuiti cacciati da Leopoldo I, non eran pi riusciti a mettervi piede, e fu per il popolo toscano un vero olocausto alla libert e all'unit conquistata, quando il nuovo regno schiuse loro i vietati confini dell'ex Granducato. Le scuole eran poche, ma buone ed intese a istruire e a educare: la giovent era generalmente ammaestrata nelle Scuole Pie, e bisogna pur dire che quei Padri, con l'insegnamento classico in specie, si studiavano di formare il carattere dei loro alunni; e instillando ad essi nel cuore l'amor della patria, li educavano ad essere e a sentirsi italiani.
A diffondere le idee liberali non si trascurava mezzo ne occasione. E per offrire qualche esempio, il marchese Cosimo Ridolfi, anima candida, di grande ingegno e di largo sapere, lasciava il proprio palazzo in Via Maggio e andava ad abitare nella Pia Casa di Lavoro, della quale aveva assunta la direzione, per dare con l'esempio delle sue virt, con la dolcezza della sua parola il pi utile degli ammaestramenti a quei giovani l ricoverati. Il barone Bettino Ricasoli, uomo di elevati sentimenti, di saldi propositi, nei doveri verso la famiglia e verso la patria rigidissimo, si ritirava nel suo Brolio per dare ai suoi numerosi coloni un catechismo di morale insieme colle pratiche dell'agricoltura. L'Accademia dei Georgofili, discutendo delle libert economiche, teneva vivo il sentimento delle libert civili e politiche. Il Vieusseux, col suo gabinetto, dove convenivano pensatori, letterati, studiosi da ogni parte d'Italia, e con la sua Antologia, faceva larga propaganda d'idee liberali; e cessata l'Antologia per ordine del Governo, ne tenevano il luogo le edizioni di Felice Le Monnier, alle quali le ostilit e i divieti degli altri governi italiani, davano, merc la clandestina diffusione, una pi potente efficacia.
Da tutto quanto vi ho esposto, facile  il dedurre come nessun popolo in Italia pi del toscano, si trovasse all'alba del 1846 temperato agli alti ideali della libert, dell'unit nazionale, e per essi pronto ad agitarsi, e a combattere!
Quel Renzi, che aveva cos infelicemente condotta la sommossa di Rimini, era di nascosto tornato in Firenze, e saputolo monsignor Sacconi, incaricato apostolico, ne aveva chiesta l'estradizione fondandosi sopra un vecchio trattato conchiuso tra il Granduca e il Pontefice. Grandi simpatie si destarono in tutta la Toscana a favore del Renzi, e Vincenzo Salvagnoli dett una commoventissima supplica, che la stessa moglie del Renzi present, piangendo, al Granduca. Tutto fu inutile; nel Ministero toscano non era pi chi potesse resistere a Roma: e con grande e generale rammarico, nella notte del 24 gennaio il Renzi, condotto al confine, fu consegnato ai soldati del Papa. Se poi il Renzi non si mostr degno di tanta simpatia, ci non tolse che il popolo giudicasse severamente e principe e governo, e che una eletta schiera di giovani, che si disse ispirata dal Montanelli, per combattere in nome della libert, cominciasse allora e per quel fatto a valersi della stampa clandestina, arma potente ma pericolosa, e che avrebbe poi contribuito a precipitare il movimento a rovina.
Vincenzo Gioberti col suo Primato aveva apertamente posta la questione del risorgimento italiano, e comunque non si prestasse, specie in Toscana, gran fede ad una federazione di Stati sotto la presidenza del Papa, la discussione era sorta, ed era buono che i Gesuiti l'avessero inasprita, spingendo il Gioberti a modificare e temperare coi Prolegomeni il suo primo concetto. Mentre il dibattito si faceva sempre pi vivo, e lo stesso guelfismo lo rendeva pi acutamente avverso all'Austria, moriva senza rimpianto Gregorio sedicesimo, ed era in breve ara proclamato a suo successore Giovanni Mastai Ferretti vescovo d'Imola, uomo di molto cuore, ma non di gran mente, e che cedendo agli impulsi dell'animo buono, inizi il suo regno con la solenne amnistia di tutti i condannati politici, dei quali rigurgitavano le galere e le carceri pontificie.
Se il principe di Metternich, profondo conoscitore degli uomini e delle cose, fu costretto a confessare che un papa liberale non se lo era immaginato mai, si capisce come quell'atto magnanimo del nuovo Pontefice rendesse stupefatta l'Italia e l'Europa. Le idee giobertiane non eran pi delle vane utopie. Ai liberali italiani l'amnistia, invece che la espressione di un mero sentimento di carit cristiana, apparve come la rivelazione di un gran concetto politico; e il fatto del papa liberale, mentre afforz il sentimento dell'indipendenza e della libert, di tanto avviv il concetto della federazione di quanto fece impallidire e annebbiare quello dell'unit nazionale.
Che se al Congresso degli scienziati italiani apertosi in Genova nel novembre, al quale per concessione del Papa intervennero anche i romani, si parl di scienza, ma non meno di politica, e di confederazione tra i principi con a capo o Carlo  Alberto o Pio nono; se a dire del. Lambruschini quel Congresso per altezza e saviezza di sentimenti super tutti gli altri; se nel 5 e nel 6 di dicembre si festeggi, pure in Genova, il centenario del Balilla, e per suggerimento del Mamiani, a mostrare la conformit degli intenti, in quelle due sere si accesero grandi fuochi su tutte, fino sulle pi lontane vette dell'Appennino, era sempre il principio dell'indipendenza e della libert non dell'unit che informava e i parlari degli scienziati e le dimostrazioni del popolo.
Ma intanto lo spirito reazionario aveva levata la testa; chiamava Pio nono un intruso, un vecchio massone, un incredulo: negli Stati pontifici erano a fronte gregoriani e piani, in Toscana retrogradi e riformisti, e la scissura, entrata fra i liberali, li aveva divisi in moderati e in esaltati. Alle lettere politiche, con le quali il Balbo accusava le societ segrete, rispondeva irosamente il Montanelli con un opuscolo firmato Un Romagnolo. E mentre le forze dei liberali si sciupavano cos nell'attrito delle accuse, delle querimonie, delle violente difese, i partiti estremi toglievano occasione dalle sofferenze delle classi povere per la carezza dei cereali prodotta dalle scarse raccolte, onde soffiare nel fuoco e far scoppiare disordini in Modigliana,  in Pistoia, in Monsummano, e pi gravi ancora in Livorno. Il 1847 cominciava sotto cattivi auspicii, e dava a credere che sarebbe stato torbido e burrascoso.
La restituzione del Renzi e il sospetto che la Toscana dovesse servire ai raggiri dell'Austria aveva scemato l'affetto per il Principe, e reso impopolare il Governo. Si sapeva che il Neuman, ministro austriaco presso il Granduca, gli aveva offerto il concorso delle truppe imperiali per sedare i tumulti che avvenivano ora in questa, ora in quella parte della Toscana. Erano per di pi arrivati in Firenze Francesco V di Modena, che da poco aveva ereditato dal padre il regno e l'odio dei suoi sudditi, e insieme con lui l'arciduca Ferdinando d'Austria, quello stesso che l'anno innanzi comandava la Gallizia, quando l'Austria, armata la mano dei contadini, aveva coadiuvata la pi orribile carneficina di migliaia di polacchi, ed era giunta perfino a impedire le collette per le vedove delle vittime e per gli orfani, dei quali per pi che 200, ancora infanti, non si conosceva neppure il nome, perch i parenti, gli amici, i domestici loro erano stati uccisi in quell'immane eccidio.
Naturalmente i fiorentini guardavano di mal'occhio i due ospiti, e nel modo medesimo, poco  dopo, i pisani guardavano l'arciduca Ferdinando, il quale si era recato a Pisa, dove aveva palazzi e terre ereditate dalla madre Beatrice Cibo d'Este, e di l corrispondeva col Duca Carlo Lodovico di Lucca, uomo che in vita sua ne aveva fatte di tutti i colori; libertino, protestante, cattolico, liberale e in quel momento assolutista arrabbiato. E l si trattenne l'Arciduca finch, annoiati i pisani per la sua presenza, con una pacifica ma espressiva dimostrazione dinanzi al suo palazzo, lo costrinsero a tornarsene in Austria donde era venuto.
L'incertezza che dominava nel governo, si manifestava ogni giorno o col lasciare andare, o col prevenire soverchio, ora col subitaneo rifiutare, ora col troppo tardo concedere; e intanto l'agitazione cresceva. I cos detti Bollettini della stampa clandestina fioccavano frequenti, ma non pi da una sola e medesima fonte. Alla stampa dei giovani liberali, la quale se talvolta aggressiva, era ispirata pur sempre agli alti ideali della patria, si era aggiunta quella dei retrogradi e del partito d'azione; questo che voleva tutto e subito, quelli che cercavano di mandare tutto a rifascio il pi presto possibile. La polizia si arrovellava invano per scoprire gli autori della cos detta clandestina, e per sbizzarrirsi ficcava in prigione  gran numero di operai tipografi, bandiva dalla Toscana il marchese Massimo d'Azeglio, ed esigeva dallo stesso Ministro Cempini che il figlio di lui, Leopoldo, giovane d'alto ingegno, d'animo aperto, di affetti e di entusiasmi facile, liberale fervido, ai compagni agli amici carissimo, dovesse a suo malgrado fare un viaggio in Germania.
Ci non ostante al Granduca e ai suoi Ministri non mancarono consigli valevoli a cancellare le insorte diffidenze e riportare la calma nelle popolazioni. Il marchese Cosimo Ridolfi, il quale come Aio del Principe ereditario, aveva consuetudine col Palazzo Pitti, non lasciava occasione per parlare al Granduca di ci che il Paese desiderava, tanto che gli amici gli avevano dato il nome di Predicatore, comunque e' dicesse che predicava al deserto, e paragonasse l'animo del Principe a una lavagna, sulla quale si poteva scrivere ci che si voleva, ma sulla quale chiunque venisse dopo, cancellava e riscriveva con la medesima facilit. Bellissima nella sostanza e nella forma  la petizione che il barone Ricasoli presentava al Cempini nel 3 marzo, esponendogli quale fosse il vero stato della Toscana, quali le necessit, quali i pericoli, e per quali mezzi fosse possibile scongiurare questi e a quelle provvedere. Saggi consigli, che il Ricasoli aveva  maturati col Lambruschini e col Salvagnoli, e che avrebbero infrenato il movimento col farsene il Governo stesso guida e moderatore, e ridestato verso il Sovrano i sopiti affetti del popolo!
Il Cempini lod la petizione e promise di presentarla al Granduca; ma poi dicendo che si trattava di cose assai gravi e che occorreva tempo a ben ponderarle, pose tutto a dormire: se non che contro quel sonno cospiravano gli eventi. Pio nono in quel mentre emana un editto sulla stampa che tempera quello del 1825, e sorgono immediatamente due giornali, il Contemporaneo a Roma, il Felsineo a Bologna. E il Ricasoli, che nella sua petizione aveva esposta la necessit di render libera ogni onesta manifestazione di pensiero, torna dal Cempini, gli presenta una seconda petizione, dimostra il grave pericolo che la stampa clandestina ecciti ancora le passioni popolari, e l'urgenza che una legge sulla stampa sia emanata dal Principe con tutta l'apparenza della pi assoluta spontaneit, e unisce alla petizione anche un disegno di Legge redatto dal Salvagnoli.
Per mala ventura i liberali moderati trovarono in ci un punto di disaccordo. Tutti deploravano le intemperanze della stampa clandestina; ma, per frenarla, gli uni volevano ottener dal Governo il  permesso di istituire un giornale, che sostenendo i principii della libert commerciale rassicurasse il paese dai timori di perturbazioni popolari e di attacchi alla propriet, e dasse allo Stato la forza morale occorrente con lo spingere i cittadini a valersi delle neglette istituzioni municipali; gli altri sostenevano che prima di fondare un giornale si doveva ottenere che una legge sulla stampa fissasse nettamente i diritti e i doveri dei cittadini. Antesignano dei primi il Capponi, dei secondi il Ricasoli: la discussione si faceva sul Felsineo di Bologna, scrivendo per questi il Salvagnoli ed il Buschi, per quelli il Digny. Ragione del discutere era il dubbio se la stampa clandestina potesse combattersi, quando il mezzo legale per esprimere liberamente il proprio pensiero non si fosse prima ottenuto. Validi gli argomenti degli uni e degli altri, ma deplorevole che le forze si scindessero quando pi occorreva che si spiegassero unite.
Il Governo studia a lungo, e di malavoglia il 5 di maggio emana una legge non peggiore di quella romana, ma ispirata dalla paura, dalla diffidenza, e dalla caparbiet poliziesca. Niuno se ne accontenta, e per quanto si voglia festeggiare la legge sulla stampa libera, la dimostrazione a Firenze riesce meschina, ostile a Siena, tumultuosa a Livorno.

Si comprese,  vero, che certe restrizioni filate d'ottobre non sarebbero giunte a novembre; ed uno dei primi atti dell'ufizio di revisione in Firenze fu quello di permettere al Salvagnoli la ristampa del suo Discorso sullo stato politico della Toscana, in cui esponeva francamente ci che principe, governo e privati avrebber dovuto fare per conseguire il bene e preparare il meglio di questo paese. Di giornali, primo sorse l'Alba diretta dal La Farina, scrittori il Vannucci, il Mayer, il Mazzoni, la quale non ostante gli entusiasmi per Pio nono, si chiar presto avversa al poter temporale. Usc quindi la Patria, diretta dal Salvagnoli, in cui scrivevano il Lambruschini e il Ricasoli; e questa per il suo stesso programma - alleanza tra libert e principato - quando, invece di attutirsi, crebbero le diffidenze contro il governo toscano, si orient verso il Piemonte. In Pisa era sorta l'Italia, la quale, diretta dal Biscardi con la collaborazione del Centofanti, del Giorgini e del Montanelli, s'ispirava al misticismo dell'idee giobertiane. Il Corriere Mercantile in Livorno si era trasformato in giornale politico.
Ma quasi che il movimento non fosse abbastanza rapido, un altro fatto venne ad imprimergli un impulso nuovo. Riccardo Cobden, il propugnatore  nel Parlamento inglese delle istituzioni toscane sulla libert del commercio, era nel maggio giunto in Firenze. La pleiade dei liberali, che aveva come suo centro l'Accademia dei Georgofili, brillava di nuovo splendore. Nelle allocuzioni, nei banchetti, nei parlari amichevoli, al tema delle libert commerciali si associava quello delle libert civili e politiche, e il Lambruschini chiudeva i festeggiamenti inneggiando alla libert universale, che sarebbe stata la santa alleanza dei popoli e la preparatrice dei tempi, ai quali  promesso un sol gregge e un solo pastore.
Il popolo, che dalle parole stesse del Cobden autorevolmente apprendeva come la piccola Toscana fosse stata presa ad esempio di libert dalla potente Inghilterra, se ne sentiva altero, e la brama delle riforme liberali rinfocolatasi, gli faceva provare pi odiose le incertezze e le resistenze governative; ci che addimostrava cos rumorosamente, che alla fin di maggio il Governo si trov costretto ad annunziare essere stato dal Granduca deciso che fossero rivedute le leggi municipali, compilato il codice civile e quello penale, e a Commissioni speciali, oltre questi studi, fosse affidato anche quello sul modo di ampliare la Consulta estendendone le ingerenze consultive sui pubblici  affari. Grave errore il non fare e promettere, pi grave ancora il promettere timido e indeterminato!
Mentre il Governo oscillava cos tra il fare e il non fare, Pio nono nel luglio concede la guardia civica; di l a poco le truppe austriache in onta ai trattati occupano la citt di Ferrara; e una congiura contro la persona del Pontefice  scoperta, supposta esistere in Roma. Dai quali fatti gli animi dei toscani sono un po' naturalmente, ma pi ancora ad arte talmente eccitati, che tumulti e violenze avvengono in Siena, in Arezzo, in Livorno, e sciaguratamente il conflitto avvenuto in Siena tra carabinieri e studenti, finisce colla morte dello studente Petronici, di cui l'accompagnamento funebre se poco ha di piet, molto ha di solenne e di minacciosa protesta.
Don Neri Corsini, Governatore di Livorno, mosso da un nobile sentimento di dovere verso il paese e verso il Sovrano, prima che quei tristi fatti accadessero si era rivolto al Granduca esponendo la gravit delle cose, deplorando che le promesse del maggio antecedente non fossero in nulla adempite, e proponendo i modi per render la Consulta proficua, e al bisogno dei tempi pi consentanea la legge sulla stampa. N il clamore dei giornali, n le dimostrazioni popolari, n le raccomandazioni di nuovo dirette dal Corsini al Principe e al Ministero valsero a troncare gl'indugi. Anche adempite, le promesse fatte nel maggio pi non sarebbero bastate; i fatti di Ferrara e di Roma un'altra istituzione reclamavano. Il popolo voleva le armi e chiedeva la guardia civica.
Era fatale che alcuni dei Ministri per servilit verso l'Austria, altri per cieca debolezza, dovessero accordarsi nel temporeggiare, finch costretti a fare qualche cosa in fretta e furia, la facessero male. Nel 24 agosto fu emanato il Motuproprio che riformava la vecchia Consulta in modo affatto manchevole, e la componeva quasi interamente di dipendenti dalla Corte e dal Governo. L'istituzione apparve illusoria, si tacque peraltro perch nella Legge si diceva che la Consulta, per suo primo affare, doveva riferire sulla convenienza di istituire la guardia civica. Ma quando era decorso l'agosto e la Consulta non si adunava ancora, il fermento si spinse a tale, che in Livorno in una radunata di popolo si trattava di andare in massa e armati a Firenze, ingrossando per via, e l chiedere tumultuando la immediata istituzione della guardia cittadina.
Il pericoloso disegno si sarebbe portato ad effetto se la sagacia di Don Neri Corsini non riesciva  a fare adottare invece l'invio di una Commissione presieduta dal Gonfaloniere; la quale immediatamente part, portando al Cempini una lettera del Governatore. La Consulta, convocata per urgenza la mattina di poi, 4 settembre, espresse, ne a quell'ora poteva caderne dubbio, il voto favorevole, e un Motuproprio sovrano dichiar la guardia civica istituzione dello Stato.
Gli affetti delle moltitudini son facili a fortemente manifestarsi come a passare da estremo a estremo, dalla fede alla disperazione, dall'amore all'odio, dalla piet all'ira, dal dolore alla gioia; e appena nel pomeriggio del 4 si conobbe il voto della Consulta, la popolazione, che ieri rumoreggiava e fremeva, proruppe in giubilo: un solo e medesimo pensiero cadde come per incanto nella mente di tutti: domani, giorno di festa, dimostrazione al Granduca. L'accordo era prima fatto che proposto; e fu un subito correre di qua e di l, un affaccendarsi per improvvisare pennoni, stendardi, bandiere, avvisare gli amici, raccoglier bande musicali, dare a tutti il convegno intorno al tempio d'Arnolfo. E la mattina della domenica, un ventimila persone erano assiepate sulla Piazza del Duomo, disposte in ordine militare, divise come per compagnie e per plotoni, con un vessillo innanzi a ogni gruppo. Quando la testa di quella colonna fu pronta per muoversi, una brigata di giovani contadini le si fa innanzi e un di loro dice modestamente: "Non abbiamo bandiera, lasciateci unire, slam fratelli anche noi." Quella parola fu come una corrente elettrica che percorresse tutte le fibre di quella massa di popolo: fu un grido entusiastico di Viva i fratelli, che accolse quei giovani e che si ripet da tutti, senza che i pi ne sapessero la ragione. Traversata la citt giunsero i dimostranti tra il suono delle bande e i gridi di Viva Leopoldo, Pio nono, l'Italia, e senza un grido che suonasse per nessuno odio o disprezzo, sulla Piazza dei Pitti, dove l'entusiasmo sal a tale che il vicino abbracciava e baciava il vicino con le lacrime agli occhi, e si separavano senza che l'uno sapesse dell'altro nulla di pi che erano italiani ambedue. Una Commissione, di cui erano a capo Ferdinando Bartolommei e Ferdinando Zannetti, due cuori ardenti di libert, di nobile lignaggio, di pronto ingegno, d'animo generoso, il Bartolommei, pieno di sapere e di modestia, amato dai discepoli e dal popolo il professore Zannetti, sal a ringraziare il Granduca, il quale commosso afferm la sua determinazione di compier l'opera riformatrice. Circondato a quell'ora dall'amore di una  intiera popolazione, era il cuore che parlava per lui, n lo spettro dell'Austria poteva farlo scientemente mentire!
Dimostrazioni si fecero nei d seguenti a Pisa e a Livorno. In quest'ultima citt l'esaltazione sal al colmo; si arring il popolo dalle finestre delle case, si parl di tirannide e di tiranno. Un vero baccanale rivoluzionario defin quella dimostrazione Don Neri Corsini in una nobilissima lettera al conte Ferretti, nella quale spiegava il perch delle sue dimissioni da Governatore di Livorno e da Ministro degli esteri.
Nel 12 settembre, nuova dimostrazione in Firenze, cui prendono parte i rappresentanti di tutti i municipi, con le rispettive bandiere nazionali gli inglesi, i francesi, i tedeschi, gli americani, i greci e gli ungheresi residenti in Toscana. Pi di 50,000 persone sfilarono davanti il Palazzo Pitti, e se questa seconda dimostrazione non si elev all'entusiasmo cui giunse la prima, fu per pi grandiosa e fu la pi bella espressione dell'alleanza tra popolo e principe, di fraternit tra popolo e popolo. In questa dimostrazione il concetto unitario era rappresentato da poche bandiere tricolori e il concetto federativo da molte, nelle quali al bianco, al rosso, al verde il giallo era aggiunto.

Le minaccie dell'Austria raffreddano gli animi del Granduca e de' suoi ministri. Don Neri Corsini, che aveva incitato Principe e Governo a frenare il movimento col metterglisi alla testa proclamando la costituzione,  invitato a dimettersi, ma la marea monta sempre pi, e per farle argine Cosimo Ridolfi  chiamato al Ministero dell'interno. Intanto Carlo Lodovico di Lucca, smentendo le promesse che per paura aveva fatte ai Lucchesi, mercanteggia il Ducato con l'Austria, e il Governo toscano per impedirlo, cede a tutte le pretese del Ward, quell'uomo che dalla stalla era salito al grado il pi eminente del Ducato ed era del suo Sovrano ben degno rappresentante. I trattati del 15 per la reversione del Ducato di Lucca al Granduca di Toscana imponevano la cessione di Fivizzano, di Pietrasanta, di Barga e di alcuni distretti lucchesi al Ducato di Modena, e Carlo Lodovico per anticipare quella reversione aveva preteso, e il Governo toscano concesso, la immediata cessione a lui del territorio e della citt di Pontremoli.
L'unione del Ducato Lucchese fu generalmente accolta in Toscana con gioia, ma porse ai funesti mestatori argomento per accusare il Governo d'aver tradito i popoli di Lunigiana, e per animar questi a disperata resistenza, specie dopo che dalle truppe estensi erasi proditoriamente occupato Fivizzano e non senza spargimento di sangue. Si torn alle radunate di popolo, alle suppliche, alle minacele in favore dei fratelli lunesi. Pio nono, invocato da loro, aveva promesso spontaneamente di intercedere presso Francesco V e Carlo Lodovico; e il Governo, che non amava di meglio che serbare quei popoli alla Toscana se non glielo avessero impedito i trattati, aveva inviato il barone Ricasoli a Carlo Alberto, che non rifiut i suoi buoni uffici, comunque dubitasse che la ressa dei Duchi fosse aizzata dall'Austria. Tutto riesci vano, e nel novembre del 1847 non si ebbe di buono che la firma dei preliminari per la lega doganale tra Piemonte, Roma e Toscana, e la promessa che Carlo Lodovico non avrebbe preso possesso di Pontremoli se non succedendo, secondo i trattati, a Maria Luisa nel Ducato di Parma; ci che accadde ben presto. Morta la duchessa nel 17 dicembre, il duca di Modena e il nuovo duca di Parma si affrettarono nel 24 dicembre a fare un trattato di alleanza con l'Austria, la quale spinse subito le sue truppe sopra i Ducati.
Gravi eventi si potevan prevedere per l'anno che incominciava, ma quali si avverarono, a mente umana non era dato vaticinare.

L'Austria fin dai primi di gennaio si mostr intenta a domare con la forza brutale, con ogni artifizio di mala guerra il risorgimento italiano. Infuriava con le sue soldatesche barbaramente sopra i cittadini inermi di Milano, spingeva il duca di Parma ad occupare Pontremoli, aizzava i demagoghi a vangelizzare le pi strane utopie, e i retrogradi a spingere a rovina il presente inneggiando al passato: con l'aiuto dei sanfedisti e dei gesuitanti, ricercava ogni meato nell'animo debole del Mastai per arrivare a ferire la coscienza del Pontefice; e fomentava, ne questa era ardua impresa, la malafede di Ferdinando di Napoli, sul quale udiste poco fa invocare benevola l'ultima parola della storia imparziale, ma che io frattanto, ormai troppo vecchio per ascoltare quella parola che sar tarda, proseguir a chiamare il Re Bomba.
I sovvertitori delle moltitudini trovano, in tutta la Toscana, nella citt di Livorno il terreno ai loro fini adattato; e l si spargono scritti sediziosi, si invita il popolo a chiedere le armi, si accusano i Ministri di codardia e di tradimento. I tumulti che ne susseguono costringono il Governo a reagire mandando a Livorno come commissario straordinario il Ridolfi; il quale, fatto arrestare il Guerrazzi e mandatolo all'Elba, restituisce la calma all'intera citt.

Ma gli eventi precipitano. Il 12 di gennaio la citt di Palermo, poich il re Ferdinando non aveva concessa la domandata Costituzione, si mette in piena rivolta, e caccia le truppe regie. E' seguta dalle altre citt dell'isola e si proclama il distacco dal reame di Napoli della Sicilia, che si costituisce in Repubblica. Il fatto pone in fermento anche Napoli; e il Re, cui duole perdere la Sicilia, promette riforme, espelle il Del Carretto e persino il suo confessore: pochi giorni dopo, alla prima promessa aggiunge quella della Costituzione, e il 10 febbraio promulga lo Statuto fondamentale. Anche il re Carlo Alberto nel d 8 febbraio pubblica le basi di quello Statuto, che promulgato poi nel 4 di marzo, doveva per fortuna d'Italia restare solo in vigore come l'arca santa dell'unit nazionale. Nel medesimo giorno, vo' dire nell'8 febbraio, si fanno a Roma tumultuose radunate di popolo per chiedere la costituzione e la secolarizzazione del Governo papale; domande, che spingono il partito reazionario chiesastico a iniziare una guerra sorda e feroce al risorgimento italiano. Nel 15 febbraio lo Statuto  pubblicato anche in Toscana, e se ne fanno grandi festeggiamenti, e se ne rendono pubbliche grazie a Dio e al Sovrano.


Signore e Signori,

Sul quadro di cui andr ora delineandovi appena i contorni, e al quale la vostra immaginazione dar quel colorito che io non sapr dare, due belle figure campeggiano: quella di Cosimo Ridolfi e quella di Bettino Ricasoli. Questi, costretto dall'amico, piuttosto che chiamato dal Ministro ad assumere l'ufficio di Gonfaloniere di Firenze, con grande riluttanza, pi che accettarlo, lo subisce; ma subitolo, lo adempie con tale e tanto senno, con tale elevatezza d'animo e di consiglio che Firenze, comunque gli agitatori del popolo con ogni lena si adoperassero, resiste ai loro malevoli eccitamenti finch rimane sotto il governo e la guida di lui. L'altro, il Ridolfi, da prima Ministro dell'interno poi Presidente dei ministri in luogo del Cempini, che fatto ormai vecchio si ritira, riesce a inspirare nell'animo del Principe e in quello de' suoi colleghi gli ideali della patria libera e indipendente, e con le sue concioni al popolo, con i manifesti, con i proclami del Granduca ai suoi toscani, torna a stringere affettuosi legami tra popolo e principato; e se la sua sagace iniziativa per concludere una lega italiana tra i quattro Stati costituzionali non fosse stata avversata dal Borbone e dal Vaticano, e non compresa o temuta dal Governo Sabaudo, le sorti d'Italia non sarebbero andate in rovina.
Abbench non comparsa ancora sull'orizzonte, forse rendeva vani i saggi consigli di lui, quella stella d'Italia che doveva guidarci all'unit nazionale!
Riprendendo il filo della narrazione sui moti toscani, non pu omettersi che il Serristori, Ministro della guerra, preveduto saggiamente il futuro, aveva proposto che si portasse la leva a 4000 uomini, ma negandoglielo la Consulta si era dimesso e gli era succeduto Don Neri Corsini, il quale riesci ad ottenere che si facesse una leva di 2000 uomini almeno.
E qui comincia la serie delle grandi sorprese. Sul cadere di febbraio la rivoluzione di Parigi, la caduta della Dinastia Orleanese, la proclamazione della repubblica in Francia, fanno passare quasi inosservata la costituzione concessa dal Papa, e danno modo al Mazzini di fondare in Parigi l'Associazione nazionale italiana, che in quel momento non poteva non esser che di danno all'Italia. Alludere col manifesto firmato dal Mazzini, dal Giannone e dal Canuti alle forme di reggimento repubblicano, e proclamare il principio dell'unit quando con le forze dei quattro principati si doveva conquistare l'indipendenza, condizione essenziale dell'unit, era errore e pi che errore era colpa.
Alla rivoluzione di Parigi succede di l a poco quella di Vienna. Il terribile nemico delle nazionalit, l'autore di tante stragi, di tanti martirii, di tanti esigli, il principe di Metternich si salva a mala pena, fuggendo, dall'ira popolare, e il giorno di poi l'Imperatore concede la Costituzione ai sudditi austriaci.
I Lombardi e i Veneti, che da tanto tempo mal soffrono il freno delle forze imperiali, pubblicano una forte e nobile protesta ai fratelli d'Italia e d'Europa, e pochi giorni dopo, nel 18 marzo, senza accordi ma per impulso d'animi ugualmente esacerbati, insorgono Milano e Venezia. Dopo una lotta eroica di cinque giorni, Radetzky  costretto a ritirarsi da Milano, e dopo un contrasto meno fiero che quel di Milano, il generale Zichy capitola e abbandona Venezia. I Modenesi si sollevano e il Duca fugge difilato a Mantova; Massa e Carrara insorgono, i popoli di Lunigiana si rivoltano e Carlo Lodovico fugge prudentemente da Parma. Il 24 di marzo il re Carlo Alberto passa il Ticino, e il giorno di poi 6000 piemontesi, freneticamente  plaudente l'intiera popolazione, entrano in Milano. In 14 giorni si eran compiti eventi, che appena un secolo avrebbe potuto maturare e produrre!
Il 19 di marzo giungono in Toscana le notizie di Vienna, il 21 quelle di Milano e di Venezia, e sorge un grido generale di guerra e la domanda di armi per correre sui campi lombardi. La Toscana era sprovvista di milizia e di ogni arredamento militare: i pochi soldati servivano per le parate di gala, e il popolo, scherzando, era solito dire che per truppa era trippa e per trippa era troppa. I nuovi chiamati eran da poco sotto le armi, il governo aveva chiesto al re Carlo Alberto ufficiali capaci di ordinare il piccolo esercito, e il Re aveva mandato allora il Beraudi, il Caminati, il Campia. Ma nonostante che in fatto di armamenti tutto fosse da fare, il governo aveva avviato alla frontiera le truppe regolari di cui poteva disporre.
Alle notizie di Lombardia lo spirito patriottico si era levato sublime, ma lo spirito settario si agitava pi vivamente di prima per le notizie di Francia. Bande di fuorusciti entrano dalla Francia in Savoia per abbattere il governo regio, ma ne son cacciati dai savoiardi. A Firenze si tenta sollevare la diffidenza contro il Ridolfi, e si eccita la  plebe a strappare l'arme austriaca dal Palazzo dell'Ambasciata e a bruciarla sulla Piazza del Granduca; e si minacciava per di pi di assaltare la stessa Ambasciata, se il ministro Corsini non fosse riuscito a persuadere la eccitata popolazione che non vi erano armi proditoriamente nascoste.
In ogni parte d'Italia echeggia il grido di guerra. Ferdinando di Napoli spedisce in Lombardia un corpo di truppe sotto il comando di Guglielmo Pepe. Pio nono benedice i soldati e i volontari che partono da Roma guidati dal generale Durando. Il Granduca passa in rivista i volontari, li saluta con un discorso caldo di amor di patria, e l'Arcivescovo ne benedice la bandiera tricolore, che era dichiarata bandiera dello Stato. Anche il Battaglione della Guardia Universitaria parte acclamato da Pisa.
Il 5 di aprile il Durando coi Romani  giunto in riva al Po, e dopo aver ordinato con un caloroso proclama, ai suoi militi di fregiarsi il petto della croce, e di muovere al grido "Iddio lo vuole," entra sul territorio della Venezia.
Prima di andare oltre, giova tener nota di due fatti importanti. Il primo, che dodici giorni dopo questo proclama, il principe Aldobrandini, Ministro della guerra, con un suo dispaccio al Durando ne approva in nome del Papa la condotta e lo autorizza a trattare un imprestito col Governo veneto; il secondo, che, nonostante lo stato di guerra, gli Ambasciatori d'Austria rimangono tuttora a Roma e a Vienna.
La rettorica, che  stata sempre una malattia per noi italiani, ci aveva portata sul labbro la frase "Fuori i barbari," e l'Austria ne aveva saputo fare suo pro per eccitare contro l'Italia lo spirito nazionale tedesco. La Repubblica francese con la minaccia d'invadere la Savoia sotto il pretesto delle inquietudini sorte in Europa per gli avvenimenti d'Italia; le proposte dell'Inghilterra di separare la causa della Venezia da quella della Lombardia, generosamente respinte dal Re: la Sicilia e la Venezia con l'essersi costituite a repubblica; il Mazzini col suo manifesto; i cardinali, i gregoriani, il ministro d'Austria col dare a credere al Papa, che, movendo guerra ai popoli cattolici, si sarebbe dato argomento a un nuovo e pi terribile scisma, tutto congiurava contro le sorti d'Italia.
Il Re di Napoli manda contro la Sicilia ribellata le milizie gi pronte a partire per la Lombardia; Pio nono con l'Allocuzione concistoriale del 19 di aprile, dichiara di aver voluto inviare le truppe al confine per difendere l'integrit dello Stato, ma non volere, egli ministro di pace, far guerra all'Austria.
Aveva un bello scrivere il Ridolfi lettere di fuoco al Bargagli, ministro toscano a Roma, e questi aveva un bel ripetere al Papa che se egli stesso non avesse predicata la Lega italiana, e non si fosse posto tra la Croce e la Spada e dettata legge a tutti, non solo sarebbe perduta l'Italia, ma perduto anche il Papato e il potere temporale. Il vaticinio del Ridolfi, comunque giusto e vero, non fu ascoltato, e il Papa non ad altro si indusse che a fare, il 3 maggio, una esortazione a Carlo Alberto di posare le armi, e all'Imperator d'Austria di rinunziare alla dominazione italiana.
In questo mentre i Toscani scendevano sui piani lombardi. Brandite le armi, i giovani universitari eran partiti da Pisa e da Siena pieni di un santo entusiasmo, che si era cercato di smorzare trattenendoli a lungo per la via; ma che era cresciuto perch lo aveva acuito l'impazienza del trovarsi di fronte al nemico. In una bella mattina d'aprile, valicando quei giovani, al canto d'inni patriottici, l'ultimo giogo dell'Appennino, si schiude innanzi al loro sguardo l'immensa pianura lombarda, coronata dai pallidi contorni delle vette alpine. Coperta  da una nebbia leggiera e trasparente pei raggi del sole sorto allora sull'orizzonte, aveva l'apparenza di un mare quieto e tranquillo, e l'idea dell'infinito cresceva la magnificenza del grandioso spettacolo. Un grido solo di Viva l'Italia eruppe da quei giovani petti. Era Italia quella immensa pianura, ed era calcata dallo straniero! In quel grido l'ideale della patria, l'aspirazione di tanti secoli che ora si compiva, la fede nell'avvenire, la certezza della vittoria, tutto si rivelava in un sublime tumulto di affetti!
Il 3 maggio i Toscani, che per ordine di Re Carlo Alberto dovevan prendere la destra dell'esercito piemontese, sostengono con buon successo sotto Mantova una prima avvisaglia a San Silvestro: nel successivo d 13, buon nerbo di austriaci attacca tutta la linea da Curtatone a Montanara ed  vittoriosamente respinto sotto gli occhi del ministro Corsini, che stette impavido in mezzo al fuoco, mentre il generale Ferrari se ne stava tranquillo e sicuro alle Grazie. Le truppe regie avevan combattuto eroicamente a Pastrengo, a Crocebianca, a Santa Lucia ed ora assediavano strettamente Peschiera, mentre il generale Nugent scendeva con grandi sforzi nel Veneto e costringeva il generale Durando a ripiegare su Vicenza.
Il generale Ferrari era stato richiamato in Toscana, e da due giorni lo aveva sostituito il De Laugier, quando il generale Bava, sotto gli ordini del quale era il corpo dei Toscani, con ripetuti dispacci lo avvisa che forti distaccamenti di austriaci sono entrati in Mantova e si preparano ad attaccare all'indomani le posizioni occupate dai nostri; che occorrendo ripieghi su Goito, dove l'aiuto suo non gli sarebbe mancato.
La linea guardata dai Toscani si stendeva undici chilometri da Goito per Sacca e Rivalta fino a Montanara; aveva una fronte rivolta a Mantova di oltre 3 chilometri di lunghezza, con la sinistra a Curtatone appoggiata al lago formato dal Mincio, e la destra a Montanara. La posizione era debole t mal difesa, A Curtatone, invece di coprirci con l'Osone, canale non guadabile, e con i suoi argini, si eran formate le nostre trincee al di l del canale e del solo ponte, che sulla via maestra lo traversava, pi alto del piano di campagna, non coperto ne difeso. Montanara aveva la destra affatto scoperta e poteva facilmente essere attaccata e girata di fianco. Sulla linea di battaglia tra Curtatone e Montanara, il generale De Laugier non aveva che sei cannoni e 4600 combattenti, mentre Radetzky era uscito da Mantova con 40,000 uomini e 60 pezzi d'artiglieria.

Alle 9 e mezzo della mattina comincia a tonare il cannone nemico, e in breve il fuoco dei fucili si fa su tutta la linea vivissimo. Il generale De Laugier per invitare, come egli disse, i suoi giovani soldati a sprezzare il pericolo, esce con i suoi aiutanti al di fuori delle trincee e percorre a cavallo, sotto il fuoco nemico, la parte della linea che dalla strada va a sinistra fino al lago, e al suo passaggio i soldati e i volontari, alzando i fucili, lo salutano col grido di Viva l'Italia. Di l il Generale corre a Montanara, tutti animando colla speranza della vittoria.
Anche il Battaglione Universitario, che era accampato alle Grazie, e che il Generale aveva ordine di tenere in riserva,  portato sulla strada di Mantova per attendere in colonna serrata l'ordine di avanzare. Una densa nube di fumo si alza al di l del ponte e si ode un terribile rombo; era un cassone di munizioni, che i fuochi dell'artiglieria nemica ci aveano incendiato. Passano sulla strada i feriti in gran numero; fra questi il tenente colonnello Chigi e il tenente Niccolini, che si erano eroicamente battuti. "Viva l'Italia! Vendicateci!" grida, passando, il Niccolini ai giovani universitari, dei quali, a quel grido, non  pi possibile contenere l'ardore. Il Battaglione, formato com'era in colonna serrata, si muove senza che nessuno glielo abbia comandato, e fu fortuna che nel breve tratto da percorrere prima di salire il ponte, lo incontrassero l'aiutante maggiore Milani e il capitano Caminati e lo facessero sfilare per due e passare alla corsa sul ponte, dove fulminavano i fuochi incrociati dell'artiglieria nemica, che ad alcuni di quei giovani furono pur nonostante fatali. Il fuoco dei nostri fucili dur a lungo e sempre vivace, mentre un solo cannone poteva di tanto in tanto, per mancanza d'artiglieri e di munizioni, far sentire i suoi colpi.
Alle 4 pomeridiane, dopo sei ore e mezzo di combattimento, gli austriaci in forti masse si avanzano sulla strada dalla parte del lago, e il De Laugier assicuratosi della impossibilit di resistere ancora, ordina la ritirata e la fa batter pi volte, perch molti parevan decisi a morire sulle trincee piuttosto che voltar le spalle al nemico. Gli austriaci, convinti di avere avuto a fronte un grosso corpo di esercito, che avesse ripresa posizione alle Grazie, avanzano cautamente, e intanto i nostri, discretamente ordinati, si ritirano per Rivalta e Goito.
N con minor valore si eran battuti i Toscani comandati dal colonnello Giovannetti a Montanara. Attaccati sul fianco destro da grandi forze nemiche, pi volte si erano slanciati al di l delle trincee, ed eran riusciti a respingerle: l'artiglieria aveva fatto prodigii con i tiri bene aggiustati dei suoi due cannoni, ma artiglieri e ufficiali erano morti feriti sui loro pezzi. Nuove schiere nemiche ripetevano i loro attacchi, e quando sul tardi il Giovannetti, cui non era pervenuto l'ordine di ritirarsi inviatogli dal De Laugier, si accorse di avere a fronte un esercito poderoso e ordin la ritirata, il generale Lichtenstein lo aveva girato di fianco e, sbarrandogli la via, lo attaccava alle spalle. Molti di quei valorosi perirono, molti non pratici del terreno furon circondati e rimasero prigioni.
Dal maresciallo Radetzky, nella sua relazione sulla campagna del 1848, quella battaglia  chiamata memorabile e quella giornata gloriosa per l'esercito austriaco. E noi possiamo dire sulla indiscutibile autorit di lui, che dieci volte pi memorabile fu quella battaglia e dieci volte pi gloriosa fu quella giornata per i toscani, che dell'esercito austriaco non eran che la decima parte.
L'eroica resistenza dei nostri aveva dato tempo alle truppe regie di raccogliersi a Goito, dove giunto Radetzky la mattina di poi e data battaglia, fu  vinto e costretto a tornare indietro e chiudersi in Mantova. In quel medesimo giorno capitolava Peschiera. Ma fin d'allora il valore dell'esercito, l'eroismo del re Carlo Alberto e dei Principi suoi figli, non bastarono a rialzare le sorti delle armi italiane. L'esercito piemontese, non ostante che prodigii di valore avesse compiuti, pure due mesi dopo dovea fatalmente ripassare il Ticino.
Nel 26 di giugno si era adunato per la prima volta il Parlamento toscano, che al discorso del trono, caldo di sentimenti patriottici e avvivato dalla fede nell'avvenire d'Italia, rispose con fragorosi, unanimi applausi. Ma nel mese successivo, quando la fortuna aveva voltato le spalle alle armi italiane, il governo, colpito dalla grave sciagura, era ricaduto nelle solite lentezze e incertezze. Si attendeva la presentazione di una legge sui volontari, perch il timore degli austriaci vittoriosi faceva sentire il bisogno d'uomini e subito; ma il 30 luglio un movimento repubblicano, presa a pretesto la necessit di difendere il paese, messe tutta Firenze sottosopra, la Guardia civica non rispose all'appello, e la truppa pieg di fronte al popolo che invase l'aula dei Deputati. Niuna deliberazione fu presa dall'Assemblea sopraffatta, e ne segu la dimissione del ministero Ridolfi. Gli succede un ministero Capponi, che ebbe una vita agitata di soli settanta giorni; durante i quali Livorno, conturbata dai sobillamenti del Guerrazzi e irritata per la espulsione del padre Gavazzi, si lev a tumulto, e rotto il telegrafo e arrestato il Governatore, pretendeva dettare la legge. Inviato dal Governo a sedare quei tumulti Leonetto Cipriani, ne avvenne fra il popolo e la truppa una lotta sanguinosa. Per il che dipartitosi il Cipriani da Livorno, a calmare gli animi esacerbati vi fu dal Governo inviato il professor Montanelli, e questi blandendo il popolo per farsene strumento a salire, gli promise la istituzione di una Costituente italiana, la quale avrebbe dovuto deliberare sopra la forma del reggimento politico e anche sulla conservazione della dinastia di Lorena.
Intanto i partiti estremi rossi e neri, d'accordo sempre nel distruggere, avevano messo sottosopra anche Roma; e ucciso il Rossi, e minacciato il Vaticano, avean costretto il Papa a fuggire. Caduto in Toscana anche il ministero Capponi, il Montanelli e il Guerrazzi eran riusciti ad afferrare il potere. Le due Costituenti, la Costituente federativa dei trattati, piemontese, toscano e romano, che doveva risedere in Roma ed esser la personificazione vivente dell'Italia, e la Costituente legislativa sopra l'ordinamento interno di ciascuno Stato, costituivano il programma del nuovo Ministero democratico: concetto questo, cui prima ader, poi respinse il Gioberti, allora presidente del Ministero Piemontese; concetto che pi tardi doveva sollevare gli scrupoli di Leopoldo e indurlo ad abbandonare la Toscana. Sciolta la Camera dei Deputati, o Consiglio Generale, come allora chiamavasi, e riconvocati i Collegi elettorali, il Governo democratico nel dubbio di non aver favorevole il giudizio popolare, avea lasciato che in Firenze, in Pisa e in altre parti del Granducato il giorno delle elezioni si tumultuasse, si spezzassero le urne e fossero messi in fuga gli elettori dalla plebaglia eccitata. In s triste modo si chiudeva il 1848, quell'anno di tante speranze, di tante prove, di tante sciagure.
Il risorgimento italiano, cui l'elezione di Giovanni Mastai a Pontefice aveva dato come il suggello della giustizia divina, si era arrestato, ma non per sempre. Se al principio del 1848 era esso una fede nella coscienza del popolo, al cader di quell'anno fortunoso non era per altro che un debole ricordo di un sogno svanito. La speranza, non che spenta, era resa anzi pi viva per l'ammaestramento che ci veniva dagli errori commessi.

Se il 1848 aveva strappato dalle nostre mani inesperte le sorti della patria, le vegliava un destino benevolo. Gli errori del popolo le avevano compromesse, gli errori del principato dovevano prepararne la grande riscossa. Se Pio nono, se Leopoldo di Lorena si involavano, e con ragione, alla tirannia della piazza, era il fato benevolo dell'Italia, che doveva spingerli a rifugiarsi presso il Borbone sotto le ali tristamente tutelari dell'Aquila austriaca. Era il fato benevolo dell'Italia, che doveva nella tenebrosa fucina di Gaeta far preparare la violazione dei patti giurati, e la chiamata delle armi straniere sopra i popoli ancor fedeli della Toscana. Era il fato benevolo dell'Italia, che doveva offrire a noi medesimi, che avevamo errato, l'occasione della riscossa. Era il fato benevolo dell'Italia, che invece di un Papa, liberale senza saperlo, doveva darci in Vittorio Emanuele un Re Galantuomo, e far dello Statuto Sabaudo il gran faro cui potessero rivolgersi tutti i cuori e tutte le menti degli italiani. Era il fato benevolo dell'Italia, che doveva con gli errori del Granduca ravvivare il sentimento dell'unit nazionale, sopito ma non spento, nel popolo toscano, e dare a questo la fermezza di volont e la temperanza di modi, che pi tardi lo avrebbe fatto appellare un popolo di diplomatici, che sotto la guida salda e robusta del Ricasoli, avrebbe potuto render vani i patti di Villafranca, i suggerimenti amichevoli, gli autorevoli consigli delle potenze straniere, e, spezzando la propria corona, dare il primo e il pi forte cemento all'unit della patria!
Il vaticinio del poeta toscano si avver: furono lacerate all'Italia

Le molteplici bende
Onde gelida a lei correa la vita.

Il generoso disegno fu opera grande e fortunatamente compiuta.

Dopo lungo servaggio alzata a regno

l'Italia fu libera, fu indipendente, fu una. Possa la mente del popolo non ricadere sotto il fscino di coloro, i quali, negando persino il sublime affetto di patria, non aborrono dal gridar viva ai nemici di lei, di coloro che saranno sempre, come nel 1848, causa non dubbia di grandi sciagure; possano gli errori d'allora essere a tutti di un ammaestramento costante; e l'Italia, ricostituita in nazione, per virt di Re e di Popolo, possa per virt di Popolo e di Re serbarsi grande e potente!
...
.
...
FINE.
...
.
...
NOTE.


(1)	 Mentre correggo queste prove di stampa, le ultime sale di Brera dove eran rifugiati i quadri moderni, sono da mesi sossopra, perch due delle sale sono state cedute alla Galleria antica. Pare che nel 1901 essi saranno novamente e pi ordinatamente ricollocati nelle sale residue.
(2)	 LEOPARDI in Parini e la gloria.
(3)	 Ecrit qu'on peut lire au vol. VII, pag. 275, de l'dition romaine des uvres de Mazzini. Il en a t donn une traduction franaise  la fin de la Biographie de Mazzini, par M.me Ashurst Venturi (trad. par Mme E. de Morsier, Paris, Charpentier, 1881), p. 185.
(4)	 Voy. la Correspondance de Lamartine (d. en 4 vol. in 12), t. IV, p. 247, 248. Le discours est reproduit dans la France parlementaire, t. V, p. 27.
(5)	 Correspondante aussi de Mazzini. Voy. les Lettres de ce dernier  Daniel Stern. Paris, Germer Baillire, 1873.
(6)	 Correspondance, III, p. 384; IV, p. 18; III, p. 325.
(7)	 Novissima verba, dans les Harmonies.
(8)	 Novissima verba, dans les Harmonies.
(9)	 A M. De Genoude, sur son ordination, dans les Recueillements.
(10)	 Job lu dans le dsert. - Cours de littrature, 1856. Voyez les Fragments du livre primitif (Chte d'un Ange, vision VIII).
(11)	 Les Rvolutions. L'ide de cette pice est nonce dj dans deux lettres  Virieu, des 30 janvier et 7 fvrier 1831. - Correspondance, III, p. 229-232.
(12)	 Dans Jocelyn (1836); huitime poque. Le pome est presque achev en fvrier 1834, quand le pote se met  son nouveau mtier d'orateur politique.
(13)	 Corresp., III, p. 320.
(14)	 Ibid., p. 69.
(15)	 Ibid., p. 328.
(16)	 Corresp., III, p. 219.
(17)	 Ibid., p. 423.
(18)	 Corresp., IV, p. 22.
(19)	 Ibid., III, p. 348: "Tout afflue  la vrit vraie et non conventionnelle o je me suis plac." Voyez IV, pag. 24.
(20)	 Ibid., III, p. 378.
(21)	 Utopie,  M. Bouchard, dans les Recueillements.
(22)	 Lettres  Daniel Stern, p. 36. - Cf. p. 27.
(23)	 Lettre  M.me I... de Lausanne (1837) publie par M.lle D. Melegari.
(24)	 Conseiller du Peuple, I, p. 227-228.
(25)	 Devoirs de l'homme, X.
(26)	 Lettre du 21 mars 1848.
(27)	 Lettre du 1er octobre 1835. - Corresp. III, p. 377-
(28)	 Aux membres du Concile cumnique sigeant  Rome, VI.
(29)	 Ibid. V.
(30)	 Corresp. III, p. 405. Lettre du 30 octobre 1836.
(31)	 Ibid. p. 402.
(32)	 Conseiller du peuple, I, p. 266, 273.
(33)	 Des devoirs de l'homme; trad.  la fin de la biogr. de Mazzini (voy. ci-dessus), p. 383 et suiv.
(34)	 Trois mois au pouvoir, par M. DE LAMARTINE, p. 143, 146.
...
.
...
FINE.